Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno e Prefettura di Torino Ufficio – Territoriale di Governo, Questura di Torino, in cui si chiedeva per la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima) n. -OMISSIS-, resa tra le parti.

Si legge: “Con la sentenza appellata, il T.A.R. per il Piemonte ha respinto, previa riunione, i ricorsi proposti dalla ricorrente -OMISSIS- odierna appellante, avverso:

– l’informativa antimafia del Prefetto di Torino, Fasc. n. -OMISSIS-

– il decreto del Questore di Torino, Cat. -OMISSIS-, di revoca della licenza per l’attività di raccolta delle scommesse alla -OMISSIS-, impugnato con il ricorso n. -OMISSIS-.

Premesso che la controversia, nei limiti in cui è stata devoluta al giudice di appello, ruota intorno alla legittimità del provvedimento interdittivo (avendo la parte appellante ribadito in appello, avverso il consequenziale provvedimento di revoca della licenza, il solo vizio di invalidità derivata da quella asseritamente inficiante l’atto presupposto), va subito evidenziato che esso – e, quindi, il pericolo di condizionamento mafioso della società interdetta che ne è alla base – scaturisce, per un verso, dai rapporti (economici e non solo parentali) tra il suo amministratore e socio unico, sig. -OMISSIS-, ed il germano sig. -OMISSIS-, per altro verso, dal coinvolgimento di quest’ultimo in una indagine per fatti attinenti alla criminalità organizzata, tuttora sottoposti al vaglio dibattimentale del giudice penale.

Premesso altresì che la società appellante ha quale oggetto sociale l’esercizio di attività quali la fabbricazione, il commercio il noleggio, la gestione, la riparazione e la manutenzione di videogiochi, apparecchi e congegni elettronici di divertimento e intrattenimento nonché la commercializzazione e la gestione di agenzie per l’esercizio delle scommesse e di sale pubbliche da gioco, la ricostruzione del quadro indiziario posto dall’Amministrazione a fondamento della prognosi di permeabilità criminale della società interdetta si regge su due principali snodi motivazionali, inerenti da un lato alla figura del sig. -OMISSIS-, dall’altro alla relazione ravvisabile tra il suddetto ed il legale rappresentante e socio unico della società interdetta, sig. -OMISSIS-.

Dal primo punto di vista, la Prefettura ha posto in risalto i seguenti dati:

– -OMISSIS-, “già legale rappresentante e socio della società -OMISSIS-operante nell’ambito del medesimo settore commerciale della -OMISSIS- ed attinta da un’informazione antimafia interdittiva in data -OMISSIS-”, “è stato tratto in arresto in data -OMISSIS-nell’ambito del procedimento penale -OMISSIS- R.G. ed in esecuzione dell’ordinanza di applicazione di misura cautelare n. -OMISSIS-dal Tribunale – Sezione GIP di Reggio Calabria, in quanto ritenuto responsabile dei reati di associazione a delinquere ai sensi dell’art. 416, comma 1, c.p., aggravato dalla cd. mafiosità del fine di cui all’art. 7 del d.l. n. 203/1991, di esercizio abusivo di attività di gioco o scommesse, di cui all’art. 4 della legge n. 401/1989, dl truffa ex art. 640 c.p. e di trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori di cui all’art. 12 quinquies del d.l. n.306/1992, aggravato anch’esso ai sensi dell’art. 7 del d.l. n. 203/1991”;

– “il succitato procedimento penale è scaturito dalle indagini condotte nell’ambito della c.d. -OMISSIS-, che hanno permesso di accedere l’esistenza di un’associazione per delinquere di stampo mafioso con proiezione transnazionale, costituita da soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, che, avvalendosi di società estere di diritto maltese, ha esercitato abusivamente l’attività del gioco e delle scommesse sull’intero territorio nazionale, così riciclando ingenti somme di denaro provenienti da attività illecite. Attraverso la forza di intimidazione mafiosa, gli imprenditori impegnati nella gestione di sale giochi e scommesse venivano indotti ad installare i software o ad attivare i sistemi informatici necessari per permettere ai clienti di giocare sui siti gestiti dall’associazione criminale”;

