Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna (Sezione Prima) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno e Camera di Commercio Industria Agricoltura e Artigianato di Ravenna, in cui si chiedeva l’annullamento, previa sospensiva, del provvedimento interdittiva antimafia emesso da U.T.G. – Prefettura di Ravenna in data 12 dicembre 2017, con cui la società odierna ricorrente è stata ritenuta operatore economico per il quale esiste il pericolo di infiltrazione da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso.

Si legge: “Oggetto della controversia in esame è l’impugnativa, da parte di -OMISSIS- s.r.l. – società esercente attività di intrattenimento sala giochi nei locali ubicati in Comune di Cervia (…) – del provvedimento in data 12/12/2017 con il quale U.T.G. – Prefettura di Ravenna ha emesso, nei confronti della stessa, misura interdittiva antimafia ex art. 84, commi 3 e 4, 89 bis, 91, c. 6 e 94 del D. Lgs. n. 159 del 2011. La ricorrente chiede, inoltre, l’annullamento sia della determinazione con cui C.C.I.A.A. di Ravenna, a seguito dell’adozione della suddetta misura interdittiva, ha disposto il divieto per la società ricorrente di proseguire la propria attività di raccolta giochi non vietati dalla legge sia del provvedimento con il quale la Questura di Ravenna – sempre a seguito dell’adozione dell’interdittiva, ha disposto la revoca, con effetto immediato, della licenza di P.S. ex art. 88 T.U.L.P.S. a suo tempo rilasciata alla ricorrente per svolgere attività di raccolta giochi esercitata tramite apparecchi videoterminali.

A sostegno del ricorso, la società deducente evidenzia i seguenti motivi in diritto: violazione delle disposizioni di cui al D. Lgs. n. 159 del 2011 in tema di misure interdittive antimafia, in relazione sia ai parametri costituzionali di cui agli artt. 2, 3, 4, 13, 23, 24, 25, 27, 28, 35, 41, 42, 97, 101, 104, 111, 113 e 117 della Carta Cost; e agli artt. 1, 3, 4, 5, 7, 8, 9, 10, 21 bis, 22 e 24 L. n. 241 del 1990, eccesso di potere per erronea rappresentazione e valutazione degli elementi di fatto, illogicità e incongruità, carenza di motivazione. Nel dettaglio, la ricorrente non ritiene, anche alla luce degli evidenziati parametri costituzionali e alla disciplina relativa alla corretta instaurazione del contraddittorio procedimentale, che, nella specie, sussistessero i presupposti indicati dalla Legge per adottare l’informazione intedittiva antimafia. Gli accertati legami parentali esistenti tra i soci e amministratori delle società coinvolte evidenziati dall’Autorità prefettizia, risultano elementi in realtà del tutto insufficienti ed inidonei a validare il giudizio finale secondo cui la ricorrente è operatore economico soggetto al possibile condizionamento da parte di organizzazioni criminali di tipo mafioso. Secondo la ricorrente, nel caso in esame manca pure l’elemento indiziario delle frequentazioni, da parte degli amministratori della società, con altri soggetti di accertata appartenenza o contiguità ad associazioni di tipo mafioso. Manca anche la corretta individuazione e rappresentazione di fatti concreti dai quali emerga una situazione societaria tale da far ritenere che la ricorrente sia oggetto di possibile condizionamento da parte di tali sodalizi criminali. Inoltre, la Prefettura non ha evidenziato, a carico della -OMISSIS- s.r.l. o dei suoi soci, l’esistenza di condanne o comunque di determinazioni “sfavorevoli” da parte del Giudice penale, né tali soggetti risultano essere stati sottoposti a misure di prevenzione, né, infine, sempre a dire della ricorrente, risulta che la società ricorrente versi in situazioni di cointeressenza con altri operatori economici che, a loro volta, abbiano collegamenti diretti o indiretti con le suddette organizzazioni criminali. Inoltre, nessuno dei soggetti che compongono la compagine sociale risulta destinatario di provvedimento interdittivo antimafia. Con il secondo motivo la ricorrente evidenzia l’asserita insufficiente attività istruttoria espletata dalla Prefettura, vizio dal quale deriverebbe una distorta rappresentazione della realtà, non risultando in alcun modo che l’amministratore o i soci della ricorrente siano indiziati per la loro appartenenza a sodalizi malavitosi, nemmeno risultando in atti che le suddette persone abbiano contatti o siano contigui a soggetti pregiudicati. Sulla base di tali asseriti elementi mancanti o comunque privi di attualità e concretezza, la ricorrente censura il provvedimento impugnato per carenza di motivazione e di adeguata istruttoria. Con il terzo motivo, è segnalata l’insussistenza degli elementi indicati nell’art. 84, c. 4 alle lettere d) ed e) del D. Lgs. n. 159 del 2011, vale a dire l’asserita inesistenza, nella specie, di operazioni societarie poste in essere dalla ricorrente, quali la sostituzione degli organi sociali e/o del rappresentante legale o di transazioni commerciali aventi particolare valore economico o, infine, l’inesistenza di redditi di particolare entità in capo ad alcuno degli amministratori o dei soci, idonee ex lege per ritenere che l’impresa sia operatore economico soggetto a possibile condizionamento mafioso. Con il quarto motivo, la ricorrente rileva, in concreto, che la gravata misura interdittiva viola i fondamentali canoni amministrativi di adeguatezza e ragionevolezza, risultando essa provvedimento del tutto gratuito e sproporzionato rispetto agli elementi raccolti tramite un’attività istruttoria oggettivamente carente e insufficiente. Il quinto rilievo della ricorrente concerne l’asserita violazione delle norme sull’accesso, a suo dire avendo l’Autorità prefettizia procedente illegittimamente negato alla stessa la possibilità di accedere agli atti endo procedimentali istruttori adottati dalle diverse Forze di Polizia. Stessa violazione sarebbe stata commessa dalla Camera di Commercio di Ravenna, allorchè ha negato l’accesso agli atti camerali richiesti dalla ricorrente. Da ultimo, la ricorrente solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 84, c. 4, lett. d) ed e) del D. Lgs. n. 159 del 2011 per contrasto con i parametri costituzionali di cui agli artt. 6, 10, 15, 16, 17, 20, 41, 48, 52, 53 e 54 Cost., ritenendo la società ricorrente che “…le libere indagini svolte dal Prefetto non dovrebbero essere in toto sottratte al diritto di accesso. Il diritto di difesa presuppone, infatti, tra gli altri, il diritto alla contestazione del fatto ed il rispetto del principio del contradditorio nella formazione della prova…”.

