“I dati consuntivi del drammatico 2020, che ci siamo appena lasciati alle spalle, senza però esserci ancora lasciati alle spalle la causa che ne ha determinato la drammaticità, fotografano un PIL calato in termini reali dell’8,9%, un indebitamento netto e un debito pubblico schizzati, rispettivamente, al 9,5% e al 155,8% del PIL, una pressione fiscale salita al 43,1%. Si tratta di dati sconfortanti, ma che, nonostante l’eccezionalità della situazione, non presentano scarti altrettanto eccezionali rispetto alle stime previsionali che erano state approntate nel precedente DEF 2020 e nella relativa Nota di Aggiornamento”. E’ quanto si legge nella memoria rilasciata dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili in riferimento all’audizione sul DEF nelle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato.

“È un aspetto che merita di essere adeguatamente sottolineato, non soltanto per rendere il giusto riconoscimento alle strutture tecniche del MEF, ma anche perché conferisce autorevolezza alle stime che quelle medesime strutture fanno in relazione al 2021 e alle successive annualità oggetto del presente Documento di Economia e Finanza. Il calo del PIL è peggiore di quello che era stato stimato ad aprile 2020 (-8,9% contro una stima del -8,0%), ma leggermente migliore della stima che era stata aggiornata a settembre 2020 (-8,9% contro una stima del -9,0%), mentre le differenze sull’indebitamento netto (-9,5% contro una stima del -10,4%) e sulla pressione fiscale (43,1% contro una stima del 42,5%) sono in larga parte riconducibili al fatto che le imposte e i contributi sociali che avrebbero dovuto essere pagati nel corso del 2020, per i quali è stato disposto il differimento straordinario dei relativi termini nel 2021, sono stati correttamente riclassificati dall’Istat in base al principio della competenza economica e nel DEF 2021 vengono considerati nei saldi per competenza sul 2020, anziché per cassa sul 2021 come inizialmente previsto.

Se dunque vi è stata una efficace capacità previsionale delle ricadute economiche della crisi sanitaria pandemica, ciò che i precedenti documenti di finanza pubblica non sono stati in grado di prevedere adeguatamente è stata la durata della crisi pandemica stessa. L’obiettivo programmatico di una crescita reale del PIL sul 2021 al 6,0%, presente nella Nota di Aggiornamento al DEF 2020 dello scorso settembre, viene infatti ridimensionato nel DEF 2021 sino al 4,5%.

L’allungamento dei tempi di recupero non muta tuttavia le previsioni di medio periodo, posto che il DEF 2021 aumenta le stime di crescita programmatica sul 2022 dal 3,8% al 4,8% e conferma al 2,6% la stima di crescita programmatica sul 2023, estendendo poi l’orizzonte di stima anche al 2024, relativamente al quale è previsto un tasso di crescita dell’1,8%. Se questo percorso trovasse riscontro nei fatti, l’economia italiana si troverebbe già nel 2022 con un PIL reale praticamente pari a quello dell’ultimo anno ante pandemia (per la precisione, il PIL reale 2022 sarebbe pari al 99,77% del PIL reale 2019), con prospettive di crescita sul 2023-2024 significativamente superiori ai tassi del passato.

Un quadro decisamente confortante, se si considera che il DEF 2021 specifica che nelle previsioni programmatiche, assunte a livello prudenziale, sono inclusi gli effetti attesi dalle misure che verranno adottate con il prossimo Decreto Sostegni, in attuazione del nuovo scostamento di bilancio da 40 miliardi di euro, oltre che degli interventi programmati nel Piano Nazionale di Recupero e Resilienza, le cui risorse complessive salgono a 237 miliardi di euro in sei anni, ma non include gli effetti che è più che lecito attendersi dalle riforme previste nello stesso PNRR. Ovviamente, perché questo ottimismo non si sciolga come neve al sole il prossimo autunno, è necessario che la campagna vaccinale e il rafforzamento della capacità di risposta del sistema sanitario consentano di ritenere archiviata la stagione delle chiusure delle attività economiche.

È però anche necessario che, al netto della parte prettamente destinata al parziale ristoro delle perdite patite da ciascuna singola impresa, le risorse disponibili grazie al nuovo scostamento di bilancio di 40 miliardi vengano adeguatamente mirate, avendo il coraggio politico di fare scelte qualitative e non soltanto quantitative. I dati ISTAT sul valore aggiunto per settore economico evidenziano in modo chiaro come il calo del PIL dell’8,9% costituisce un dato medio con una distribuzione estremamente diversificata, se tale dato viene disaggregato per settore economico.

Si va infatti da settori come quello delle telecomunicazioni, che nel 2020 hanno comunque registrato un incremento del relativo valore aggiunto, a settori come quello degli alloggi e delle ristorazioni e quello dello spettacolo, dei giochi e degli eventi (anche sportivi) che hanno registrato autentici tracolli del relativo valore aggiunto (rispettivamente, oltre il 40% e oltre il 25%).

È dunque necessario affiancare, agli interventi “lineari” di sostegno a favore di tutte le imprese che hanno subito perdite a causa delle restrizioni economiche determinate dalla crisi pandemica, interventi “settoriali” dedicati agli operatori di quelle filiere economiche per le quali le perdite sono state talmente rilevanti da non poter essere affrontate solo con gli aiuti che valgono anche per le imprese che operano nei settori economici meno colpiti. Dall’inizio della pandemia sono state messe a disposizione molte risorse, ma, guardando ad altri importanti Paesi industrializzati, è lecito chiedere uno sforzo ancora maggiore. Aggiungendosi allo scostamento di 32 miliardi varato a gennaio dal precedente governo, la nuova richiesta di scostamento varata con il DEF 2021 dal governo Draghi è seconda solo a quella che accompagnò il DEF 2020. Con quest’ultimo scostamento, le richieste complessive dall’inizio della pandemia hanno raggiunto la cifra di 180 miliardi di euro.

Per quanto si tratti di cifre imponenti, caratterizzanti un’intonazione di politica economica ultra-espansiva, è, però, evidente che il quadro macroeconomico complessivo del paese ha di fatto impedito l’adozione di misure adeguate al pieno sostegno dell’economia e delle imprese come, invece, è avvenuto in gran parte dei principali paesi più industrializzati e, in particolare, negli Stati Uniti, in Germania, in Gran Bretagna e in Canada”.