Il Consiglio di Stato si è espresso nel merito di un ricorso presentato da una società concessionaria della rete di Slot e Vlt per l’annullamento della sentenza del Tar Lazio che ha confermato la legittimità del ‘fermo’ delle somme dovute a seguto della norma di legge che ha imposto la Tassa di 500 milioni sulla raccolta di gioco. Stiamo parlando di una vicenda del 2015 che coinvolge le imprese che operano nella gestione degli apparecchi da intrattenimento a vincita.

Il Consiglio di Stato, nonostante da parte dell’ADM sia arrivata una richiesta affinchè si optasse per improcedibilità dell’appello “per sopravvenuta carenza di interesse, in conseguenza del fatto che il fermo amministrativo oggetto dei secondi motivi aggiunti è stato successivamente revocato con un ulteriore provvedimento di fermo, che ha contestualmente disposto un nuovo fermo (delle somme dovute ndr), a sua volta revocato in conseguenza del fatto che la ricorrente ha prestato a favore dell’amministrazione finanziaria una garanzia fideiussoria a copertura di quanto dovuto a titolo di prelievo ai sensi della legge di stabilità per il 2015, secondo «una sorta di meccanismo a scorrimento» con cui viene sostituita ogni anno la somma dovuta all’erario, senza necessità per questo di disporre provvedimenti di fermo amministrativo”.

Da qui la decisione del CDS di esaminare la questione nel merito.

Per i giudici “con la citata disposizione di legge, in previsione di un riordino organico della misura degli aggi e dei compensi spettanti ai concessionari ed agli altri operatori della filiera della raccolta del gioco lecito, era stabilita, a titolo di concorso al miglioramento degli obiettivi di finanza pubblica, una «riduzione, a decorrere dall’anno 2015, delle risorse statali a disposizione, a titolo di compenso, dei concessionari e dei soggetti che secondo le rispettive competenze, operano nella gestione e raccolta gioco mediante gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico di cui al regio decreto 18 giugno 1931 n. 773», nella misura di 500 milioni di euro.

In base alle ulteriori disposizioni di legge di stabilità il riversamento ai Monopoli della somma a titolo di riduzione dei compensi sarebbe stato eseguito dai concessionari, ciascuno in proporzione al numero di apparecchi ad essi riferibili al 31 dicembre 2014, come accertati dall’amministrazione con apposito provvedimento. A loro volta i medesimi concessionari avrebbero dovuto ricevere «dagli operatori della filiera l’intero ammontare della raccolta del gioco praticato mediante i predetti apparecchi, al netto delle vincite pagate» o comunicare ai Monopoli i nominativi dei soggetti inadempienti.

Nel ricorso ( la concessionaria ndr) “deduceva, tra l’altro, che l’obbligo di riversamento all’erario accertato in attuazione della disposizione di legge di stabilità era relativo a somme ad essa non riferibili, nella parte corrispondente alla raccolta dal gioco realizzata dagli operatori della filiera, al netto delle vincite pagate e dei corrispettivi spettanti ai medesimi operatori (il c.d. «importo residuo netto»); erano inoltre formulate questioni di legittimità costituzionale e di conformità al diritto dell’Unione europea dell’art. 1, comma 649, della legge di stabilità per il 2015.

Nelle more giudizio, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli adottava provvedimenti di fermo amministrativo sugli importi da restituire alla ricorrente a titolo di svincolo del deposito cauzionale a garanzia degli investimenti e del conseguimento dei livelli di servizio convenzionalmente stabiliti, fino al pagamento di quanto dovuto in base alla medesima disposizione di legge.

“Come sancito dalla Corte costituzionale- scivono i giudici- nella sentenza più volte richiamata, la norma interpretativa ha dunque suddiviso tra concessionari e operatori di filiera l’obbligo di partecipazione alla riduzione a valere sul compenso loro spettante in proporzione alla loro partecipazione ad esso quale contrattualmente stabilita per il 2015, laddove secondo la norma di legge di stabilità per il medesimo anno di imposta l’obbligo in questione era invece interamente posto a carico dei soli concessionari, che tuttavia si sarebbero potuti rivalere sugli operatori di filiera mediante consequenziale riduzione degli aggi loro spettante previa rinegoziazione dei contratti.

A fronte delle descritte innovazioni è per contro rimasto immutato l’obbligo di versamento all’erario della riduzione del compenso annuo dovuto agli operatori del gioco lecito, che per evidenti ragioni di buon andamento e di tutela dell’interesse fiscale è rimasto interamente a carico dei concessionari, uniche controparti dell’amministrazione finanziaria, senza invece essere polverizzato in una miriade di rapporti con i singoli esercenti operanti nella filiera dei concessionari medesimi, con i quali i Monopoli non hanno alcun rapporto, come statuito dalla sentenza di primo grado.

Sulla base di quanto finora esposto deve concludersi che quest’ultima si fonda su una corretta ricostruzione delle norme di legge applicabili alla fattispecie controversa e sulla logica conseguenza per cui deve ritenersi legittimamente esercitato il potere cautelare insito nel provvedimento di fermo amministrativo, oggetto dei secondi motivi aggiunti al ricorso di primo grado, riproposti a mezzo del presente appello.

Sono quindi da respingere le deduzioni in esso contenute, secondo cui ai concessionari del gioco lecito verrebbe posta una responsabilità nei confronti dell’amministrazione finanziaria per obbligazioni di terzi. Deve invece ribadirsi che l’obbligo di versamento all’erario della riduzione a titolo di compenso spettante ai concessionari è sempre stato esclusivamente a carico degli stessi, e che la norma interpretativa contenuta nella legge di stabilità per il 2016 si è limitata a disciplinare la misura e le modalità di partecipazione alla riduzione in senso diverso a quanto originariamente previsto.

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