“Presidente, credo che non dobbiamo cadere nella trappola nella quale, come al solito, ci invita Grazia. Noi dobbiamo parlare di quello di cui ci stiamo occupando, della proposta all’ordine del giorno. Stiamo ragionando circa l’opportunità o meno di salvaguardare le attività che si occupano di gioco d’azzardo, quelle già esistenti, dall’eventualità di dover chiudere a causa dell’entrata in vigore di una nuova norma che prevederebbe una distanza obbligatoria da alcuni luoghi dichiarati sensibili”.

Lo ha detto il consigliere Francesco Paolo Campo (Pd) intervenendo in Consiglio nel dibattito sulla revisione della legge regionale sul gioco d’azzardo.

“Prima di arrivare al punto, brevemente, Presidente, cerchiamo di dire delle cose, di ristabilire alcune verità. O meglio, diciamo la nostra opinione. Vorremmo dirla noi, non che ci sia attribuita da altri. Noi siamo convinti che la ludopatia sia un gravissimo problema, sia una dipendenza seria che merita un trattamento clinico. Nessuno immagina, come per tutte le dipendenze, in relazione a tutte le dipendenze, che sia di facile soluzione, però abbiamo il dovere di prenderla molto sul serio.

La ludopatia, come il tabagismo, l’alcolismo, la tossicodipendenza in genere, sta diventando una piaga sociale. Colpisce indistintamente tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età, a differenza di altre dipendenze che, magari, si collocano in specifiche fasce di età e hanno una maggiore prevalenza in alcuni ceti sociali. È talmente pervasiva e diffusa che, effettivamente, diventa un problema combatterla.

Dobbiamo discutere in questa sede di cosa potremmo o dovremmo fare, anche meglio, da questo punto di vista, su come stanno messi i SerT in Puglia, su come forse sia necessario destinare una quota di risorse maggiore ai SerT della Puglia? O forse lo Stato dovrebbe immaginare una diversa politica sanitaria in questo settore? Vogliamo ridiscutere la bontà di quella scelta che si fece alcuni anni or sono, di legalizzare il gioco d’azzardo? Lo si fece, d’altro canto, perché il gioco d’azzardo e la ludopatia ad esso connessa era una piaga sociale anche più di vent’anni fa. Lo erano più o meno con la stessa intensità. Tra l’altro, alimentavano un’economia illegale, criminale che procurava danni ulteriori collaterali.

Vogliamo aggiornare questa discussione? Crediamo sia giunto il momento di guardarci negli occhi e pensare se sia utile o meno ‒ come dite voi ‒ che lo Stato faccia il biscazziere? Forse è il caso che lo Stato cessi di fare il biscazziere? Ha ragione chi prima diceva ‒ forse Zullo ‒ che avete l’occasione di trasformare i vostri sogni in realtà. Governate con una maggioranza ampia e potete assumere iniziative di questo tipo, ma quando anche si cambia idea o si fanno valutazioni, uno cambia idea o fa valutazioni, decide di intraprendere percorsi, fa scelte politiche, fa i conti con la realtà, fa i conti con quello che si è determinato e fa i conti anche, l’ho detto nel corso dell’ultima seduta del Consiglio regionale, con i diritti che intanto, in virtù di una norma, dell’esistenza di una legge, alcuni cittadini hanno maturato. Normalmente, l’ho già detto, è buona prassi normare, almeno in certe situazioni, per l’avvenire e non fare norme “capotiche” e retroattive soltanto per andare in piazza ed esibire qualche slogan. Di questo si tratta, consigliera Di Bari: uno slogan. Si sta contrabbandando agli occhi dell’opinione pubblica una volontà, quella della maggioranza di questo Consiglio regionale, o perlomeno io parlo per la mia parte politica, il PD, la sinistra, io avrei cambiato idea, sono diventato un fan dei giochi d’azzardo, credo che queste sale dovrebbero stare dappertutto, davanti alle scuole, anche agli asili, scuole di ogni ordine e grado, perché non solo non è un problema, ma è una cosa bella, e su questo lo Stato ci fa i soldi. Non è questo, Grazia, che diciamo. E voi sapete benissimo che non lo diciamo. Eppure, come al solito, continuate a dire il falso perché fate politica soltanto strumentalizzando le questioni e non fornendo mai la risposta vera. Anche oggi che siete al Governo e potreste fornire la risposta vera, non la fornite, dite il falso e continuate a prendere per i fondelli la gente.