– “in particolare è emerso come -OMISSIS-, all’epoca dei fatti legale rappresentante della società -OMISSIS- e socio con una partecipazione pari al 50% del capitale sociale, fosse il promotore della costituzione di società di comodo da inserire nell’articolata rete commerciale, a cui era stato affidato anche ruolo di “master” per la Regione Piemonte, responsabile, cioè, della diffusione commerciale dei siti e del brand dell’associazione, con il compito di affiliare nuove sale giochi e scommesse e gestire la successiva relazione operativa coni vertici dirigenziali mafiosi”;

– “in un eloquente passaggio del capo di imputazione contestato in concorso con altri soggetti a -OMISSIS- si legge che questi “al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e reinvestire i proventi di attività delittuose, agevolando così la commissione dei reati di cui agli arti. 648, 648 bis e 648 ter c.p., attribuiva in modo fittizio ad altri la titolarità delle attività economiche” tramite le quali operava l’organizzazione criminale, “ed i relativi profitti illeciti derivanti dalla raccolta illegale del gioco e delle scommesse ovvero da altri reati”. In relazione a tali fatti, gli inquirenti hanno contestato al predetto anche l’aggravante mafiosa, in quanto funzionale a consentire “l’infiltrazione occulta della ‘ndrangheta nel mercato dei giochi e scommesse a distanza ed il riciclaggio dei proventi derivanti dalle attività criminose dell’associazione”.

Dal secondo punto di vista, invece, l’Amministrazione ha evidenziato che “dalla consultazione dell’Archivio Ufficiale della C.C.I.A.A. di Torino è emersa la sussistenza di cointeressenze economiche tra -OMISSIS- e -OMISSIS- e finanche di qualificati collegamenti di tipo imprenditoriale tra le due società, che superano, per così dire doppiandolo, il mero vincolo familiare”.

A tal riguardo, la Prefettura di Torino ha posto l’accento sulle seguenti circostanze:

– entrambi “sono stati soci accomandanti della società -OMISSIS-cancellata per scioglimento in data 5 gennaio 2011, nella quale rivestiva la carica di socio accomandatario -OMISSIS-, figlio convivente di -OMISSIS-, attuale amministratore unico della -OMISSIS-”;

– “-OMISSIS- e -OMISSIS- sono stati altresì congiuntamente impegnati, con i ruoli rispettivamente di socio accomandatario e socio accomandante, nella conduzione delle società -OMISSIS-, al numero civico successivo a quello in cui è ubicata la sede legale della -OMISSIS-sino alla cancellazione per scioglimento avvenuta in data 28 dicembre 2010, ed al citato indirizzo, attuale residenza di -OMISSIS-, risulta avere risieduto nel 2015 anche il fratello -OMISSIS-”;

– “i fratelli -OMISSIS- sono stati inoltre coamministratori e paritariamente titolari del capitale sociale della società -OMISSIS-per fusione mediante incorporazione nella -OMISSIS-con la quale quest’ultima aveva in precedenza condiviso la sede legale”;

– “in data 23 maggio 2017 la -OMISSIS- risulta aver stipulato un atto di compravendita proprio in favore della -OMISSIS-ad ulteriore riprova della stabilità delle commistioni imprenditoriali intercorrenti tra i due fratelli”.

Dal compendio indiziario dianzi tratteggiato la Prefettura ha quindi tratto la conclusione che “il ramificato reticolo di rapporti economici e di compartecipazioni societarie esistente tra -OMISSIS- e -OMISSIS- induce ragionevolmente a ritenere che l’attività economica del primo sia inevitabilmente intrecciata con quella del secondo e che, pertanto, possa essere da quest’ultimo illecitamente condizionata, soprattutto in considerazione della gravità e della peculiarità delle condotte ascritte a -OMISSIS-, maturate in un ambito imprenditoriale che coincide perfettamente con l’oggetto sociale della -OMISSIS-”.

Premesso che, con i motivi di ricorso, la società ricorrente sosteneva, in sintesi, che il rapporto tra -OMISSIS- e -OMISSIS- fosse di carattere esclusivamente parentale e che, dopo la caducazione dell’aggravante dell’agevolazione del metodo mafioso nei confronti del sig. -OMISSIS-, mancherebbero i presupposti legittimanti l’informazione antimafia, il giudice di primo grado, dopo aver richiamato le coordinate giurisprudenziali atte ad illuminare le direttrici lungo le quali condurre il sindacato giurisdizionale in subiecta materia ed i passaggi motivazionali del provvedimento interdittivo, come innanzi riportati, ha evidenziato, in senso contrario e reiettivo, che:

