“Il provvedimento impugnato risulta esercizio doveroso e vincolato dell’attività di controllo di spettanza comunale”. Così i giudici del TAR di Lecce hanno respinto il ricorso di un esercente di Otranto avente ad oggetto la diffida all’esercizio dell’attività di scommesse sportive in quanto non rispetta la distanza minima di 500 mt dai luoghi sensibili. Va precisato che la regolamentazione del Comune si rifà alla legge regionale. 

La vicenda vede protagonista il titolare di un punto scommesse che ha aderito alla sanatoria e che successivamente alla adesione alla sanatoria si è vista riconoscere dall’ADM il titolo autorizzatorio ma che poi è stato revocato in base all’asserita violazione della distanza di 500 metri.

Per i giudici del TAR “Tutte le censure prospettate dall’esponente sono infondate e vanno disattese.

Giova ricordare che l’art. 7 della L.R. Puglia 43/2013 prevede che: “1. L’esercizio delle sale da gioco e l’installazione di apparecchi da gioco di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, emanato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, nonché ogni altra tipologia di offerta di gioco con vincita in denaro sono soggetti al regime autorizzatorio previsto dalle norme vigenti. 2. Fuori dai casi previsti dall’articolo 110, comma 7, del r.d. 773/1931, l’autorizzazione all’esercizio non viene concessa nel caso di ubicazioni in un raggio non inferiore a cinquecento metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette. L’autorizzazione è concessa per cinque anni e può essere chiesto il rinnovo dopo la scadenza. 3. Per le autorizzazioni esistenti il termine di cinque anni decorre dalla data di entrata in vigore della presente legge”.

“Osserva il Collegio che la sentenza della Corte Costituzionale n. 108/2017 già citata, ha evidenziato che la legge regionale 43/2013 non ha in alcun modo invaso le competenze statali relative alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, come asserito da parte ricorrente, ma persegue finalità di carattere socio-sanitario proprie della materia di legislazione concorrente «tutela della salute».

In particolare, nella decisione in esame si legge che: “il legislatore pugliese non è intervenuto per contrastare il gioco illegale, né per disciplinare direttamente le modalità di installazione e di utilizzo degli apparecchi da gioco leciti e nemmeno per individuare i giochi leciti: aspetti che – come posto in evidenza dalle citate sentenze n. 72 del 2010 e n. 237 del 2006 – ricadono nell’ambito della materia «ordine pubblico e sicurezza», la quale attiene alla prevenzione dei reati ed al mantenimento dell’ordine pubblico, inteso quale «complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge la civile convivenza nella comunità nazionale» (tra le altre, sentenze n. 118 del 2013, n. 35 del 2011 e n. 129 del 2009). Il legislatore regionale è intervenuto, invece – come già anticipato – per evitare la prossimità delle sale e degli apparecchi da gioco a determinati luoghi, ove si radunano soggetti ritenuti psicologicamente più esposti all’illusione di conseguire vincite e facili guadagni e, quindi, al rischio di cadere vittime della “dipendenza da gioco d’azzardo”: fenomeno da tempo riconosciuto come vero e proprio disturbo del comportamento, assimilabile, per certi versi, alla tossicodipendenza e all’alcoolismo. La disposizione in esame persegue, pertanto, in via preminente finalità di carattere socio-sanitario, estranee alla materia della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, e rientranti piuttosto nella materia di legislazione concorrente «tutela della salute» (art. 117, terzo comma, Cost.), nella quale la Regione può legiferare nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale”.

La Corte ha altresì evidenziato che la norma regionale si muove su un piano distinto da quella del TULPS, in quanto “non mira a contrastare i fenomeni criminosi e le turbative dell’ordine pubblico collegati al mondo del gioco e delle scommesse, ma si preoccupa, «piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli», segnatamente in termini di prevenzione di «forme di gioco cosiddetto compulsivo» (sentenza n. 300 del 2011). In quest’ottica, la circostanza che l’autorità comunale, facendo applicazione della disposizione censurata, possa inibire l’esercizio di una attività pure autorizzata dal questore – come nel caso oggetto del giudizio principale – non implica alcuna interferenza con le diverse valutazioni demandate all’autorità di pubblica sicurezza”.

7. La predetta sentenza del Giudice della legittimità si rivela dirimente anche in relazione all’ulteriore censura del ricorrente che deduce la violazione dell’art. 7 comma 10 del D.L.158/2021.

Si legge, infatti, che “la riconducibilità della norma regionale in esame nell’ambito della materia «tutela della salute» non è, in effetti, contestabile. Il discorso è, tuttavia, diverso con riguardo alla valenza da attribuire all’evocata norma interposta di cui all’art. 7, comma 10, del d.l. n. 158 del 2012. Come rilevato anche dal Consiglio di Stato (sezione terza, sentenza 10 febbraio 2016, n. 579), dalla citata norma statale si ricava soltanto il principio della legittimità di interventi di contrasto della ludopatia basati sul rispetto di distanze minime dai luoghi “sensibili”, non anche quello della necessità della previa definizione della relativa pianificazione a livello nazionale. La pianificazione prefigurata dalla disposizione statale invocata come norma interposta non è, peraltro, mai avvenuta, non essendo stato emanato, malgrado il tempo trascorso, il decreto interministeriale che doveva definirne i criteri. Il che rende l’intero meccanismo inoperante, non potendosi ritenere che la mancanza di detto decreto paralizzi sine die la competenza legislativa regionale (al riguardo, sentenza n. 158 del 2016)”.

Devono essere disattese anche le censure con cui la ricorrente deduce che la diffida impugnata violerebbe il principio di tipicità dei provvedimenti amministrativi e l’art. 7 della L.R. 43/2013 che prevede l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, e che sarebbe viziata da eccesso di potere per carenza di istruttoria e travisamento dei fatti.

Si osserva innanzitutto che l’atto gravato non è la diffida del 4 giugno 2014 (mai impugnata e ormai divenuta definitiva), ma il diniego di annullamento in autotutela della stessa del 27 maggio 2015.

Inoltre, detto diniego è stato seguito dal provvedimento del 24 settembre 2015 di applicazione della sanzione amministrativa accessoria e di diffida a non esercitare l’attività di scommesse, impugnato con il ricorso per motivi aggiunti, che produce gli stessi effetti del primo.

Peraltro, per confutare le censure della ricorrente è sufficiente osservare che il requisito oggettivo e sostanziale della distanza minima dai cc.dd. “luoghi sensibili” per l’esercizio dell’attività è “connaturato” all’ubicazione del punto vendita e la relativa carenza non può che comportare l’inibizione della relativa attività.

Sicché il provvedimento impugnato risulta esercizio doveroso e vincolato dell’attività di controllo di spettanza comunale, ai sensi del combinato disposto dei commi 2 e 9 dell’art. 7 della Legge Regionale della Puglia n. 43/2013, in base al quale – per quanto di rilievo – “L’accertamento delle violazioni e l’applicazione delle sanzioni amministrative di cui ai commi 2…” (cioè, in materia di distanze dai “luoghi sensibili”) “… spettano al Comune territorialmente competente”. E tanto anche in applicazione analogica dell’art. 19, terzo comma, e dell’art. 21 della Legge 7 agosto 1990 n. 241 e ss.mm.ii..”