La lenta ripresa delle PMI italiane aveva esaurito la spinta già prima dell’epidemia. Nel 2019 la natalità è tornata a calare, il numero di PMI fallite è risultato di nuovo in aumento e i tassi di crescita dei ricavi si sono più che dimezzati. Su queste tendenze si è innestata l’emergenza sanitaria da Covid-19, che avrà un impatto senza precedenti sui conti delle PMI, sulla liquidità e sul grado di rischio economico-finanziario. Sarà indispensabile, da un lato, garantire risorse finanziarie alle imprese per superare il 2020; dall’altro, agganciare una ripresa solida, che consenta alle PMI di ripagare i debiti accumulati e ripartire di slancio. Per questo è necessario sostenere i processi di investimento, di riorganizzazione produttiva e occupazionale, soprattutto per quanto riguarda le PMI, che sono più esposte al rischio di chiusura e quindi alle perdite occupazionali indotte dagli effetti del Covid-19, in particolare nel Mezzogiorno

Una fotografia a tinte fosche quella scattata dal nuovo Rapporto Regionale PMI 2020, realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno che, in un’unica pubblicazione, integra le evidenze presentate negli anni scorsi nel Rapporto PMI Mezzogiorno e nel Rapporto PMI Centro-Nord.

Il volume di quest’anno si arricchisce di un capitolo di analisi sugli impatti che il Covid-19 ha determinato sui sistemi territoriali e regionali di PMI, nonché di una sezione dedicata alla ricognizione e all’approfondimento delle misure messe in campo sia a livello europeo che nazionale per fronteggiare l’emergenza. A completare il tutto, una monografia sui potenziali effetti della Tassonomia UE per la Finanza Sostenibile, con un focus sulla capacità delle nostre imprese di sostenere gli investimenti necessari alla riconversione e sull’impatto delle nuove norme a livello territoriale.

L’oggetto dell’analisi è lo stato di salute di 156 mila società italiane che, impiegando tra 10 e 249 addetti, rientrano nella definizione europea di piccola e media impresa e costituiscono l’ossatura della nostra economia. Con più di 93 mila società (53 mila nel Nord-Ovest e 40 mila nel Nord-Est), il Nord è l’area con la maggiore concentrazione di PMI, comunque molto presenti anche nel Centro Italia (32 mila) e nel Mezzogiorno (31 mila). Questo aggregato produce un valore aggiunto pari a 224 miliardi di euro: il 39% è prodotto da PMI localizzate nel Nord-Ovest, il 28% nel Nord-Est, il 18% del Centro e il restante 15% del Mezzogiorno.

La ripresa aveva esaurito la sua spinta prima del Covid, senza però intaccare il rafforzamento della struttura finanziaria delle PMI

Il Rapporto indica una frenata delle PMI ancora prima del Covid. I dati di consuntivo mostrano infatti che già nel 2018 la ripresa delle PMI, in corso dal 2013, aveva perso slancio in tutto il Paese. Il fatturato è cresciuto del 4,1% in termini nominali (dal 4,4% dell’anno precedente), con le stime per i bilanci che indicano per il 2019 tassi più che dimezzati (1,3% a livello nazionale). La redditività netta, dopo il picco del 2017 (11,7% in termini di ROE), è scesa nei due anni successivi, perdendo sette decimi nel 2018 (11%) e 1,7 punti nel 2019 (9,3%). Alla fine del 2019, la redditività netta delle PMI del Nord è scesa al 9,6%, circa un punto in più rispetto a quella delle PMI dell’Italia Centrale (8,7%) e un punto e mezzo in più rispetto a quella del Mezzogiorno (8,1%). Anche i dati relativi alla demografia di impresa indicano che la ripresa si è arrestata nel 2018, per quanto riguarda sia le nascite di nuove aziende (-5,8% tra 2019 e 2018), sia le uscite dal mercato, con un aumento del 12,4% dei fallimenti e dell’1,7% delle liquidazioni volontarie. La tendenza negativa riguarda soprattutto il Nord-Est (+19% i fallimenti e +24% le liquidazioni).
La congiuntura più debole non ha tuttavia intaccato il processo di rafforzamento dei fondamentali finanziari delle PMI, che ormai prosegue da molti anni e che riguarda tutta l’Italia. Le PMI hanno rafforzato il capitale netto a ritmi decisamente più sostenuti dei debiti finanziari (+8,5% contro 2,2%), con una dinamica più intensa nel Nord (+8,8% nel Nord-Est e +9% nel Nord-Ovest) rispetto alla crescita comunque vivace delle PMI che hanno sede nel Centro (+7,2%) e nel Mezzogiorno (+7,3%). Nel periodo post-crisi (2018-2007), la capitalizzazione delle società analizzate è cresciuta del 77% nel Nord-Est, del 66% nel Nord-Ovest, del 51% nel Centro e del 44% nel Mezzogiorno. L’effetto è stata una forte riduzione del peso dei debiti finanziari in rapporto al capitale netto, sceso nel 2018 al 63% (dal 66% del 2017 e dal 116% del 2007), ma con divari territoriali che rimangono evidenti (i debiti finanziari sono il 61% del capitale netto delle PMI del Nord-Est, il 62% di quelle del Nord-Ovest contro il 76% nel Centro e il 79% nel Mezzogiorno).

