Il Consiglio di Stato ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato dal Comune di Monteforte Irpino (AV) contro una società di gioco, la Questura di Avellino e il Ministero dell’Interno, in cui si chiedeva la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania che aveva sospeso la chiusura di un’attività di scommesse e vlt.

Si legge: “1.La società (…) adiva il Tar per la Campania, sezione di Salerno, con due separati ricorsi per ottenere: a) quanto al ricorso n.r.g. 1264 del 2018, l’annullamento (i) del provvedimento emesso dal Comune di Monteforte Irpino in data 7 agosto 2018, prot. n. 0009897 (recante il rigetto dell’istanza presentata al Suap in data 29 maggio 2018, acquisita al prot. n. 13954051002-29.5.2018-1629, volta all’autorizzazione per l’installazione degli impianti da gioco (videolottery) e scommesse presso i locali condotti in locazione dalla ricorrente e ubicati in località (…); (ii) dell’ordinanza n. 7 del 21 agosto 2018, emessa sempre dal Comune di Monteforte Irpino in data 21 agosto 2018 (recante l’ordine di cessazione ad horas dell’attività di scommesse e videolottery presso i locali in questione);

b) quanto al ricorso n. 1930 del 2018, l’annullamento del decreto di revoca della licenza per esercitare in Monteforte Irpino, alla via (…), l’attività di raccolta scommesse ippiche e sportive e giochi a mezzo videolottery, Cat. 13B -2018- P.A.S.I., del 30 novembre 2018, a firma del Questore di Avellino.

2. In punto di fatto, va annotato che la società presentava al Comune una Cila in data 31 gennaio 2018, acquisita al prot.n.1526, recante comunicazione di avvio lavori propedeutici all’esercizio dell’attività di videolottery e raccolta scommesse; supportava, sul piano urbanistico, la legittimità dell’attività con il certificato di agibilità ottenuto dalla società proprietaria e dante causa dei locali (certificato n.25 del 14 novembre 2016).

3. La stessa società presentava successivamente, in data 29 maggio 2018, istanza al Suap, acquisita al prot. 13954051002-29.5.2018-1629, per essere autorizzata all’esercizio dell’attività.

3.1. L’istanza veniva denegata dal Comune con determinazione 8 agosto 2018, p prot.n.9897.

4. Seguiva, in data 21 agosto, l’ordinanza n. 7 con la quale veniva ordinata la cessazione dell’attività avviata già sulla base della Cila del 31 gennaio 2018.

5. Da qui, originava il ricorso n.r.g. 1264 del 2018 affidato alle seguenti censure:

-tardività dell’atto di diniego, intervenuto oltre il termine di sessanta giorni previsto dall’art.19 L.n.241/90;

-ultroneità dell’istanza presentata al Suap, essendo in possesso, la ricorrente, deititolo necessari all’esercizio dell’attività (licenza di p.s. – licenze Agenzia monopoli di Stato);

-tardiva adozione del provvedimento di inibizione;

– violazione dell’art.23-ter D.p.r. n.380/2001, nella parte in cui i provvedimenti avversati considerano urbanisticamente rilevanti difformità di uso dei locali in cui si svolge l’attività di videolottery e raccolta scommesse;

– errata interpretazione dell’art.38 delle NTA del PRG, che non impedirebbe nella zona in questione l’attività esercitata.

6. Si costituiva il comune di Monteforte Irpino, confutando le censure della società.

7. Con ordinanza cautelare n.458/2018 del 26 settembre 2018, il Tar sospendeva gli effetti dell’ordinanza di chiusura dell’attività.

8. Il Consiglio di Stato, con ordinanza 6377/2018, riformava l’ordinanza cautelare di primo grado “Considerato che, nei limiti della sommaria cognizione propria della presente fase cautelare, possono essere favorevolmente apprezzate le prospettazioni della parte appellante in relazione ai profili relativi alla conformità urbanistico-edilizia e alla destinazione d’uso del bene”; per l’effetto, respingeva l’istanza cautelare proposta in primo grado.

