Il Presidente si AS.TRO scrive ai Presidenti delle associazioni Anpals Palestre, Filcams Cgil Turismo e Ristorazione, Agi Spettacolo, Acadi e GiocareItalia, auspicando la «redazione di un manifesto da presentare al Governo. Un documento che trarrebbe la propria autorevolezza non solo dalla vastità del bacino di rappresentanza cui farebbe riferimento ma, anche e soprattutto, dalla novità dell’idea che con esso si dovrebbe riuscire a trasmettere: l’insorgenza di un sentire comune che sta crescendo trasversalmente tra le diverse realtà imprenditoriali presenti nel Paese».

«Al netto dei problemi specifici che riguardano le categorie che ciascuno di noi rappresenta, – prosegue Pucci – esiste un tratto che ci accomuna il quale va oltre la triste presa d’atto delle rilevanti perdite economiche che stiamo patendo. L’elemento che rende veramente peculiare la nostra comune esperienza è costituito dal rappresentare la quasi totalità della platea di imprenditori “relegati” nell’insieme indistinto delle attività “non essenziali”: un’impropria classificazione che pecca su due fronti.

Prima di tutto, fatta ovviamente eccezione per le attività che offrono beni di prima necessità (tra cui rientrano di certo i generi alimentari e i medicinali), per le quali il parametro dell’ “essenzialità” presenta indubbiamente connotati oggettivi, per il resto, l’adozione di questo criterio non può che rispondere a valutazioni soggettive, inammissibili in uno stato liberaldemocratico in cui la sopravvivenza economica dei soggetti è legata alle dinamiche di un’economia di mercato, per cui ogni attività è da considerarsi “essenziale”, per il solo fatto che rappresenta l’unica fonte di sostentamento economico per chi vi opera.

ln secondo luogo, proprio la realtà che stiamo osservando, ci conferma quanto sia al contempo ingannevole e discriminatoria l’applicazione del concetto di essenzialità: senza voler gettare fango sui settori economici per i quali risulta tuttora consentita la prosecuzione delle attività (anche loro parzialmente penalizzati dall’emergenza epidemiologica), è facile constatare che gran parte di essi non offrono beni primari.

Esiste poi una questione di più ampio respiro, di natura squisitamente politica, che riterrei necessario mettere al centro di questo manifesto comune. Una questione che parte dalla consapevolezza che sta già maturando nelle nostre coscienze: se l’attuale situazione non dovesse presentare, entro breve termine, dei positivi segnali di svolta, nel senso di una rilevante attenuazione dell’attuale quadro pandemico e se il Governo non dovesse cambiare le strategie di contenimento fin qui adottate, saremmo inevitabilmente destinati a sparire in maniera definitiva dal panorama economico e sociale del Paese. Viene quindi spontaneo chiedersi se le autorità politiche abbiano presente questa eventualità e, in tal caso, se la considerino come un fenomeno ineluttabile o stiano invece già pianificando gli strumenti necessari a scongiurarla.

Il quesito diventa ancor più pertinente nel momento in cui abbiamo preso atto che lo Stato, per ragioni certamente non tutte imputabili all’attuale Governo, non è in grado di supportare economicamente, in maniera adeguata, gli imprenditori e i commercianti penalizzati dalle restrizioni.

Sia chiaro che non intendo contestare il fatto che lo strumento delle limitazioni di alcune libertà economiche e personali sia stato fin qui necessario (al netto di alcuni errori e palesi incongruenze).

Mi chiedo però se l’attuale sistema economico e sociale renda compatibile il protrarsi a tempo indeterminato delle attuali restrizioni, data l’accertata impossibilità (almeno per ciò che riguarda l’Italia) di assicurare gli adeguati sostegni economici a chi ne sta subendo le conseguenze.

Si tratta ovviamente di una domanda retorica: già stiamo toccando con le nostre mani l’insostenibilità di un ulteriore protrarsi sine die di questa situazione.

L’occasione che quindi ci offre questo tavolo che si è aperto, ampio e variegato nella sua rappresentanza, è proprio quella di lanciare una proposta forte e coraggiosa che consista nell’iniziare quantomeno a immaginare l’idea che, in assenza di una svolta positiva e in tempi brevi del quadro epidemiologico, si debba comunque procedere ad una riapertura generalizzata delle attività economiche e ad un sostanziale allentamento delle limitazioni alla libertà personale.

Il tutto, ovviamente, mantenendo le basilari misure di contenimento del contagio (distanziamento interpersonale, divieto di assembramento, igiene e dispositivi di protezione individuale) e i protocolli di sicurezza specifici per ogni tipologia di attività. Al mantenimento ed al perfezionamento di tali misure, dovrebbe accompagnarsi uno sforzo dello Stato, il quale, al pari di quanto avviene nelle situazioni di guerra, dovrebbe mettere in campo tutte le sue risorse (riformando radicalmente, anche con strumenti giuridici straordinari, la propria capacità implementativa e decisionale) per portare finalmente il sistema sanitario ad un livello adeguato alla gravità dell’emergenza e per organizzare un sistema di controlli fin qui insufficiente.

Comprendo che si tratta di una proposta foriera di rischi non trascurabili, ma credo che resti l’unica prospettiva attualmente immaginabile (a fronte dell’oggettiva impossibilità di un intervento pubblico idoneo a ristorare adeguatamente i danni economici collaterali alle attuali restrizioni) per evitare la desertificazione economica del Paese, il crollo psicologico e la morte sociale dei suoi cittadini, le guerre tra poveri.

Auspicando la più ampia condivisione dei contenuti di questo mio appello, che, per quanto mi riguarda, estenderò anche alle altre associazioni del settore del gioco lecito, resto in attesa del contributo di idee, da parte di ciascuno di Voi, per iniziare ad intraprendere questo nuovo comune percorso».