Gli impatti del Covid-19 sulle PMI e le esigenze di policy

La maggiore solidità finanziaria acquisita in precedenza non sarà però sufficiente a reggere l’urto del Covid-19, uno shock mai avvenuto prima per le PMI italiane, che potrebbe trasformarsi in una recessione lunga e con conseguenze sociali difficilmente sostenibili, nel caso di un sensibile aumento dei fallimenti e della perdita netta di capacità produttiva. In base al modello predittivo di Cerved, si calcola che le PMI italiane contrarranno il fatturato del 12,8% nel 2020, con un rimbalzo nel 2021 dell’11,2%, insufficiente per ritornare ai livelli del 2019. Nel complesso, questo si tradurrà in una perdita di 227 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21 rispetto a uno scenario tendenziale di lenta crescita delle vendite. Nell’ipotesi pessimistica, in caso di nuove ondate del Covid-19, il calo dei ricavi è stimato a -18,1% per l’anno in corso (+16,5% nel 2021), con minori ricavi che sfioreranno i 300 miliardi di euro per le PMI analizzate nel biennio di previsione. L’impatto del Covid-19 sui territori dipenderà fortemente dalla specializzazione settoriale: le previsioni sono di shock maggiori per i settori più penalizzati dalle norme sul distanziamento sociale, dalla riduzione della mobilità, dagli effetti sul commercio internazionale (-51% per i trasporti aerei). Allo stesso tempo, per un gruppo ristretto di settori si ipotizza un aumento delle vendite durante l’emergenza (+35% per il commercio on line e +17% per i dispositivi medici). Si stimano cali importanti in tutto il Paese, con effetti negativi leggermente più contenuti nelle regioni del Mezzogiorno, che beneficiano della maggiore presenza di imprese in settori anticiclici o essenziali, che non hanno dovuto chiudere la propria attività durante la fase di lockdown. Il fatturato 2020 è previsto in calo dell’11,5% per le PMI del Sud (16,3% nello scenario pessimistico), del 13% nel Centro (16,7%) e nel Nord-Ovest (16,9%), del 13,2% nel Nord-Est (17,4%). Gli impatti sulla redditività delle PMI si stimano molto pesanti nel 2020 (-40% dei margini lordi rispetto al 2019), con differenze di pochi punti percentuali tra le regioni esaminate. Anche dopo il previsto rimbalzo del 2021, i margini rimarranno inferiori di quasi dieci punti rispetto ai livelli del 2019. Le conseguenze sulla redditività netta saranno ancora più consistenti e questa dinamica riguarderà tutto il Paese. Nel 2021, poi, per molte regioni la redditività netta risulterà dimezzata rispetto ai livelli pre-Covid. Un’analisi condotta sui bilanci delle PMI simula l’evoluzione del cashflow e indica che più di un terzo delle 156 mila società analizzate (60 mila unità secondo lo scenario base e 70 mila in caso di una nuova ondata di contagi dopo l’estate) potrebbero entrare in crisi di liquidità nel corso del 2020 per effetto del Covid-19. Per superare questa fase, sono necessarie iniezioni di liquidità tra i 25 e i 37 miliardi di euro, che potrebbero sostenere queste PMI ed evitare costi sociali molto importanti (1,8 milioni di lavoratori sono impiegati in PMI con potenziali problemi di liquidità).

Gli indicatori che sintetizzano la probabilità di default delle imprese evidenziano un netto aumento della rischiosità delle PMI, con una quota di società a maggiore rischio di insolvenza che, secondo il Cerved Group Score, potrebbe aumentare dall’8,4% al 13,9%; in caso di recidive del contagio, la quota potrebbe arrivare al 18,8%. Per effetto di fondamentali più fragili, il divario in termini di rischio delle regioni del Centro-Sud con il resto del Paese si amplierebbe ulteriormente: in uno scenario pessimistico, sarebbero classificate come rischiose il 26% delle PMI meridionali (una quota che arriva al 64,4% considerando anche quella delle vulnerabili) e il 22,9% di quelle del Centro (58,7%), contro percentuali pari al 14,2% (42,6%) nel Nord-Est e al 14,8% nel Nord-Ovest (43,8%). I dati indicano che, al termine di questa fase “emergenziale”, la forbice tra le PMI del Nord e quelle del Sud è destinata ad aumentare. Alla fine della crisi, gli squilibri regionali potrebbero ulteriormente ampliarsi: in sostanza, l’emergenza sanitaria dovrebbe produrre maggiori effetti sui conti economici delle PMI che operano nel Nord, ma lasciare ferite più profonde nel Mezzogiorno, in termini di struttura finanziaria e di capacità di rimanere sul mercato.

È quindi necessaria una decisiva svolta di policy. Una vera ripartenza è attesa nei prossimi mesi e dovrebbe considerare la prosecuzione (quanto meno degli effetti) delle misure a sostegno della liquidità delle imprese adottate nei mesi scorsi. Interventi che, oltre a promuovere gli investimenti, siano auspicabilmente anche di carattere strutturale, capaci di affrontare i nodi e le criticità della dimensione d’impresa in una logica di politica industriale e di coesione territoriale, rilanciando l’economia del Paese.