9. La Questura di Avellino, in conseguenza delle determinazioni adottate dal Comune di Monteforte Irpino (segnatamente, ravvisata incompatibilità dell’attività esercitata rispetto alle prescrizioni urbanistiche previste per la zona G4 del PRG) disponeva la revoca della licenza rilasciata il 16 aprile 2018 (prot.cat 13/B/2018 P.A.S.I), per l’esercizio dell’attività di scommesse e videolottery.

10. Da qui, il secondo ricorso al Tar, per avversare il provvedimento della Questura datato 30 novembre 2018, accompagnato dalla domanda di risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali.

11. La società lamentava (i) tardiva adozione del provvedimento di revoca, oltre un termine ragionevole, (ii) violazione del principio di non aggravamento del procedimento, (iii) tardivo accertamento dei fatti successivamente al rilascio della licenza, (iv) violazione del canone della buona fede, fondata sul certificato di agibilità dei locali rilasciato il 14 novembre 2016; (v) difetto di istruttoria, essendosi la Questura appiattita sulle risultanze del Comune, (vi) compatibilità dell’art.38 delle NTA del PRG del Comune di Monteforte Irpino con l’attività commerciale e videoludica esercitata dalla (…).

12. Si costituiva il Ministero dell’interno, per resistere al ricorso con articolata memoria a confutazione delle censure.

13. Con ordinanza cautelare n.7/2019, datata 8 gennaio 2019, il Tar sospendeva gli effetti del provvedimento di revoca della licenza.

14. Con la sentenza impugnata, n. 1071/2020, il giudice di primo grado:

-riuniva i due ricorsi;

– esaminava, nell’ordine, prima il ricorso r.g. 1264 del 2018, che accoglieva;

– esaminava, successivamente, il ricorso r.g.1930 del 2018, anch’esso accogliendolo.

14.1. La decisione si fondava sul rilievo, ritenuto dirimente, della ravvisata compatibilità dell’attività relativa all’istanza presentata al Suap nonché nella cila del 31 gennaio 2018 (prot.n.1526) e di quella in concreto esercitata nei locali (giusta ispezione dei VV.UU. di cui alla nota prot.n. 6840 dell’8.6.2018), con la destinazione urbanistica della zona G4 del PRG (“zone sportive private ad uso collettivo”).

15. Appella la sentenza n. 1071/2020 il comune di Monteforte Irpino affidando il gravame a tre mezzi così compendiati: a. error in iudicando in relazione alla sussistenza di titolo autorizzativo, certificato di agibilità, falsa e/o apparente motivazione; b. error in iudicando in relazione all’interpretazione letterale e sintattica dell’art. 38 delle NTA al PRG, falsa e/o apparente motivazione, c. error in procedendo in relazione alla disposta riunione dei procedimenti rg. 1264/18 e r.g. 1930/18.

16. Si sono costituiti la società (…), in liquidazione, e il Ministero dell’interno.

17. La società appellata ripropone i motivi introduttivi del giudizio.

18. Le parti hanno depositato memorie.

19.All’udienza del 18 novembre 2021, l’appello è stato trattenuto per la decisione.

DIRITTO

20. Preliminarmente, il Collegio reputa corretta la decisione del giudice di primo grado di disporre la riunione dei due ricorsi proposti dalla società odierna appellata, stante l’incontestabile rapporto di connessione oggettiva e parzialmente soggettiva tra i due gravami, resa evidente dal nesso di pregiudizialità, ad effetti invalidanti, esistente tra le determinazioni impugnate che ne avrebbe consigliato, comunque, la trattazione congiunta per evitare possibili decisioni tra esse confliggenti. Da qui, il rigetto del terzo motivo di appello (sopra, lettera c).

21. Nel merito, l’appello è fondato.

21.a. La normativa applicabile alla fattispecie in esame – in assenza di una mappatura dei luoghi sensibili da parte del Comune appellante, – è quella generale relativa all’uso del territorio.

