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(Jamma) – Nel gergo tecnico della delibera di giunta regionale (n. 831 del 12 giugno 2017): A) Le sale scommesse, e tutte le sale dedicate già operanti, non vengono chiuse, ma semplicemente de-localizzate al di fuori delle aree sensibili.

B) I lavoratori perdono il posto ? nessun problema; la continuità occupazionale è garantita da una proroga di sei mesi (rispetto ai sei mesi dettati per la mappatura del territorio regionale), a cui potranno accedere tutte le attività che – prima dell’ordine di chiusura – riescano a documentare di aver trovato un posto “non sensibile”, i soldi per il trasloco, e di aver proceduto alla richiesta del permesso.

Ma se non c’è spazio ? (oppure quello che c’è non ha una destinazione d’uso compatibile, ovvero una densità abitativa che ne determini una base d’utenza sufficiente per l’investimento). Si chiude e si licenzia.

Il Governo della Regione Emilia Romagna ha coerentemente (anche se è dubbio che l’abbia fatto legittimamente) applicato i “preamboli” della Legge numero 18 del 2016, laddove il gioco d’azzardo, benché lecito, è stato classificato come attività incompatibile con i valori riconosciuti dall’Ente Territoriale, in quanto contiguo alla criminalità, e pertanto da espellere.
La eccentricità della situazione creata dalla delibera che di seguito si allega, è la convivenza della stessa con l’appoggio che la Regione Emilia Romagna ha sempre dato alla soluzione “governativa” al riordino della dislocazione territoriale del gioco lecito proposta alla Conferenza Unificata.

Da un lato, infatti, si caldeggiava l’ipotesi governativa di traslocare gli apparecchi da gioco lecito in sale scommesse e sale dedicate, e dall’altro – oggi – si vanno chiudere (vietandone di nuove) proprio le sale scommesse e le sale dedicate, decretando, per i semplici apparecchi installati nei bar e nei tabacchi, la morte lenta (per impossibilità di sostituire i congegni guasti, obsoleti, normativamente superati).

Fulgido esempio di “unitarietà della linea politica”, quindi, ovvero ennesima riconferma che per il gioco lecito non valgano né le regole né i principi dell’ordinaria industria impattante per l’ambiente, ma solo i processi sommari dettati dall’ideologia della protezione dei cittadini dalla rispettiva incapacità di stare al mondo da soli.

A Genova, molti si sono ribellati a questa considerazione, poco lusinghiera e proveniente da una “classe” (quella politica) istituzionalmente incardinata nella realtà, ma spesso non “eccelsa” nelle sue esperienze. Alle elezioni comunali hanno infatti chiesto di “farsi da parte” al loro “decano precettore”, preferendo chi si proponeva di tutelare tutto il lavoro, e non solo quello “dei beati”.

In altri termini “trattare male il gioco” non è più elettoralmente sufficiente per acquisire il consenso di una maggioranza che vuole vedere debellate le vere piaghe del Paese (disoccupazione, letti di ospedale invasi dalle formiche, fiscalità fuori controllo), e che sa bene che nessun problema quotidiano risulterà attenuato dalla sola espulsione del gioco legale.

Certo è che se i giocatori problematici – patologici – a rischio (nonché relative famiglie) rappresentassero veramente quella piaga da taluno descritta (“un italiano su tre” riporta qualche giornale che ci si astiene dal citare) quanto sostenuto sarebbe errato, e le recenti elezioni avrebbero sortito esiti diversi.

AsTro

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