cassazione

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato contro Adm. Si legge: “La Corte d’appello di Perugia, con sentenza pubblicata il 4 maggio 2017, ha rigettato l’appello avverso la sentenza del Tribunale di Perugia n. 611 del 2016, e nei confronti dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli-Direzione territoriale Toscana ed Umbria, confermando l’ordinanza ingiunzione n. 3113 del 30 aprile 2015 e la sanzione pecuniaria irrogata (euro 24.000,00) per la violazione dell’art. 110, comma 9, lett. f) bis, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS). La Corte d’appello ha ritenuto il (…) responsabile della violazione contestata per avere installato 8 apparecchi da divertimento di sua proprietà nel locale pubblico (…) senza verificare se l’esercente, (…), fosse in possesso delle licenze previste dagli artt. 86 e/o 88 TULPS. Era stato accertato, infatti, che il (…) non era in possesso dell’autorizzazione ex art. 86, né dell’autorizzazione ex art. 88 TULPS.

La Corte territoriale ha poi escluso la buona fede dell’appellante, che non aveva effettuato la verifica, peraltro agevole, imposta dalla legge. Per la cassazione della sentenza (…) ha
proposto ricorso affidato a quattro motivi, ai quali resiste l’Agenzia dei monopoli e delle dogane, rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato. Il ricorrente ha depositato memoria in prossimità della camera di consiglio fissata ai sensi dell’art. 380-bis.1 cod. proc. civ. (…)

Occorre muovere dai fatti accertati dalla Corte d’appello. Si legge nella sentenza impugnata che al controllo effettuato il 22 novembre 2013 da funzionari dell’Agenzia delle dogane presso l’esercizio commerciale (…), venivano rinvenuti 8 apparecchi da divertimento del tipo indicato dall’art. 110, comma 6, TULPS, di proprietà dell’odierno ricorrente, e che l’esercente (…) non era in possesso dell’autorizzazione prevista dall’art. 86 TULPS, mentre l’autorizzazione ex art. 88 TULPS, a suo tempo richiesta per l’esercizio di una sala attrezzata con apparecchi VLT, non era mai stata attivata. La Corte territoriale ha precisato che l’esercente aveva chiesto la licenza nel dicembre 2012, e che in data 9 gennaio 2013 «ne aveva chiesto l’annullamento». A fronte di tale accertamento, il ricorrente assume che l’esercente contravvenzionato, in quanto titolare di un bar e sala giochi, avesse già (non potesse non avere) la licenza prevista dall’art. 86, primo comma, TULPS, e non dovesse perciò munirsi di altra autorizzazione per detenere gli apparecchi da gioco del tipo rinvenuto in sede di controllo (apparecchi AWP). La tesi è priva di fondamento poiché muove da un presupposto fattuale in contrasto con quanto accertato nel giudizio di merito, vale a dire che l’esercente fosse munito della licenza necessaria per installare gli apparecchi del tipo previsto dall’art. 110, comma 6, TULPS, in quanto titolare di licenza di cui al primo comma dell’art. 86 TULPS. Come già evidenziato, la Corte d’appello ha rilevato che l’esercente era risultato privo dell’autorizzazione di cui all’art. 86, sicché risulta ipotetico il ragionamento del ricorrente, che fa leva sul terzo comma, lett. c) dell’art. 86 cit. La norma in oggetto prevede testualmente che: «Relativamente agli apparecchi e congegni automatici, semiautomatici ed elettronici di cui all’articolo 110, commi 6 e 7, la licenza è altresì necessaria:[…] c) per l’installazione in esercizi commerciali o pubblici diversi da quelligià in possesso di altre licenze di cui al primo o
secondo comma o di cui all’articolo 88 ovvero per l’installazione in altre aree aperte al pubblico od in circoli privati».

Il che significa che gli esercizi commerciali o pubblici già in possesso delle licenze di cui ai commi primo e secondo dello stesso art. 86, si intendono autorizzati alla installazione degli apparecchi del tipo indicato. A fortiori ciò vale per i locali in possesso della specifica licenza “per l’esercizio delle scommesse” di cui all’art. 88 TULPS. In ogni caso, ai fini della installazione degli apparecchi una delle due licenze è necessaria, e nel caso in esame è stato accertato che l’esercente non era in possesso di alcuna di esse. Non sussiste l’omesso esame di fatti decisivi denunciato con il primo motivo. La Corte d’appello ha dato atto della tipologia degli apparecchi rinvenuti, e non assume rilevanza il fatto gli stessi che fossero regolarmente funzionanti, perché non è questo l’oggetto della violazione contestata. Quanto al possesso da parte dell’esercente di licenza che consentiva la detenzione degli apparecchi – nei termini sopra richiamati – o, comunque, all’iscrizione dell’esercente nell’elenco RIES, si tratta di circostanze affermate dal ricorrente ma non assistite dalla specificità che deve connotare la deduzione del vizio di omesso esame di fatto storico, come enucleato dalla giurisprudenza di questa Corte dopo la modifica dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 8053 del 2014.