Il Comune, nell’esercizio dei propri poteri di pianificazione, ha stabilito che nella zona in cui si trova l’immobile è possibile soltanto l’uso “G4” – “Area privata sportiva a uso collettivo”, per “realizzazione di attrezzature sportive coperte o scoperte e attrezzature e servizi connessi all’accoglienza degli atleti come spogliatori, bar, spazi per il ristoro, attrezzature per il tempo libero e uffici per l’amministrazione del complesso sportivo”.

La zona ove ricade la sala scommessa è risultata, tra l’altro, interessata da un permesso di costruire per la realizzazione di un complesso sportivo per il quale la richiesta di cambio di destinazione d’uso (presentata nel 2008) non ebbe esito favorevole.

L’appellata, con la Cila del 31 gennaio 2018, ha inteso legittimarsi all’attività di scommesse, sala giochi a mezzo viedolottery in un immobile ricadente nella zona sopra descritta.

21.b. Il Collegio rileva una palese e frontale incompatibilità urbanistica tra la destinazione d’uso dichiarata nella Cila e quella fruibile nella zona in base alla normativa urbanistica comunale.

Non può, invero, porsi sullo stesso piano urbanistico e d’uso – neppure in via integrativa, complementare ed estensiva – l’attività sportiva privata a uso collettivo con l’attività di sala giochi a mezzo videolottery.

La prima, consente unicamente lo svolgimento di attività sportive mercé la realizzazione delle pertinenti e strumentali attrezzature sportive, inclusi i servizi connessi all’accoglienza degli atleti; la seconda, di cui alla Cila del 31 gennaio 2018 e istanza del 29 maggio 2018, si sostanzia, invece, nell’esercizio di una attività economica, di natura prettamente commerciale, ascrivibile alla relativa categoria funzionale ex art. 23-ter del d.P.R n. 380/2001, che nulla ha a che spartire, sul piano ontologico e funzionale, con la destinazione “G4” (attività sportive-sport).

21.c. L’attività dell’appellata consiste, infatti, nella gestione di un pubblico esercizio dove sono messi a disposizione dei clienti particolari tipi di apparecchi meccanici, congegni automatici, semiautomatici ed elettronici (id est, videogiochi, ecc.) a pagamento e con riscossione di premi in denaro. In particolare, l’attività in parola si svolge mediante l’utilizzazione di 18 apparecchi che consentono la vincita di denaro nonché di postazioni dedite alla raccolta di scommesse.

21.d. E’ vero che questo tipo di attività sembra condividere con quello prettamente sportivo taluni aspetti come quello ricreativo, ludico e delle abilità. Pur tuttavia, non è possibile tra le due alcuna assimilazione ontologico-funzionale stante il diverso e incisivo impatto che esse esercitano sulla persona (implicazioni sanitarie, economiche, familiari), con rilevanti risvolti di tipo sociale e collettivo.

21.e. Sul punto, l’art. 23-ter della legge n. 241 del 1990 (introdotto dal D.L. n. 133/2014: c.d. “Sblocca cantieri”) individua quattro categorie di destinazione urbanistica: a) residenziale; a-bis) turistico-ricettiva; b) produttiva e direzionale; c) commerciale; d) rurale.

La norma stabilisce che per la legge nazionale costituisce mutamento rilevante della destinazione d’uso ogni forma di utilizzo dell’immobile o della singola unità immobiliare diversa da quella originale anche se non accompagnata dall’esecuzione di opere edilizie, purché tale da comportare l’assegnazione dell’immobile o dell’unità immobiliare considerate una diversa categoria funzionale.

21.f. L’attività sportiva, di norma, rientra funzionalmente nella categoria direzionale.

21.g. L’attività di scommesse e videolottery rientra, invece, più propriamente nella categoria “commerciale”.