– “le plurime circostante di fatto evidenziate nel provvedimento in esame siano sufficienti a dimostrare che il rapporto tra -OMISSIS- e -OMISSIS-, come sostenuto dalla Prefettura (quest’ultima fa riferimento a un “ramificato reticolo di rapporti economici e di compartecipazioni societarie”), non sia solo di tipo parentale come sostiene la ricorrente ma che l’attività economica del primo sia intrecciata con quella del secondo”;

– “il giudizio prognostico operato dalla Prefettura di Torino circa la sussistenza del rischio di permeabilità della -OMISSIS– all’infiltrazione mafiosa non risulta essere fondato, come sostenuto dalla ricorrente, su mere presunzioni o su provvedimenti già riformati dall’autorità giudiziaria competente. Esso si basa invece sulla valutazione unitaria e complessiva degli elementi sintomatico-presuntivi sopra indicati”.

Mediante i motivi di appello viene dedotto, in sintesi, che:

– sia il T.A.R. che il Prefetto di Torino avrebbero omesso di evidenziare che: in data 18 febbraio 2016 la Corte di Cassazione, Sezione II, con provvedimento -OMISSIS-, ha annullato l’ordinanza di applicazione della misura cautelare nei confronti del sig. -OMISSIS-, con rinvio al Tribunale del Riesame di Reggio Calabria per nuovo esame; in data 11 aprile 2016 il Tribunale di Reggio Calabria, Sezione Riesame, ha riformato l’ordinanza, sostituendo la misura della custodia cautelare in carcere con quella dell’obbligo di dimora nel Comune di residenza; in data 19 aprile 2017 la Cassazione, Sezione VI, con sentenza n. 25510, in sede di nuovo ricorso dell’indagato, ha annullato anche la seconda ordinanza impugnata ed ha rinviato per nuovo esame al Tribunale di Reggio Calabria; in data 8 giugno 2017 il Tribunale di Reggio Calabria, Sezione Riesame, in ossequio alle considerazioni espresse dalla Corte di Cassazione, ha ritenuto che “non sussistono i gravi indizi di colpevolezza in ordine alla contestata aggravante di cui all’art. 7 della L.230/1991” ed ha annullato definitivamente il provvedimento impugnato;

– se in sede penale si è esclusa l’aggravante perché insussistente dal punto soggettivo, identico criterio deve essere applicato in sede amministrativa nei confronti dell’appellante;

– il rapporto tra -OMISSIS- e -OMISSIS- è di carattere esclusivamente parentale, mentre gli elementi di collegamento economico-imprenditoriale evidenziati dalla Prefettura non sono significativi e comunque privi di ogni carattere di attualità: in particolare, da quando, in data 23 maggio 2014, -OMISSIS- ha ceduto le quote al ricorrente, essi non potevano avere più nessuna quota in comune né condividere alcuna partecipazione, mentre, quanto alla vendita, da parte della -OMISSIS-, di una licenza di somministrazione bevande a favore della -OMISSIS-essa è avvenuta il 23 maggio 2017, quando -OMISSIS- non era amministratore e socio né della -OMISSIS-nè della -OMISSIS- (avendo venduto le quote il 21 novembre 2016).

Si oppone invece all’accoglimento dell’appello l’Amministrazione appellata.

I motivi di appello, ad avviso della Sezione, non sono meritevoli di accoglimento.

Iniziando dalle deduzioni intese a sostenere che il sig. -OMISSIS- non sarebbe più idoneo a veicolare alcun pericolo di condizionamento mafioso, avendo lo stesso giudice penale, con i suoi pronunciamenti cautelari, escluso la fondatezza della contestazione avente ad oggetto l’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152/1991, concernente i reati (in esso indicati) “commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo”, devono richiamarsi le articolate considerazioni formulate da questa Sezione con la sentenza n. -OMISSIS-, con la quale è stato accolto l’appello avente ad oggetto la sentenza del T.A.R. Piemonte n. 60/2019, di parziale accoglimento del ricorso proposto dalla società -OMISSIS- avverso l’informativa antimafia emessa nei confronti della stessa dal Prefetto di Torino in data -OMISSIS-, derivante dal coinvolgimento del suo ex socio e amministratore, sig. -OMISSIS-, nella indagine (poi sfociata in un processo) innanzi richiamata per reati cd. spia.

