Con sentenza del 31/1/2020, la Corte di appello di Napoli, in riforma della pronuncia emessa il 9/2/2016 dal locale Tribunale, dichiarava non doversi procedere nei confronti di (…) quanto all’imputazione di cui al capo B), perché estinta per prescrizione, e rideterminava la pena con riguardo all’altra contestazione – art. 4, commi 1 e 4-bis, I. n. 401 del 1989 – nella misura di sei mesi e venti giorni di reclusione.

Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, chiedendo l’annullamento della decisione. Il ricorrente sarebbe stato condannato per una condotta ritenuta lecita dalla giurisprudenza comunitaria, che, dunque, si porrebbe in antitesi con la normativa italiana in materia; la sentenza, peraltro, non avrebbe steso alcuna effettiva motivazione sul punto, risultando dunque ulteriormente viziata.

Per la Cassazione “il ricorso risulta manifestamente infondato. Al riguardo, osserva innanzitutto il Collegio che – per costante e condivisa giurisprudenza di questa Corte – integra il reato previsto dall’art. 4, I. n. 401 del 1989, la raccolta di scommesse su eventi sportivi da parte di un soggetto che – privo della licenza di cui all’art. 88 r.d. 18 giugno 1931, n. 773 – compia attività di intermediazione per conto di un allibratore straniero privo di concessione. Tuttavia, poiché le autorizzazioni di polizia sono rilasciate unicamente ai titolari di una concessione, eventuali irregolarità commesse nell’ambito della procedura di rilascio di queste ultime vizierebbero anche quella volta al rilascio dell’autorizzazione di polizia, la cui mancanza non potrebbe perciò essere addebitata a soggetti che non siano riusciti ad ottenerla per il fatto che il rilascio di tale autorizzazione presuppone l’attribuzione di una concessione, di cui i detti soggetti non hanno potuto beneficiare in violazione del diritto dell’Unione. Ne consegue che, in mancanza della concessione e della licenza, per escludere la configurabilità della fattispecie incriminatrice occorre la dimostrazione che l’operatore estero non abbia ottenuto le necessarie concessioni o autorizzazioni a causa di illegittima esclusione dalle gare (Sez. 3, n. 40865 del 20/09/2012, Maiorana, Rv. 253367) o per effetto di un comportamento comunque discriminatorio tenuto dallo Stato nazionale nei confronti dell’operatore comunitario. In siffatti casi, il Giudice nazionale, anche a seguito della vincolante interpretazione data alle norme del trattato dalla Corte di giustizia CE, dovrà disapplicare la normativa interna per contrasto con quella comunitaria; ed infatti, non integra il reato di cui all’art. 4 in esame la raccolta di scommesse, in assenza di licenza, da parte di un soggetto che operi in Italia per conto di un operatore straniero cui la concessione sia stata negata per illegittima esclusione dai bandi di gara e/o mancata partecipazione a causa della non conformità, nell’interpretazione della Corte di giustizia CE, del regime concessorio interno agli artt. 43 e 49 del Trattato CE (Sez. 3, n. 28413 del 10/07/2012, Cifone, Rv. 253241; successivamente, tra le altre, Sez. 3, n. 37851 del 4/6/2014, Parrelli, Rv. 260944; Sez. 3, n. 12335 del 7/1/2014, Ciardo, Rv. 259293).

Sotto altro profilo, la sentenza Biasci, emessa dalla Corte di Giustizia UE, sez. 3^, in data 12 settembre 2013 nelle cause riunite C-660/11 e C-8/12, ha affermato che gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione. Tanto premesso in termini generali, rileva il Collegio che la doglianza in questa sede proposta – così come in fase di gravame – risulta palesemente generica e priva di un effettivo contenuto, lamentando che “normative europee” non meglio specificate, al pari di “giurisprudenza comunitaria” non precisata, si porrebbero in contrasto con la normativa interna in materia, non è dato sapere in quali termini.

Il ricorso, dunque, deve esser dichiarato inammissibile. Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende”.