21.h. Il passaggio dall’una all’altra categoria comporta, dunque, un mutamento di destinazione urbanisticamente rilevante e non funzionalmente compatibile-assimilabile, considerato la diversa incidenza di carico urbanistico nonché economico-territoriale.

21.i. Da qui, l’impossibilità di ricondurre, per estensione o assimilazione, alla destinazione urbanistica “G4” del comune di Monteforte Irpino l’attività di raccolta scommesse senza previo permesso; ciò che, sotto altro rilevante profilo, esclude l’assentibilità della divisata intrapresa economica mediante una semplice Cila o Scia.

22. La circostanza, poi, che l’art. 38 delle N.T.A. non escluda espressamente, dagli insediamenti praticabili nella zona “G4”, le sale giochi non implica che le stesse debbano intendersi implicitamente consentite.

22.a. I locali dove si svolge la divisata attività devono, infatti, avere una destinazione d’uso compatibile con quella prevista dallo strumento urbanistico comunale; ciò implica che essi devono rispettate le norme e le prescrizioni specifiche dell’attività, in primis quelle in materia edilizia e urbanistica. Diversamente opinando, potrebbe essere allocate in qualsiasi parte del territorio, in spregio alla pianificazione locale.

22.b. Nel caso di specie, l’attività in concreto esercitata (scommesse e videolottery) si è disvelata in concreto diversa da quella contemplata dalla Cila del 31 gennaio 2018, acquisita al prot. n.1526, la quale prevedeva una destinazione prevalente ad attività sportiva (id est: ping pong o altri sport da tavolo), questa sì compatibile con la destinazione di zona.

22.c. Più in particolare, deve osservarsi che lo strumento di pianificazione urbanistica del Comune di Monteforte Irpino non contempla affatto la possibilità di esercizio dell’attività commerciale nelle zone omogenee a “destinazione speciale” come è la Zone G).

Il Regolamento edilizio, allegato al PRG, all’articolo 63 contempla la possibilità di insediamenti commerciali soltanto nella zona omogenea specifica di destinazione D (zone per insediamenti industriali, artigianali e commerciali); di fuori della zona omogenea specifica di destinazione D, il regolamento comunale ne contempla la possibilità unicamente nelle zone omogenee A e B (zone di interesse storico ambientale e zone parzialmente o totalmente edificate esistenti), e pur sempre nella ricorrenza di determinate caratteristiche.

23. Nessuna rilevanza assume, poi, il certificato di agibilità ottenuto dalla società proprietaria dell’immobile in questione e dante causa della appellata, rilasciato il 14 novembre 2016, tenuto conto che con tale documento, secondo quanto statuito dall’art. 24 del Testo Unico sull’Edilizia, si attesta soltanto che un determinato immobile, a seguito dell’edificazione o di determinati interventi, possiede le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico definite dalla normativa vigente e che è stato realizzato secondo quanto indicato nel progetto.

24. Va soggiunto che, l’unico documento idoneo ad attestare la destinazione d’uso dell’immobile o dell’unità immobiliare è quella stabilita dalla documentazione di cui all’articolo 9-bis, comma 1-bis della legge n. 241 del 1990.

In forza di tale articolo, “Lo stato legittimo dell’immobile o dell’unità immobiliare è quello stabilito dal titolo abilitativo che ne ha previsto la costruzione o che ne ha legittimato la stessa e da quello che ha disciplinato l’ultimo intervento edilizio che ha interessato l’intero immobile o unità immobiliare, integrati con gli eventuali titoli successivi che hanno abilitato interventi parziali …”.

25. Come pure alcuna influenza esercitano le dichiarazioni rilasciate all’appellata dal locatore dell’immobile, circa la compatibilità d’uso dei locali e la conformità urbanistica, trattandosi di aspetti inerenti rapporti di natura privatistica.

26. Acclarata l’incompatibilità urbanistica dell’insediamento commerciale in zona “G4” del PRG comunale, legittimante il Comune è intervenuto in via inibitoria sulla Cila del 31 gennaio 2018 nell’esercizio dei propri poteri di controllo e vigilanza.