Con la predetta sentenza, invero, questa Sezione ha approfonditamente valutato l’incidenza delle pronunce del G.O. (in particolare, delle ordinanze della Corte di Cassazione n. -OMISSIS-), richiamate anche dall’odierna appellante, sulla tenuta del quadro indiziario di permeabilità al condizionamento mafioso della -OMISSIS-posto dall’Amministrazione a fondamento del provvedimento interdittivo emesso nei confronti di quest’ultima.

Con la medesima sentenza, in particolare, la Sezione ha evidenziato, in primo luogo, “la valenza non definitiva delle richiamate pronunce che esauriscono i propri effetti demolitori solo sul piano cautelare senza far venir meno, con la pretesa automaticità, l’imputazione elevata a carico del -OMISSIS-, tuttora sottoposta al vaglio del giudice dibattimentale (circostanza questa, dell’intervenuto rinvio a giudizio per gli addebiti suindicati, evidenziata nel corpo della stessa ordinanza prefettizia e non smentita dalla parte appellata) e qualificata dalla contestazione di delitti spia, evenienza questa contraddistinta in sé da valore indiziante, come fatto palese dalla piana lettura dell’articolo 84 comma 4 lettera a) che valorizza, tra gli altri, i provvedimenti dell’A.G. che dispongono il giudizio per taluno dei delitti spia ivi elencati”.

La Sezione ha quindi rilevato che “sotto distinto profilo, dirimente si rivela la circostanza che le richiamate pronunce non sconfessano affatto la ricostruzione fattuale posta a fondamento delle imputazioni elevate dall’organo di accusa, che viene, anzi, condivisa e convalidata.

In altri termini, la valenza neutralizzante che il giudice di prime cure ha inteso assegnare alle sopravvenute pronunce della Corte di Cassazione e del Tribunale del riesame deve ritenersi qui del tutto impropria in quanto i suindicati decisa non hanno posto in discussione la concludenza dimostrativa delle acquisizioni probatorie che innervano il giudizio di permeabilità mafiosa, decretando ad esempio la inesistenza degli elementi di fatto accertati, bensì sono intervenuti sul piano giuridico formale in relazione ad aspetti di interesse circoscritto all’ambito penalistico siccome riferiti, da un lato, alla coerenza intrinseca della contestazione ovvero all’elemento soggettivo del dolo. Da qui anche l’inconferenza delle annotazioni rese dall’organo dell’accusa su sollecitazione degli appellati e relative all’anticipazione, in via informale, del mutato punto di vista del P.M. su tale aspetto dell’imputazione elevata in sede penale.

7.3. Segnatamente, con una prima pronuncia, n. -OMISSIS-16, la Corte di Cassazione annullava con rinvio il provvedimento del Tribunale per il riesame di Reggio Calabria, per difetto di motivazione.

Di poi, a seguito del successivo provvedimento del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria del 11.04.16, la Suprema Corte è nuovamente intervenuta sui fatti qui in rilievo con la pronuncia n. -OMISSIS-, con la quale ha annullato, in parte qua, l’ordinanza impugnata “….per nuovo esame con riferimento all’affermata sussistenza della circostanza aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991, convertita dalla legge n. 203 del 1991”.

A tal riguardo, mette conto evidenziare, anzitutto, come la Corte abbia giudicato infondati “.. i motivi concernenti la configurabilità e sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di partecipazione, quale promotore ed organizzatore, all’associazione per delinquere indicata in contestazione”, all’uopo soggiungendo che ” deve ritenersi immune da vizi l’affermazione del Tribunale secondo cui il -OMISSIS- ha avuto un ruolo organizzativo nell’associazione per delinquere capitanata dal -OMISSIS-, non solo perché responsabile di un’area territoriale nella quale era insediate più agenzie che svolgevano illegalmente l’attività di intermediazione di scommesse e giocate, o perché legato ad esponenti di primo piano del sodalizio illecito, come l’avvocato -OMISSIS-, con i quali intratteneva rapporti continui, ma soprattutto perché, come risultava ben chiaro a costoro e ad altri sodali di rilievo, quale il -OMISSIS-, era fornito ed esercitava poteri decisionali in ordine alle strategie del gruppo criminale anche al fine di contenere i rischi di controlli da parte delle forze dell’ordine e di sequestri da parte dell’Autorità giudiziaria”.

7.4. Ferma, dunque, restando la convalida dell’imputazione di fondo, la Suprema Corte ha circoscritto il proprio intervento demolitorio relativamente all’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991, convertito dalla legge n. 203 del 1991 che, nella stessa ricostruzione offerta dal giudice di legittimità, era stata contestata nella sua dimensione agevolativa e finalistica e poi estesa in relazione alle modalità “mafiose” della condotta.

