Nadia Conticelli, candidata Pd al Consiglio Regionale del Piemonte e già presidente Commissione Trasporti e Urbanistica della Regione, in una intervista a Jamma.it torna ad affrontare la questione delle norme regionali in materia di gioco d’azzardo e gli effetti sull’industria del gioco legale.

Nella passata legislatura tra i temi “caldi” del Consiglio regionale c’è stato anche quello del gioco d’azzardo. Oggi che giudizio darebbe su quanto è stato fatto?

«Sicuramente ciò che è stato fatto non basta ad affrontare la piaga sociale della dipendenza da gioco. Intanto bisogna partire dal raffronto di tutti i dati per capire se il distanziometro sia davvero risultato lo strumento piú idoneo, perché altrimenti si rischia di spostare “la polvere sotto il tappeto”. Si é registrata una riduzione degli apparecchi Awp attivi a fronte di un aumento del giocato su Vtl in negozi specializzati. Cosi si rischia di spostare solo i flussi senza affrontare la problematica sociale.

La sfida oggi è affrontare la regolamentazione del gioco on line, il cosiddetto  gioco “a distanza”, che è in forte crescita. Il Piemonte registra un + 75%, da 1.113 a 1.948 milioni giocati, di poco inferiore rispetto al resto d’Italia +82,4%, da 15.801 a 28.728 milioni giocati».

Pensa che gli operatori del gioco legale, parte ‘coinvolta’ così come i giocatori/utenti, avrebbero dovuto essere coinvolti maggiormente?

«Assolutamente si, penso che gli operatori del gioco legale vadano coinvolti e consultati maggiormente nella stesura dei testi legislativi. Io sono dell’idea che, appena insediato il nuovo Consiglio regionale, bisognerà aprire un tavolo tecnico per rivedere la legge di comune accordo con le organizzazioni che combattono le dipendenze e con gli stessi operatori del settore. Gli esercenti, i tabaccai, i gestori di sale giochi, non hanno mai detto di volere una liberalizzazione totale e una diffusione indiscriminata di slot machine. Sono i primi a chiedere delle regole, anche perché sono i primi a subire le conseguenze dei giocatori che si ammalano. Ma bisogna superare le posizioni ideologiche che hanno condizionato finora la politica».

Tra il proibizionismo assoluto (che è quello che si ha in Piemonte dal 20 maggio) alla completa liberalizzazione ci può essere una via di mezzo?

«Trovare un punto di equilibrio condiviso mi sembra un obbiettivo essenziale. Perché un provvedimento di legge, anche se redatto con le migliori intenzioni, come nel caso della legge piemontese sul gioco d’azzardo patologico, può avere degli effetti che non si erano valutati mentre la si discuteva. Ecco perché i legislatori hanno poi il dovere di verificare cosa succede quando una legge viene applicata, verificando sul territorio gli effetti concreti del provvedimento legislativo.

E in questo caso dobbiamo affrontare i problemi che sono nati dall’applicazione della legge e chiederci se gli obbiettivi sono stati raggiunti. Per esempio, il distanziometro non risolve due problemi cruciali del gioco: le infiltrazioni criminali e la tutela dei ceti disagiati. Perché già non è facile individuare quelli che sono da classificare come luoghi sensibili, e poi si rischia  di creare delle autentiche isole del gioco nelle periferie delle città. Proprio là dove vivono le persone con più problemi di tipo sociale ed economico».

Pensa che lo Stato dovrebbe avere un ruolo più determinante sulla regolamentazione?

«Lo Stato ricopre il ruolo più importante ed incisivo, ha la competenza senza la quale non è possibile legiferare ed intervenire in maniera efficace a livello regionale. Per me la soluzione più opportuna sarebbe quella di riaprire il tavolo con il Governo nazionale, che nella precedente legislatura era stato condotto con la Conferenza unificata (Governo, Regioni, Province e Comuni) senza problemi mai tradursi in provvedimento di valore legislativo».

Gli Enti Locali in questi ultimi anni si sono dedicati molto agli interventi contro il Gioco d’azzardo patologico, crede si possa fare di più a livello di informazione?

«La legge 9/2016 punta molto sulla prevenzione, grazie al potenziamento dei servizi sanitari dedicati alle dipendenze, all’avvio di campagne d’informazione mirate e all’attività di formazione e aggiornamento professionale rivolta ai gestori e al personale di sale gioco e locali che ospitano slot. I Comuni non hanno fatto altro che recepirne le direttive, ma devo dire che presso molti Enti Locali è già davvero grande la sensibilità verso le ludopatie. E’ vero, le campagne informative al riguardo sono insufficienti, andrebbero certamente potenziate per veicolare un messaggio corretto e capillare di tutela delle fasce della popolazione più deboli, ossia dove le ludopatie sono maggiormente diffuse».

Come giudica la scelta di erogare fondi statali per il contrasto al gioco patologico. Pensa siano sufficienti?

«La scelta può essere certamente utile, ripartendo in maniera proporzionata il denaro tra tutte le regioni. Come ho già detto, bisogna destinarlo a campagne mirate di informazione chiara e ben strutturata sui rischi che si corrono col gioco d’azzardo patologico, coinvolgendo nella formazione gli stessi operatori».

Crede si possa fare qualcosa per le centinaia di persone che hanno perso il posto di lavoro dopo la chiusura di moltissime attività che operavano nel gioco legale sul territorio piemontese?

«A livello regionale bisogna intervenire in maniera sollecita con il tavolo di confronto che ho menzionato prima: la tutela dei posti di lavoro deve essere la priorità, con una “task force” dedicata proprio a questo tema e partecipata da tutti gli attori del mondo del gioco d’azzardo: esercenti, figure tecniche, istituzioni coinvolte. Lavoro e salute sono le due priorità delle politiche pubbliche, non possono essere messe in contrapposizione».