Quanta confusione attorno al decreto Dignità e a quell’articolo 9 su cui, tutti senza distinzione, hanno qualcosa da dire. Per il ministro, nonché vicepremier, Di Maio il provvedimento rappresenta la fine del gioco d’azzardo, qualche volta quella della pubblicità ai giochi, e in molti casi la mannaia su, rispettivamente, la lobby dell’azzardo, la criminalità organizzata, e le multinazionali con sede nei paradisi fiscali dove alternano la loro attività tra loschi affari e riciclaggio.

Peccato dover constatare che tutti i sostenitori del vicepremier, e del suo fedele gruppo di collaboratori, nell’elencare le ragioni del divieto totale di pubblicità al gioco legale, dimentichino di specificare che questo governo non ha nessuna intenzione di eliminare il gioco a vincita, semplicemente perché dalle entrate erariali che lo stesso garantisce dipende anche la sostenibilità degli interventi che oggi pochi hanno il coraggio di definire pura, ma efficace, propaganda.

Detto questo proprio oggi un autorevole quotidiano economico come ItaliaOggi riporta un articolo a firma del sociologo Maurizio Fiasco nel quale si dice che l’abolizione della pubblicità “eleva la soglia di accesso popolare ai botteghini, alle sale da gioco e ai corner di scommesse”. Ben vengano quindi i divieti sulla pubblicità al gioco lecito “in analogia con l’ormai metabolizzato complesso di norme limitative dell’uso del tabacco, dei superalcolici e di altri generi di consumi ‘impattanti’ sulla salute e sulla vita cittadina”. Va detto, per chiarezza, che sulla pubblicità al gioco lecito il legislatore è già intervenuto con una serie di indicazioni e divieti che non stiamo qui a riassumere ma che, per onestà intellettuale, altri dovrebbero citare per non trarre in inganno chi potrebbe essere portato a pensare ad un vero e proprio far west, rispetto all’approccio più severo su altri ‘consumi’. Se fumo e gioco devono essere ‘affiancati’ in termini di soluzioni di intervento per contrastarne la diffusione, è quanto meno necessario ricordare che, a fronte di importanti misure di disincentivazione all’uso, la percentuale di prevalenza del fumo (dati Doxa) è passata, tra il 2007 e il 2017, dal 23,5% al 22,3%. Come lo stesso Istituto Superiore di Sanità osserva le misure e le strategie per ridurre l’incidenza del tabagismo in Italia sono state molteplici, con esiti più o meno riusciti, e comunque non riconducibili unicamente al divieto di pubblicità. Pensare di abolire la pubblicità, diretta e indiretta, per eliminare il gioco d’azzardo, è una affermazione che può funzionare come slogan (e a quanto pare funziona) , ma non certo come azione o strategia nazionale. Se è vero, come si legge nell’articolo del professor Fiasco, che la “pubblicità banalizza la scelta del consumare l’azzardo e nasconde il rilievo di un rischio”, con assoluto certezza possiamo dire che impedire ogni forma di comunicazione colpendo in particolar modo l’accesso al gioco online non impedirà in alcun modo di accedere ad offerte di gioco non autorizzate. Semmai la questione è cercare di capire le ragioni della scelta di una offerta di gioco, soprattutto se illegale, e sulla base di queste informazioni pensare ad azioni e strategie di intervento. Lo conferma la ricerca pubblicata in questi giorni della ricercatrice australiana Sally M. Gainsbury , vero e proprio riferimento per chi si occupa a vario titolo di gioco d’azzardo e nota soprattutto agli esponenti dei vari movimento italiani no-slot e anti-azzardo. La dottoressa Gainsbury riconosce che le politiche sul gioco d’azzardo su Internet, sebbene inizialmente restrittive, recentemente sono state orientate verso una liberalizzazione, in parte riconoscendo le difficoltà nel limitare l’accesso ai siti offshore. Del resto l’accesso ai siti offshore (quelli che operano senza una licenza locale) rappresenta un problema, dal momento che questi potrebbero non offrire adeguate tutele e garanzie al consumatore, e ovviamente non contribuiscono alle entrate erariali. La ricerca dimostra che gran parte degli abituali giocatori online preferiscono i siti di gioco d’azzardo offshore (ovvero non autorizzati ) e appaiono in gran parte indifferenti allo status di regolamentazione, nonostante una preferenza generale per i siti nazionali. Ciò indica che i siti offshore offrono un prodotto competitivo che non viene replicato da siti nazionali e che i giocatori non sono seriamente interessati a sapere se hanno o meno una licenza. Il gioco d’azzardo offshore sembra essere principalmente correlato al coinvolgimento intenso del gioco d’azzardo in termini di frequenza e diversità di attività, e i giocatori d’azzardo offshore sono più propensi a privilegiare elementi come l’esperienza di gioco e le percentuali di pagamento . I giocatori d’azzardo offshore, cosa non trascurabile, sembrano essere quelli più a rischio di gioco patologico. Ragione per cui è quanto mai importante comprendere il comportamento dei consumatori, inclusa la percezione dei rischi e dei benefici percepiti, per capire come pensare a politiche efficaci di regolamentazione del gioco. Nella ricerca si fa riferimento ad interventi come il blocco dei siti (intervento di dubbia efficacia) ma anche della regolamentazione della pubblicità e delle campagne di comunicazione. Dalla ricerca emerge che oltre il 52% degli intervistati ha giocato su siti non autorizzati, che sono generalmente benestanti ed istruiti. La maggior parte di loro non pensa che una liberalizzazione dell’offerta li porterebbe a giocare di più anche perché possono già accedere a tutte le forme di gioco d’azzardo attraverso siti offshore. Quanto poi alla pubblicità, secondo la ricerca, eventuali interventi normativi, come limitazioni e aperture, dovrebbero considerare attentamente la tipologia di pubblicità, compresi gli incentivi da offrire a titolo di bonus o altro. Come si dice in questi casi, saranno i posteri a dirci le davvero il divieto di pubblicità ha ridotto la spesa degli italiani per il gioco d’azzardo (compresa l’offerta illegale) ma una cosa è certa: l’online ( quello non autorizzato) , già ringrazia. mc

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