7.5. Segnatamente, rispetto alla manifestazione dell’aggravante in argomento che impinge nelle modalità “mafiose” della condotta la Corte si è limitata a rilevare che “…è incompatibile con la fattispecie della partecipazione ad associazione per delinquere cd. semplice”.

Non è, dunque, negato in sé l’utilizzo della metodologia criminale che qualifica una condotta come mafiosa, vale a dire “la forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”, ma viene rilevata l’incompatibilità per ragioni di tipo giuridico-formale tra la contestazione dell’aggravante di cui all’articolo 7 del d.l. n. 152 del 1991 e lo schema dell’associazione a delinquere semplice di cui all’articolo 416 c.p. e ciò in considerazione del rapporto di specialità che intercorre tra la prima fattispecie associativa, prevista e punita dall’articolo 416 c.p., e quella di tipo mafioso, di cui all’articolo 416 bis c.p.

7.6. Orbene, rileva il Collegio che i rilievi mossi dalla Suprema Corte esauriscano i propri effetti censori sul piano giuridico formale della coerenza intrinseca dell’imputazione formulata in sede penale senza però fornire smentita, in punto di fatto, alla ricostruzione che qualificava la condotta associativa in termini di metodologia mafiosa, di talchè già sotto tale primo profilo, e contrariamente a quanto ritenuto dal TAR, alla pronuncia in argomento non avrebbe dovuto assegnarsi, con la pretesa automaticità, una valenza decisiva.

7.7. E lo stesso è a dirsi rispetto all’ulteriore statuizione della Suprema Corte che attiene all’aggravante ex art. 7 del d.l. n. 152 del 1991 nella sua dimensione agevolativa di un’associazione di tipo mafioso.

In tale distinta prospettiva, il giudice di legittimità ha giudicato carente, dal punto di vista dell’elemento soggettivo del cd. dolo specifico, l’accertamento, a carico del -OMISSIS-, di una cosciente finalizzazione della condotta in addebito a tali specifiche finalità agevolative.

7.8. La Corte, sul punto, ha, innanzitutto, dato atto dell’esistenza di orientamenti giurisprudenziali (della medesima Corte di Cassazione) nettamente differenziati quanto ai criteri soggettivi di imputazione della suindicata circostanza di reato, mostrando di voler propendere per l’orientamento suesposto, maggiormente garantista, che, assegnando ad essa natura soggettiva, presuppone una valutazione distinta per ciascun compartecipe riservando l’applicazione dell’aggravamento di pena ai soli concorrenti che abbiano avuto univoca consapevolezza della finalizzazione agevolatrice della condotta antigiuridica a vantaggio di un sodalizio mafioso. In altri termini, la Corte ha ritenuto che “Una volta rilevato che l’aggravante dell’agevolazione mafiosa ha natura soggettiva e non oggettiva, sembra corretto inferire che la stessa non è applicabile a tutti i concorrenti solo perché uno di essi ha agito con la finalità di favorire un sodalizio riconducibile al paradigma dell’art. 416-bis cod. pen.”

7.9 Ancora una volta, rileva il Collegio, le sopra richiamate osservazioni censoree della Suprema Corte si dipanano lungo crinali che esauriscono la loro valenza in ambito penalistico e che, viceversa, ai fini qui in rilievo, non sono affatto dirimenti.

Nell’economia della decisione in commento non risulta, infatti, messa in discussione l’attitudine in sé delle condotte di reato accertate a realizzare la finalità di agevolazione di consorterie mafiose ma solo la chiara ed univoca consapevolezza che il -OMISSIS- avesse di ciò con la conseguenza che il venir meno delle condizioni per l’applicazione al predetto dell’aggravante di pena non comportano anche, con la pretesa automaticità, il venir meno del contesto di strumentalità mafiosa in cui si inseriscono le sue condotte, non essendo, in punto di fatto, venuta meno l’ipotizzata connotazione agevolativa dei delitti contestati siccome volti a favorire ovvero facilitare l’attività di associazioni mafiose e, segnatamente, l’infiltrazione di un sodalizio mafioso nel settore dei giochi e delle scommesse, e, quindi, il reimpiego e riciclaggio dei proventi delle attività delittuose da esso consumate.