Il Ministero dell’Interno, costituitosi in giudizio, chiede che il ricorso sia respinto, in quanto infondato.

Si è inoltre costituita in giudizio l’intimata Camera di Commercio di Ravenna, chiedendo la reiezione del ricorso, risultando il provvedimento camerale impugnato dalla ricorrente totalmente vincolato al presupposto provvedimento interdittivo adottato dalla Prefettura di Ravenna.

Il Collegio deve rilevare che il gravato provvedimento con il quale U.T.G – Prefettura di Ravenna ha adottato misura interdittiva antimafia nei confronti della società ricorrente è immune dai vizi di legittimità rassegnati nell’atto introduttivo del giudizio.

La misura impugnata è infatti supportata da sufficiente e congrua motivazione, che oggettivamente evidenzia, anche in esito all’ampia e approfondita istruttoria procedimentale svolta da Gruppo Interforze e dalle altre Forze di Polizia (tra le quali spicca, per rilevanza, nella specie, l’apporto fornito dalle Questure delle province di Forlì – Cesena e Ravenna), la permeabilità della struttura sociale dell’impresa ricorrente a pericoli di infiltrazione da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso. (…)

Il Collegio deve ulteriormente osservare che, a fronte del complessivo, consistente e rilevante quadro indiziario raccolto dall’Autorità procedente, risultano poco significativi e frammentari i motivi di ricorso diretti a contrastare, non già tale complessivo ed unitario quadro indiziario, bensì i diversi, singoli elementi che lo compongono, di cui la ricorrente erroneamente si duole anche con riferimento all’asserita mancata individuazione, da parte della Prefettura, delle ipotesi tipizzate quali indicate dal Codice Antimafia e quali enucleate dalla giurisprudenza amministrativa che si è occupata della legittimità delle informazioni interdittive antimafia. Il Collegio deve osservare, al riguardo, che è insussistente la violazione degli artt. 84, comi 3 e 4 del D. Lgs. n. 159 del 2011 rilevata dalla ricorrente, sia in quanto gli accertati rapporti economici e commerciali tra società, le compartecipazioni incrociate tra le stesse, e, più in generale, i plurimi intrecci societari riscontrati dalla Prefettura di Ravenna rientrano a pieno titolo tra gli elementi indicati nella suddetta disposizione, sia in quanto, in ogni caso, a validare le circostanze accertate ed evidenziate nel provvedimento impugnato, soccorre quanto disposto dall’art. 91, commi 5 e 6 dello stesso Codice Antimafia, laddove si riconosce all’Autorità prefettizia un ampio potere di indagine amministrativa mediante lo svolgimento di ulteriori e più approfonditi accertamenti anche su figure e situazioni non tipizzate al fine di desumere la sussistenza sulla base del principio generale del ‘più probabile che non’ del rischio del rischio di un condizionamento delle scelte e degli indirizzi dell’impresa.

In ultimo, il Tribunale ritiene di dovere ulteriormente osservare che, secondo quanto affermato dal consolidato indirizzo della giurisprudenza amministrativa in materia, non vi è necessità che la interdittiva antimafia debba essere motivata sulla base di condanne penali subite per reati di mafia da parte di amministratori o familiari di amministratori della società, con conseguente inconsistenza e comunque infondatezza anche della suddetta censura rassegnata in ricorso.

Si ritengono infine di fatto superate, nelle more del giudizio, in ragione della documentazione versata in atti dalle resistenti amministrazioni (prefettizia e camerale) e della omessa reiterazione degli stessi da parte della società ricorrente nei più recenti scritti difensivi, gli ultimi due rilievi concernenti la ritenuta violazione delle norme che consentono l’accesso agli atti del procedimento amministrativo, e, in particolare, agli atti del procedimento culminante con l’adozione della interdittiva antimafia.

Per le suesposte ragioni, il ricorso è respinto.

Le spese seguono la soccombenza ed esse sono liquidate come indicato nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia-Romagna, Bologna (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge. Condanna la società ricorrente, quale parte soccombente, al pagamento, in favore delle Amministrazioni resistenti, delle spese relative al presente giudizio, che si liquidano per l’importo onnicomprensivo di €. 4.500,00 (Euro quattromilacinquecento/00) oltre accessori di legge, di cui €. 3000,00 oltre accessori di legge in favore di Ministero dell’Interno ed € 1.500,00 (in favore di Camera di Commercio di Ravenna)”.