Noi stiamo discutendo di un’altra cosa. Il gioco d’azzardo è stato legalizzato e la Regione Puglia non può vietarlo. Se il Governo nazionale decidesse che si dovesse tornare indietro o si dovesse andare avanti, come è stato fatto in epoche storiche diverse, come si fece con la Bossi-Fini, c’è un dibattito aperto, per esempio, sulla legalizzazione delle droghe leggere, sulle stesse droghe leggere la legislazione è stata ondivaga, a volte si è presa una strada, poi si è corretta, ma poi delle conseguenze si prende atto e bisogna affrontarle. Ma non stiamo discutendo di questo. La Regione Puglia non può eliminare il gioco d’azzardo.

Il sistema sanitario regionale può farsi carico più e meglio di quella che è una patologia che ormai affligge centinaia di migliaia di pugliesi? Io credo di sì. La penso come te. Dobbiamo fare uno sforzo tutti assieme, come ha già detto il collega Romano Giuseppe, con il contributo della scienza certamente, non col contributo di quelli che volevano curare la Xylella con acqua e limone. Certamente, quella è la vostra scienza. Io parlo della scienza ufficiale. Esiste una comunità scientifica nel mondo. Voi siete terrapiattisti, non riconoscete nemmeno quella, ma esiste una comunità scientifica nel mondo e io faccio riferimento a quella.

Con l’aiuto della scienza, di progressi se ne possono e se ne devono fare. Io insisto, Pino, su una proposta: secondo me, noi il ruolo dei SerT lo dobbiamo rivalutare, è una proposta concreta. Secondo me, dopo gli anni dell’infatuazione della generazione nostra – tua, anni Settanta, Ottanta – in cui abbiamo creduto alla medicina democratica, di prossimità, forse ora è il caso di riprendere prassi che abbiamo mandato in disuso.

Il tema c’è tutto, e nessuno nega che vada affrontato. Rispetto a questa sfida così grande, il distanziometro, questo è il punto, può servire? È vero, nella passata consiliatura si votò una norma che lo prevedeva e ne prevedeva l’entrata in vigore. Era un palliativo? Io ho la personale convinzione che fosse, tra gli altri, un palliativo, che però poteva tranquillamente starci (non sedevo in questi banchi).

La questione si pone. Ora, però, fatta la legge, che poi deve trovare applicazione, si scontra con la realtà, con una realtà: come si fa a dire a migliaia di imprese legali e anche su questo aprirò una parentesi che hanno investito per avviare un’attività consentita dalla legge – e ricordo che quella fu una legge-manifesto perché quando si legalizzò il gioco d’azzardo in Italia eravamo nel pieno del clima, della temperie della lotta dello Stato alla mafia, e la comunità aveva sacrificato a quella lotta due dei suoi migliori figli, Falcone e Borsellino, che la pensavano così, imprese legali avevano avviato un’attività e il distanziometro non esisteva –, oggi, a dire: avete un anno, due anni, tre anni (ma pure dieci)?

Noi ci siamo illusi che il tempo avrebbe consigliato, che avrebbe poi favorito la ricerca o l’approdo ad una soluzione. Molto spesso in politica ci si illude che una scelta possa produrre degli effetti. Poi si fanno i conti con la realtà, quegli effetti non sono stati prodotti e noi strumenti, oggi, per fare in modo che quegli effetti necessariamente si producano non ne abbiamo. Dobbiamo prenderne atto.

In questi anni, in questi due anni, in questo anno e mezzo in cui ne discutiamo più frequentemente ‒ ho fatto parte della Commissione sanità ‒ non mi sono convinto che il distanziometro, perlomeno concepito in quei termini, possa funzionare. È chiaro, vicino a una scuola, vicino a una parrocchia, vicino a una biblioteca è buona prassi che non vi siano non solo attività di quel tipo, ma anche altro tipo di attività. Stiamo parlando di queste, però. Dunque, è bene che non vi siano attività di quel tipo.

Io conosco la mia città, che è una media città della Puglia. Parlo, quindi, con criterio dell’esperienza che ho. Distanziare una qualsiasi attività a 500 metri da quell’elenco di luoghi sensibili vuol dire semplicemente che non si può fare nessuna attività, perché non esiste un posto nel diametro di 500 metri nella mia città che non comprenda uno di quei luoghi sensibili.