8. Sul punto, vanno richiamati i principi esposti in premessa sulla distinta prospettiva, rispetto a quella dell’accertamento di responsabilità penali, che guida l’applicazione della misura ablatoria qui in rilievo connotata da una chiara finalità di prevenzione e correlata a fattispecie di mero pericolo.

8.1. Non può dirsi, dunque, decisiva la mancanza rilevata dalla Cassazione di una prova univoca circa la sussistenza, in capo al -OMISSIS-, di quel peculiare coefficiente psicologico che incarna il dolo specifico per poter fare applicazione della contestata aggravante dell’articolo 7 del d.l. n. 152 del 1991.

8.2. E’ sufficiente notare che anche soggetti semplicemente conniventi con la mafia, per quanto non concorrenti, nemmeno esterni, con siffatta forma di criminalità, e persino imprenditori soggiogati dalla sua forza intimidatoria e vittime di estorsioni, sono passibili di informativa antimafia atteso che la mafia, per condurre le sue lucrose attività economiche nel mondo delle pubbliche commesse, non si avvale solo di soggetti organici o affiliati ad essa, ma anche e sempre più spesso di soggetti compiacenti, cooperanti, collaboranti, nelle più varie forme e qualifiche societarie, sia attivamente – per interesse, economico, politico o amministrativo – che passivamente, per omertà o, non ultimo, per il timore della sopravvivenza propria e della propria impresa (cfr. Consiglio di Stato sez. III, 14/02/2018, n.965)”.

Il Collegio ritiene di fare proprie le surriportate argomentazioni, con le quali la Sezione ha ritenuto che l’affrancazione del sig. -OMISSIS- dall’aggravante mafiosa (peraltro circoscritta al piano cautelare), derivante dalle citate pronunce dell’A.G.O., sia destinata, per le ragioni (di indole, appunto, squisitamente penalistica) che l’hanno determinata, a restare circoscritta al contesto processuale in cui è maturata, senza che alla stessa possa attribuirsi un automatico effetto “liberatorio” quanto al pericolo di condizionamento criminale che fa da sfondo all’esercizio del potere interdittivo prefettizio: ciò in quanto quelle pronunce non hanno intaccato il tessuto fattuale che integra la prognosi di permeabilità, la quale, per la sua finalità preventiva e la sua estraneità, quindi, agli stringenti presupposti che contraddistinguono l’applicazione della sanzione penale (in punto, in primo luogo, di imputazione soggettiva della condotta), trova sufficiente alimento in un contesto fenomenico, così come emerso nella stessa sede penale e qui tuttora oggetto di analisi (dibattimentale), da cui emerga il coinvolgimento tutt’altro che marginale e niente affatto coartato del soggetto o dell’impresa interessato/a in una vicenda criminosa destinata a recare vantaggio a gruppi criminali organizzati.

Quanto poi all’assunto attoreo, secondo cui la rilevanza attribuita in sede penale al coefficiente soggettivo per sollevare il sig. -OMISSIS- dall’accusa di agevolazione del clan mafioso non potrebbe non estendersi anche al sig. -OMISSIS-, siccome inconsapevole del coinvolgimento del fratello nella suindicata vicenda penale, la sua non condivisibilità deriva dal fatto che esso opera una commistione tra un’ottica valutativa di tipo penalistico e preventivo del medesimo fatto, trasferendo alla seconda i principi regolatori della prima, in contrasto con le considerazioni svolte con il citato precedente della Sezione.

Ma a non diverse conclusioni deve pervenirsi per quanto concerne il secondo ordine di censure formulate dalla parte appellante, intese a screditare il collegamento che l’Amministrazione, e di riflesso il giudice di primo grado, hanno inteso istituire tra -OMISSIS- ed il legale rappresentante e socio unico della società interdetta, sig. -OMISSIS-.

Deve invero rilevarsi che il provvedimento interdittivo impugnato ha posto in evidenza una serie di elementi i quali, oltre a denotare la comunione di interessi economici ed imprenditoriali esistente tra i due fratelli, ne dimostrano altresì il carattere attuale.

Deve a tal fine evidenziarsi, in primo luogo, il carattere non episodico dei suddetti collegamenti, e la loro riferibilità ad entità imprenditoriali operanti nel medesimo settore, i quali di per sé soli non consentono di attribuire rilievo decisivo, al fine di escludere ogni pericolo di ingerenza del sig. -OMISSIS- nell’attività della società appellante, alla predicata attuale insussistenza di profili strutturali di cointeressenza societaria o economica tra i due fratelli.

