«La Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ha presentato all’Assemblea Legislativa Regionale la relazione valutativa sugli effetti della L.R. 5/2013, come previsto dall’art. 9 del medesimo testo normativo.

Come noto a tutti gli operatori del gioco legale, – commenta l’Avv. Massimo Piozzi del Centro Studi As.Tro, – la visione strategica che ha orientato il legislatore emiliano-romagnolo nel delineare quella che è l’attuale versione della legge 5/2013, è stata ispirata dall’idea che la lotta alla dipendenza da gioco potesse essere attuata solo attraverso la chiusura delle imprese e delle attività legate al gioco mediante apparecchi con vincita in denaro o che si occupano della raccolta delle scommesse.

Sulla scia di tale impronta ispiratrice, alle norme sulle distanze minime dai luoghi sensibili è stata attribuita efficacia retroattiva. Si applicano infatti anche alle attività già esistenti al momento dell’entrata in vigore della legge. Inoltre, la varietà e la quantità dei luoghi considerati sensibili è tale da rendere praticamente impossibile la permanenza delle attività di gioco presenti sul territorio.

Date queste premesse, l’intero settore del gioco lecito si aspettava di trovare, all’interno della prima “relazione” realmente in grado di valutare gli effetti delle restrizioni imposte dalla legge 5/2013, dei dati che evidenziassero che la moria di imprese e la perdita di posti di lavoro da essa determinati (e destinati a crescere) fossero quantomeno controbilanciate da un tangibile risultato nella riduzione della dipendenza da “gioco d’azzardo patologico”.

La “relazione valutativa” ci ha invece dato conferma di come, quello che avrebbe dovuto essere solo l’effetto collaterale di una scelta legislativa, dipinta come una strategia di “politica sanitaria”, si stia invece rivelando il suo unico e principale risultato.

Per chi, come il legislatore emiliano-romagnolo, aveva deciso, sulla base di un’impostazione ideologica proibizionista, di infliggere una severa “punizione”  alle imprese del gioco legale, legittimamente presenti sul territorio, potrebbe anche rappresentare un successo. Chi, invece, provasse a ragionare sulla base della logica e del buon senso e secondo una visione laica del rapporto pubblico-privato, non potrebbe che prendere atto degli effetti nefasti di questa legge e della sua inutilità sul fronte sanitario.

La “relazione valutativa” attesta che, per effetto della legge 5/2013, sono state già chiuse 155 attività e sono stati adottati 161 provvedimenti di chiusura.

Ma dai dati della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, contenuti anch’essi all’interno della relazione, risulta che dal 2016 al 2019 hanno chiuso 1744 esercizi con offerta di gioco mediante AWP e 67 sale VLT.  Nella relazione è precisato che <<L’impatto effettivo della legge può però essere valutato solo a partire dal 2017 (le prime chiusure per effetto della legge sono state effettuate nel corso del 2018). Da questa ricognizione mancano le chiusure effettuate nel 2020>>.

Se andiamo così a considerare l’arco temporale che va dal 2017 al 2019, riscontriamo, sempre sulla base degli stessi dati di ADM riportati nella “relazione” che, in quel periodo, hanno chiuso, in Emilia Romagna, 1222 esercizi con offerta di gioco mediante AWP e 55 sale VLT. Si tratta di una stima per difetto perché, come evidenziato anche nella “relazione”, non sono ancora noti i dati relativi al 2020.

Mentre, per quanto riguarda il settore scommesse, viene precisato nella relazione che risulta impossibile, a partire dai dati forniti dalla ADM, valutare il numero delle sale scommesse presenti in Regione (e quindi quelle venute meno per effetto della legge) perché tali dati prendono in considerazione la tipologia di gioco e non i luoghi fisici, per cui la stessa sala scommesse può essere conteggiata come “negozio scommesse ippico” e “negozio scommesse sportive”.

E’ sempre bene tenere a mente che questi numeri riguardano imprese nate e sviluppatesi nella piena legalità e che, paradossalmente, lo Stato continuerebbe a considerare legali.

Da chi è chiamato a governare ci si aspetterebbe quel minimo di sensibilità ed onestà intellettuale che avrebbero dovuto indurre ad indicare nella “relazione valutativa” di una legge – nella cui gestazione si è messo volutamente in conto il sacrificio economico e occupazionale che avrebbe determinato – anche il numero di persone (titolari e dipendenti) che hanno perso il lavoro per effetto di essa.

Dietro questi numeri ci sono infatti persone che hanno perso il lavoro. Ci sono famiglie.

Secondo lo studio della CGIA di Mestre sulla Legge Regionale 5/2013, presentato a Bologna il 15 gennaio 2020, le persone che perderanno il posto di lavoro per effetto della sua applicazione sono state stimate, per difetto, in un numero pari a 3700 unità.

Se a tali effetti andiamo ad aggiungere quelli conseguenti alle prolungate sospensioni delle attività, imposte dalle normative finalizzate a fronteggiare l’emergenza COVID, possiamo comprendere che il settore del gioco lecito in Emila Romagna è a serio rischio di sopravvivenza, con le intuibili conseguenze sul piano economico ed occupazionale.

Ma il sacrificio imposto dalla legge 5/2013 sta almeno recando benefici per la diminuzione del numero di persone affette dal disturbo di “gioco d’azzardo patologico”?

La risposta è negativa e ce lo attesta proprio questa “relazione valutativa”: << Il numero di persone assistite dai servizi per le dipendenze delle AUSL è in costante aumento>> (pag. 7).

Potremmo fermarci qui e limitarci, in un impeto di rassegnazione, a lasciar cadere le nostre braccia.

Ma poiché confidiamo nell’idea che una classe politica seria ed intellettualmente onesta si dimostra tale anche (e soprattutto) quando si rivela capace di far tesoro dei propri errori e di rivedere le sue scelte, ci rivolgiamo nuovamente all’Assemblea Legislativa Regionale dell’Emilia Romagna affinché apra un serio percorso di riflessione, mediante il contributo di tutti i soggetti coinvolti, che possa condurre ad un ripensamento di questa legge, soprattutto ripristinando un più equilibrato bilanciamento del rapporto tra l’obiettivo di tutelare la salute pubblica e quello della salvaguardia delle imprese e dell’occupazione».