Siamo profondamente dispiaciuti che un settore così importante e produttivo, che occupa direttamente 150mila persone senza contare l’indotto, che consente il recupero di
un mercato prima sommerso e incontrollato, che è valorizzato in qualsiasi altro Paese europeo, sia messo in una situazione di insostenibilità da scelte politiche inadeguate.

Il nostro comparto non è riuscito a fare quadrato, non siamo stati in grado di fare fronte comune, abbiamo lasciato che la comunicazione in merito al nostro operato venisse manipolata e strumentalizzata da chi, evidentemente, il mestiere di comunicare lo conosce bene.

Questo gap dovrà essere colmato ed è questa la principale sfida del nostro settore: riuscire a comunicare all’esterno in maniera efficace.

Da qui devono partire tutte le proposte di cambiamento del nostro settore perchè occorre certamente rivedere il sistema nel suo complesso. Serve coesione, efficacia ed intelligenza. Questo dovrà avverarsi anche nella scelta dei rappresentanti e nell’urgenza di passare da una pluralità di voci frammentarie ad una inedita sintonia verbale.

Spesso la tutela del nostro settore è passata per chi, pur volendo il bene di un comparto -e questo va riconosciuto-, non è stato in grado di rappresentarne l’essenza industriale ed imprenditoriale, specialmente alla luce dell’esigenza di cambiamento che è richiesta sia dal progresso normativo che da quello tecnologico a cui il comparto andrà adeguandosi. Non è una gara a chi urla più forte. Questo non serve più, anzi, probabilmente oggi ci danneggia.

Gli scioperi, che a volte è necessario mettere in atto, non possono prescindere da un sacrificio. Non ha senso ipotizzare di difendere un comparto in grave crisi se gli stessi imprenditori non accettano la perdita economica legata allo sciopero. Succede in tutti i comparti: lo sciopero è astensione, perdita economica ma anche consapevolezza e richiesta di attenzione non procrastinabile. Se non riusciamo a mettere in atto un’azione così forte è inutile continuare a paventarla o minacciarla perché cadiamo nel patetico.

Le iniziative quali petizioni online, la creazione di gruppi Facebook dedicati e volendo anche le manifestazioni a Roma, non hanno certamente avuto un seguito così importante al di fuori del nostro piccolo comparto: non usciamo quasi mai dai confini della categoria. Occorre un social media manager in grado di comunicare efficacemente. Un professionista che possa lavorare per il nostro settore. Non capisco il motivo per cui le associazioni in grado di investire non abbiano ancora messo in atto una strategia di questo tipo ma si affidi, invece, l’informazione a rappresentanti interni. Serve una persona o un team di grande capacità. Certo, questo ha un costo ma i benefici sarebbero incalcolabili. L’appello al Presidente Distante, al quale rinnovo sia la mia stima che l’augurio di buon lavoro, lo faccio direttamente da queste poche righe.

Occorre inoltre tutelare il singolo imprenditore comprendendo però, e questo potrà essere impopolare, che i meccanismi stanno cambiando. Occorre capire che non si tornerà mai a un settore deregolamentato e che ogni singola imposizione fiscale non è altro che uno scalino nuovo da superare. Non sarà possibile una retromarcia né di questo Governo, né di alcun Governo a venire. Si potrà richiedere maggiore tutela, questo si, ma non si può, oggi, richiedere un passo indietro poiché il business del gioco si è dimostrato nevralgico per questa povera Italietta.-tanto per citare Rino Gaetano e Susanna Agnelli. Chi resta immobile pensando che si possa tornare al 2004 resterà deluso. Ora e in futuro. Questo è invece quello che più o meno passivamente si è verificato finora.

Le dimensioni oggi contano: chi sostiene il contrario è ipocrita. E’ difficile permanere in un settore così complesso se non si attuano sinergie imprenditoriali anche di piccola attinenza territoriale. Gestori con meno di 100/200 macchine non possono ipotizzare un futuro sereno per le proprie attività se non passando per un incrocio imprenditoriale fatto di unioni, fusioni, creazioni di gruppi più importanti e solidi, in grado di potere competere e restare in un mercato difficilissimo come quello dell’intrattenimento a vincita.

La portabilità del nullaosta è un nodo cruciale e di essenziale definizione. Questa battaglia, che vede tutti i gestori coinvolti, è la principale sfida dei prossimi mesi unitamente alle scelte imprenditoriali relative al cambio macchine. Quest’ultima, benché io sia un costruttore, è stata gestita in maniera folle imputando costi elevati, fissi e di difficile ammortamento. Questi ricadranno sull’intero parco macchine mediante la definizione di costi per i NOD e i NOE assolutamente insostenibili.

Non si creda che sia facile per i costruttori restare in un comparto che ci penalizza a singhiozzo, ci impone investimenti enormi senza darci alcuna garanzia di continuità lavorativa. I nostri clienti, se sono in difficoltà, rappresentano per noi una grande preoccupazione. Siamo legati a doppio filo, non siamo avversari, questo lo si deve comprendere bene. Certo, a volte un cambio normativo porta linfa vitale alle società di costruzione, ma spesso si verifica un evento opposto che di fatto ci impedisce qualsiasi attività imprenditoriale sul territorio per mesi. Il bilancio, credetemi, non è sempre positivo nonostante gli sforzi incessanti che ognuno di noi esprime quotidianamente.

Mi chiedo se la politica si renda conto dell’enorme danno che sta causando a questo settore ed indirettamente a questo paese mediante manovre legislative al limite del “non sense”. Avevano in mano un comparto che marciava utili, dava dividendi, iva, tasse, creava occupazione e l’hanno smontato inseguendo numeri del gioco patologico spesso privi di riscontro e remotamente distanti dalla realtà.

Tutto questo mentre il mondo cambia, il giocatore cambia e gli investimenti nel settore risultano sempre più a rischio. Le macchinette (cosi come le chiamano i saccenti) stanno perdendo appeal e il futuro, inutile nascondersi, passerà per i terminali mobile. Il futuro è li, passa per reti telematiche che poco avranno a che fare con l’awp3 o awp remota che dir si voglia.

Serve una politica di protezione, unica, univoca. Servono persone capaci e credibili, che possano dialogare con la politica, ma che non si affidino solo al dialogo. E allora ben vengano le manifestazioni, purché intelligenti e guidate, ben vengano le riunioni, gli accorpamenti, gli articoli sui giornali. Ben venga un nuovo modo di porsi, un modo nuovo di considerarci anche all’interno del comparto. Un nuovo modo di accettare il cambiamento e provare a governarlo anziché contrastarlo. Acmi, Sapar, Astro e le altre associazioni senz’altro possono essere uno strumento efficace; ma restano sempre e comunque lo specchio del settore. Non possiamo chiedere alle associazioni di rappresentare quello che non siamo. Il cambiamento parte da noi, non da quest’ultime. Le colpe non sono delle associazioni ma degli uomini che ne esercitano il mandato elettivo. Non dei Presidenti ma di coloro che questi ultimi rappresentano. Il nostro male siamo principalmente noi stessi.

Ing. Francesco Gatti
BAKOO S.P.A.