sambaldi
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(Jamma) – “Il tema è ancora al centro del dibattito pubblico e le chiusure di sale giochi e le infiltrazioni criminali sono tra gli argomenti più veicolati sui mezzi di comunicazione. Resta il fatto che la tanto attesa riforma del gioco non arriva mai”. E’ quanto scrive l’avvocato Chiara Sambaldi, che dirige l’Osservatorio Giochi, Legalità e Patologie dell’Eurispes, dal nome “Italia in Gioco”.

“Soltanto un intervento organico, che contemperi gli interessi pubblici e quelli privati può aprire ad una nuova era del gioco pubblico, più condivisa e meno conflittuale, improntata ad una responsabilità che sino ad oggi è solo rimbalzata di qua e di là. Ecco un breve sguardo di contesto.

Il governo ha faticosamente condotto il confronto con le Regioni e gli enti locali, conclusosi con l’intesa raggiunta in Conferenza Unificata il 7 settembre scorso. Per la prima volta nella storia del comparto è stato deciso: di ridurre l’offerta di gioco tramite apparecchi; di dimezzare in tre anni i punti di gioco (ovvero gli esercizi pubblici che lo offrono); di innalzare il livello qualitativo dell’offerta attraverso la qualificazione degli stessi punti di gioco, che dovranno essere tutti certificati, mentre gli apparecchi andranno sostituiti con altri più evoluti e controllabili da remoto; di implementare i controlli e le misure finalizzate a prevenire degenerazioni patologiche ed illegali.

Da allora, però, l’unico passo compiuto è stato quello di ridurre l’offerta. Il clima di persistente contrapposizione istituzionale impedisce di fare tutto il resto.

Le Regioni e gli enti locali – spiega Sambaldi – sono da tempo impegnati a contrastare la diffusione del gioco, con il fine della tutela della salute pubblica, tramite restrizioni orarie dell’offerta e lo strumento del “distanziometro metrico” previsto per preservare i frequentatori dei cosiddetti “luoghi sensibili” (scuole ed ospedali, ma anche bancomat e compro oro). Misure che si continuano a varare, anche se non vi è alcun riscontro scientifico che tali provvedimenti riescano effettivamente a contrastare la dipendenza da gioco (invero, secondo un orientamento, le misure anzidette potrebbero essere addirittura controproducenti). Vengono programmate poi, seppure a fatica ed in modo timido e disomogeneo sul territorio, iniziative per prevenire i rischi connessi al gioco con vincita in denaro. Queste sì, in particolare se rivolte alle giovani generazioni, in grado di sensibilizzare ed incidere in modo positivo, attraverso l’informazione, la conoscenza e la creazione di consapevolezza.

Se centro e periferie, nonostante l’intesa raggiunta, continuano a procedere su binari paralleli e conflittuali, viene meno il presupposto di un intervento organico, serio e responsabile, che è ormai indispensabile.

Sul piano operativo socio-sanitario, le misure di tutela della salute della popolazione rispetto al “disturbo da gioco d’azzardo” (patologia inclusa nei livelli essenziali di assistenza) debbono essere approntate dai Servizi pubblici territoriali che, talora con risorse insufficienti, si trovano a fronteggiare una dipendenza “senza sostanza” complessa e bisognosa di un approccio multidisciplinare. Il mondo dell’associazionismo – aggiunge l’avvocato – si affianca e sopperisce in particolare attraverso campagne di sensibilizzazione ma anche con percorsi di cura e riabilitazione delle persone affette dalla patologia.

Le imprese del settore hanno ormai digerito la riduzione dell’offerta di gioco legale decisa dal Governo e attendono certezze e regole per riposizionarsi in un mercato che resta competitivo, grazie anche ad una significativa e crescente componente internazionale. Nel frattempo, continuano a difendersi dalle normative locali ritenute eccessivamente restrittive a tal punto da radiare il gioco legale dai territori urbani, per la difficoltà se non impossibilità oggettiva di trovare una collocazione ad un’offerta comunque autorizzata dallo Stato.

Si pone infatti, sempre e comunque, un’esigenza di proporzionalità della restrizione imposta all’attività di impresa rispetto all’interesse prevalente da tutelare, senza considerare che le limitazioni dell’offerta di gioco in “rete fisica” (punti di gioco) possono peraltro, come rilevato da illustri osservatori, facilitare lo spostamento della domanda di gioco verso circuiti illegali e non controllabili, in grado di sfruttare le possibilità offerte dalla tecnologia per il perfezionamento di giocate e scommesse tramite server posti all’estero.

Ecco, quindi, che il prossimo governo, dopo le sconfitte e i ritardi accumulati negli ultimi anni, non potrà sottrarsi ancora alla responsabilità di decidere nel rispetto delle sfere di competenza e, pertanto, condividere con le Regioni e gli enti locali i percorsi di regolamentazione per il miglior contemperamento degli interessi coinvolti.

Le imprese di settore, seppur in un clima di conflittualità tra i livelli della filiera, potrebbero rafforzare la propria posizione, sia nel dibattito pubblico che nell’interlocuzione istituzionale, concertando linee di azione e di difesa in seno ad associazioni di categoria e federazioni rappresentative di interessi solo apparentemente inconciliabili. La “multicanalità”, la fusione tra retail e online, che orientano le politiche commerciali, vanno in questa direzione.

È il tempo dell’unione, su tutti i fronti, per avviare in modo costruttivo una nuova fase di vita del settore e per “pretendere” un interlocutore istituzionale che decida e non temporeggi” conclude Sambaldi.

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