La parte che denuncia l’omesso esame deve indicare, ai sensi degli artt. 366, n. 6 e 369, n. 4, cod. proc. civ., il dato testuale (se emergente dalla sentenza) o extra-testuale (se emergente dagli atti processuali) da cui risulti l’esistenza di quel fatto, nonché il come ed il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, oltre che spiegarne la decisività. Il mancato assolvimento degli oneri di deduzione comporta l’inammissibilità del motivo.

Risulta privo di fondamento anche il terzo motivo di ricorso.

La Corte d’appello ha escluso la buona fede del (…), proprietario installatore degli apparecchi da divertimento, evidenziando che la verifica cui il predetto era chiamato – accertarsi che l’esercente fosse munito di autorizzazione – era particolarmente agevole, e che non era credibile l’assunto difensivo secondo cui al momento della installazione degli apparecchi l’esercente sarebbe stato “in regola”, salvo non esserlo più al momento del controllo. In proposito la Corte territoriale ha ribadito che dagli accertamenti svolti risultava che l’esercente non aveva mai acquisito la licenza ex art. 86 TULPS, mentre quella prevista \ dall’art. 88 non era mai stata attivata. In questa sede il ricorrente riferisce di avere verificato che l’esercente era iscritto al RIES, ma la deduzione introduce un tema che non risulta sottoposto al giudice di merito (genericamente, a pag. 15, ultimo capoverso, del ricorso si legge che «è stato evidenziato più volte nel corso dei vari giudizi […]», e che pertanto non può essere esaminato per la prima volta nel giudizio di legittimità (ex plurimis, Cass. 13/06/2018, n. 15430).

Anche il quarto motivo di ricorso è privo di fondamento.

La Corte d’appello ha rigettato il motivo con il quale l’appellante (…) aveva chiesto l’accertamento dell’avvenuta decadenza dell’Amministrazione dall’esercizio del potere sanzionatorio per inosservanza del termine di cui all’art. 2 I. n. 241 del 1990. Così decidendo la Corte territoriale si è conformata al principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, secondo il quale in materia di sanzioni amministrative non trova applicazione la disciplina generale del procedimento amministrativo contenuta nella legge n. 241 del 1990, ma unicamente la legge n. 689 del 1981, che costituisce un sistema di norme organico e compiuto e delinea un procedimento di carattere contenzioso scandito in fasi i cui tempi sono regolati in modo da non consentire, anche nell’interesse dell’incolpato, il rispetto di un termine così breve come quello previsto dall’art. 2 I. n. 241 del 1990 (per tutte, Cass. Sez. U 27/04/2006, n. 9591).

Non sussiste, pertanto, la denunciata violazione di legge. Per completezza si osserva che, una volta esclusa per le ragioni sistematiche appena chiarite l’applicazione del termine previsto dall’art. 2 I. n. 241 del 1990, la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di precisare, con riferimento specifico al termine entro il quale la pretesa sanzionatoria deve essere esercitata, che il momento dell’accertamento dell’illecito amministrativo – in relazione al quale va collocato il dies a quo del termine previsto dall’art. 14, comma 2, della I. n. 689 del 1981 per la notifica degli estremi della violazione – non coincide con quello di acquisizione del fatto nella sua materialità da parte dell’autorità che ha ricevuto il rapporto, ma va individuato nella data in cui detta autorità ha completato l’attività intesa a verificare la sussistenza degli elementi oggettivi e soggettivi dell’infrazione, spettando al giudice di merito valutare la congruità del tempo utilizzato per tale attività, in rapporto alla maggiore o minore difficoltà del caso, con apprezzamento incensurabile in sede di legittimità, se correttamente motivato (tra le molte, Cass. 27/10/2019, n. 27405; Cass. 08/08/2019, n. 21171; Cass. 16/04/2018, n. 9254).

In ogni caso, dopo l’introduzione dell’art. 21-octies della I. n. 241 del 1990, ad opera della lelle 11/02/2005, n. 15, il provvedimento amministrativo non è annullabile per violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti, qualora, per la natura vincolata dello stesso, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il principio trova applicazione con riferimento ai provvedimenti di irrogazione di sanzioni amministrative, per definizione di natura vincolata (ex plurimis, Cass. 10/03/2018, n. 6965).

Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alle spese, nella misura indicata in dispositivo. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore dell’Amministrazione resistente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi euro 3.000,00 oltre spese prenotate e prenotande a debito”.