Peraltro, la cessione delle quote possedute dal sig. -OMISSIS- nella -OMISSIS- per la sua collocazione temporale (essendo avvenuta in data 23 maggio 2014, come deduce la stessa appellante) rispetto alla nascita del procedimento penale n. -OMISSIS-a carico, tra gli altri, del sig. -OMISSIS- e per la posizione di avente causa assunta dal fratello sig. -OMISSIS-, non appare immune dalle considerazioni espresse da questa Sezione, con la sentenza suindicata, in ordine alla vicenda della cessione da parte del sig. -OMISSIS- delle quote da lui possedute nella società -OMISSIS- laddove è stato evidenziato che “è fin troppo evidente – in assenza di elementi di segno contrario contraddistinti da una pregnante valenza dimostrativa – che i rilevati mutamenti nell’assetto gestionale e sociale non possono ritenersi espressione di un chiaro, affidabile e duraturo mutamento di condotta segnato, cioè, da un processo di irreversibile discontinuità con il recente passato”.

Nemmeno il fatto che la vendita, da parte della -OMISSIS-, di una licenza di somministrazione bevande a favore della società -OMISSIS- sia avvenuta il 23 maggio 2017, quando il sig. -OMISSIS- non era né amministratore né socio di alcuna delle suindicate società, assume rilievo dirimente in senso favorevole alla parte appellante, ove si consideri che la cessione delle quote di partecipazione del sig. -OMISSIS- nella società -OMISSIS-avvenuta in data 21 novembre 2016, non costituisce indice, come evidenziato dalla Sezione con la sentenza citata, di “un chiaro, affidabile e duraturo mutamento di condotta segnato, cioè, da un processo di irreversibile discontinuità con il recente passato”.

Inoltre, la non causale individuazione, quale società acquirente, della società -OMISSIS- induce ragionevolmente a ritenere che essa non sia derivata da oggettive valutazioni di carattere imprenditoriale, quanto piuttosto dal rapporto familiare – ma che, anche a causa di quella vendita, non può ritenersi confinato, nemmeno all’attualità, al piano strettamente parentale – esistente tra i sig.ri -OMISSIS- e -OMISSIS-.

L’infondatezza dei motivi di appello inerenti al provvedimento interdittivo non può non produrre quella delle censure, sub specie di invalidità derivata, formulate nei confronti del successivo provvedimento di revoca della licenza di polizia di cui la società appellante era titolare.

Infine, non sussistono i presupposti per dare seguito alla richiesta della parte appellante di sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 91, comma 6, d.lgs n. 159/2011, in relazione agli artt. 13, 41, 111, 117, 27 e 24 Cost. nonché 5 e 6 CEDU (e, di riflesso, dell’art. 117 Cost.), nella parte in cui non prevede che il fondamento dell’interdittiva antimafia sia conforme alla presunzione di non colpevolezza e nella parte in cui non prevede l’esclusione dell’applicazione dell’interdittiva nei confronti di chi sia sottoposto ad indagini preliminari o addirittura a terzi estranei al procedimento penale.

Deve infatti osservarsi che i dubbi di illegittimità costituzionale delle citate disposizioni hanno già trovato risposta nel pronunciamento del Giudice delle leggi di cui alla sentenza n. 57 del 26 marzo 2020, con la quale è stato evidenziato che, al fine di supportare il provvedimento interdittivo, sono sufficienti anche situazioni indiziarie, che sviluppano e completano le indicazioni legislative, costruendo un sistema di tassatività sostanziale: tra queste, per quanto più direttamente attiene alla fattispecie in esame, le sentenze di proscioglimento o di assoluzione, da cui pure emergano valutazioni del giudice competente su fatti che, pur non superando la soglia della punibilità penale, sono però sintomatici della contaminazione mafiosa; i rapporti di parentela, laddove assumano una intensità tale da far ritenere una conduzione familiare e una “regia collettiva” dell’impresa, nel quadro di usuali metodi mafiosi fondati sulla regia “clanica”; le vicende anomale nella formale struttura dell’impresa e nella sua gestione.

L’appello in conclusione, per le ragioni illustrate, deve essere complessivamente respinto.

Il non diretto coinvolgimento della parte appellante nelle vicende penali riguardanti il sig. -OMISSIS- giustifica la compensazione delle spese del giudizio di appello.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese del giudizio di appello compensate”.