Vogliamo fare un giro assieme, Galante? Vieni con me. Vieni con me. Io non l’ho approvata, non c’ero. L’ho appena spiegato. Mi ascolti oppure sei programmato, qualcuno ti ha programmato stamattina? Mi ascolti? L’ho già detto. Abbiamo fatto i conti, abbiamo fatto una valutazione che, evidentemente, ci siamo resi conto, fa a pugni con la realtà. L’ho appena detto. Lo ha approvato il tuo partito, lo ha approvato il tuo partito, lo ha approvato il mio partito. L’ha approvato il mio partito. Il mio partito ha approvato pure la riforma del Titolo V della Costituzione, sulla quale adesso vi invitiamo… Ora vediamo cosa approverete voi lì. Là non si tratta di distanziometri, caro il mio Galante.

Non è possibile, perché semplicemente un posto non c’è. Tra l’altro, io sono convinto che, se anche avessimo normato 50-100 metri rispetto alle attività esistenti, noi saremmo andati incontro a contenziosi in cui prevedo ci sarebbe stato molto verosimilmente il rischio di soccombere.

Detto questo, una mediazione bisogna trovarla e dire per l’avvenire che attività di questo tipo non possono sorgere in prossimità… Ammesso che quella sia la misura giusta della prossimità. Non so da cosa sia derivato il numero 500. Perché non 300, 250, 150, 50, 80, 90? Secondo me, dovrebbe valere a seconda della complessità cittadina, dell’orografia del territorio. Dovrebbe esserci molta più elasticità anche nell’applicazione di un criterio del genere, ma diciamo che abbiamo trovato, quindi, una mediazione possibile rispetto a un’impasse che si dava, e non è, ti prego, il solito ricatto, il ricatto del lavoro, perché questa volta il tema che ci hanno posto è assolutamente ragionevole. E poi gettiamo giù la maschera, questa cosa pure che mi è stata rimproverata sui social da qualcuno: così si favorisce la criminalità. Il sillogismo che un’attività legata al gioco d’azzardo inevitabilmente sia un’attività riconducibile a capitali criminali io credo sia semplicemente una sciocchezza. A parte il fatto che, oggi, la criminalità dispone di grandissime risorse finanziarie, e l’abbiamo visto, è cronaca dei giornali, è sotto gli occhi di tutti: l’abbiamo trovata all’opera nella contraffazione dell’olio extravergine d’oliva, l’abbiamo trovata all’opera nell’eolico, la troviamo all’opera nelle imprese edili, nel ciclo dei rifiuti. Chi di voi manca da via Veneto da molto tempo? Se andate a via Veneto, un’intera via, che prima pullulava, una delle più belle e famose strade d’Europa, è tutta chiusa, sono tutte sequestrate le attività, tutte. Erano tutte in mano alla mafia e alla camorra. Ci siete andati? Si chiamava la “Dolce Vita” apposta… Sì, a Manfredonia c’è un accertamento per verificare se ci sono condizionamenti mafiosi. Ma non solo a Manfredonia.

È un dato di fatto che vi sia in questo Paese un problema che riguarda come l’economia criminale fa in modo che flussi finanziari entrino nell’economia legale. Anche su questo, è un tema che si affronta non con il distanziometro, ma con le norme, per esempio, caro il mio Galante, non abbassandosi i pantaloni e mandando a monte il lavoro che si è fatto sul Codice degli appalti per dire “signor sì” a Salvini.

Cerchiamo, invece, di stare al punto. Mi sembra, quello di oggi, un compromesso ragionevole e utile, e resta l’imperativo della lotta alla ludopatia, che sono convinto che quel tipo di distanziometro non avrebbe favorito. Anche perché – non c’è bisogno che lo aggiunga anch’io telefonini, pubblicità sui grandi eventi, pubblicità televisiva nel corso dei grandi eventi, quelli di maggior audience: perché col Governo non cominciate a vietarli definitivamente? Altro che la sala-giochi a 300 metri da casa. Grazie. Il problema è più complesso e più serio, e con serietà andrebbe affrontato, non con gli slogan con cui ahimè da quattro anni ormai ci ammorbate”.