«Ho ascoltato con molta attenzione l’intervista che il senatore Endrizzi ha rilasciato alla testata AGIMEG sul gioco legale e sulla riapertura delle sale e degli esercizi che offrono le diverse tipologie di gioco autorizzato.

Molti sono i temi trattati – osserva Armando Iaccarino, Presidente del Centro Studi ASTRO, – che a mio parere meritano un approfondimento, troppi per essere affrontati tutti in questa sede.

Partirei allora da quello più importante ed attuale, che mi sembra quello relativo alla ripartenza del gioco legale.

Non credo ci sia dubbio che le imprese ed i lavoratori del settore hanno bisogno di certezze sul quando potranno riprendere il lavoro, se non addirittura sul “se” ciò avverrà.

La tesi del Senatore è che nella scala di priorità delle riaperture il gioco pubblico, poiché non essenziale, vada a collocarsi alla fine del percorso, una volta verificati gli effetti sulla salute pubblica del periodo di chiusura. Anzi, la contingenza legata alla pandemia potrebbe costituire un’opportunità per avviare processi di riconversione dell’intero settore.

Vorrei ricordare al Senatore che la compressione della libertà di iniziativa economica verificatasi negli ultimi mesi, che ha riguardato pressoché tutte le attività economiche nel Paese, ha trovato la sua giustificazione nell’emergenza determinata dal Coronavirus; è stata cioè una strategia fondamentale per contenere il contagio della malattia, in assenza di farmaci idonei a contrastarne la diffusione.

Se questo è vero, come è vero, le misure eccezionali adottate devono confrontarsi esclusivamente con la ragione per cui sono state adottate. Ogni altro ragionamento sarebbe in contrasto con la Costituzione; né è pensabile che un’attività economica venga cancellata con un atto amministrativo.

Ma le sale oggi ancora chiuse sono state classificate a rischio virus medio-alto, eppure non sono state autorizzate a riaprire nonostante altre attività della stessa categoria di rischio abbiano potuto riprendere a lavorare.

L’evidente pregiudizio negativo rispetto al “gioco legale” si basa sulla considerazione che il settore in questione non sia essenziale.

Proprio un’affermazione del genere tradisce l’approccio moralistico e, mi si consenta, fondamentalista al tema.

Io credo che di fronte ad un evento come la pandemia, mai affrontato in passato, ed alle profonde ferite che ha prodotto e produrrà nella comunità nazionale il problema dei problemi, ciò che può definirsi essenziale è il “lavoro”.

È degli scorsi giorni la notizia che in un solo mese si sono registrati più di 270.000 nuovi disoccupati e che aumentano in misura addirittura maggiore le persone espulse dal mondo del lavoro che non credono di potervi rientrare.

Ognuno di quei lavoratori, ognuna di quelle persone che perdono le risorse della vita deve costituire, per un Governo che si rispetti, un singolo, specifico problema.

Se il tema di oggi è questo, e drammaticamente lo è, ha senso gingillarsi su teorie e soluzioni che rischiano di aggiungere a quei numeri ulteriori decine di migliaia di persone che perdono il lavoro?

Il Senatore, e chi condivide il suo approccio, non può non rendersi conto che in una fase economica come quella che stiamo vivendo il tempo ha un ruolo fondamentale, ed ogni settimana di chiusura in più significa impossibilità di riapertura per un numero di aziende via via crescente, a partire dalle più piccole.

Per i lavoratori di queste aziende, che il Senatore dice di voler tutelare, quali strumenti di tutela potranno essere utilizzati quando le loro aziende chiuderanno?

E, mi consenta Senatore, non è rilevante se stiamo parlando di 120.000 o 150.000 lavoratori. A parte che uno studio recente della CGIA di Mestre ha indicato per il solo settore degli apparecchi da divertimento 150.000 occupati, di cui circa la metà in imprese del settore ed altrettanti in un indotto allargato, stiamo comunque parlando di un enorme numero di famiglie.

E, per favore, non prendiamoci in giro con progetti di riconversione; a non voler considerare i tempi inevitabilmente lunghi di un processo del genere, specie in tempi di profonda crisi economica, è un dato di fatto che le uniche riconversioni della storia economica del nostro Paese sono state conseguenti alla crisi di tipologie di prodotti determinate dal crollo della domanda. E, quando si sono completate, hanno sempre comportato un duro prezzo da pagare».