26.a. La Cila è stata presentata il 31 gennaio 2018, al protocollo comunale n. 1526. Alla stessa, sono stati allegata relazione tecnica e grafici progettuali.

26.b. Sennonché, tale documentazione descrive una destinazione d’uso diversa da quella corrispondente alla destinazione urbanistica di zona in quanto, pur prevedendo la realizzazione di un’area prevalente della zona centrale destinata a “sport” e solo una accessoria per video giochi, in realtà si è disvelata (vedi sopralluogo e accertamenti della Polizia municipale del 26 maggio 2018) essere destinata, in via assolutamente prevalente e preponderante, alla offerta di videolottery e raccolta scommesse, circostanziata dalla presenza di ben 18 apparecchiature che consentono la vincita di denaro e diverse postazioni dedite alla raccolta delle scommesse.

27. Così stando le cose, era consentito al Comune intervenire con l’ordinanza 21 agosto 2018, n. 7, per ordinare la cessazione di una attività (raccolta scommesse e videolottery) esercitata in contrasto con la normativa urbanistica comunale, ovvero a fronte di una destinazione d’uso dei locali difforme rispetto alle caratteristiche urbanistiche della zona e incompatibile con queste sul piano funzionale, nulla avendo a che fare con la destinazione a “sport” l’offerta di scommesse e giochi d’azzardo leciti.

27.a. L’art. 21, comma 2-bis, della legge n. 241 del 1990 statuisce che “Restano ferme le attribuzioni di vigilanza, prevenzione e controllo su attività soggette ad atti di assenso da parte di pubbliche amministrazioni previste da leggi vigenti, anche se è stato dato inizio all’attività ai sensi degli articoli 19 e 20”.

27.b. La norma è coerente al sistema generale dei controlli sulle attività che non si conformano in carenza dei requisiti di legge (art. 19, legge 241/1990).

27.c. Nel caso in esame, l’attestazione di conformità urbanistica e d’uso è stata presupposta nella Cila e supportata dalla dichiarata realizzazione di un’area della zona centrale destinata a “sport”.

27.d. La diversa destinazione d’uso dei locali (commerciale rispetto a quella direzionale-sportiva) è stata successivamente accertata all’esito dei controlli di polizia eseguiti a distanza di circa quattro mesi; l’inibizione, rectius la cessazione dell’attività commerciale è stata ordinata immediatamente, a distanza di poco più di due mesi dal sopralluogo della polizia municipale.

27.e. L’incedere dei fatti, tenuto conto della mancata conformazione dell’attività in carenza di un elemento essenziale formativi della fattispecie legittimante, induce ad escludere la carenza di potere in capo all’Amministrazione civica, ovvero l’inefficacia dei provvedimenti adottati in funzione di controllo del territorio; così pure, di ogni ritardo colpevole in capo al Comune poiché la ragione degli interventi monitorio e denegatorio riposa su congruenti elementi di fatto comprovanti la difformità tra l’attività in concreto esercitata (raccolta scommesse e videolottery) e quella consentita dallo strumento urbanistico (pratica sportiva ad uso collettivo).

28. Legittima s’appalesa, dunque, l’ordinanza n. 7/2018; e altrettanto legittimo il diniego opposto alla SUAP del 29 maggio 2018.

29. Acclarata la legittimità dell’operato comunale, ne consegue che altrettanto legittimamente la Questura ha revocato la licenza alla società appellata (ricorso di primo grado n.r.g. 1930/2018).

30. Accertata, infatti, la carenza dei requisiti oggettivi richiesti per la formazione legittima del titolo e considerata la mancata conformazione dell’attività, si sono inverati i presupposti normativi idonei a suscitare la riconsiderazione della legittimità del titolo rilasciato.

30.a. Il Regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza”), all’articolo 11, prevede che per svolgere specifiche attività si debbano possedere requisiti di moralità adeguati. Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia devono essere negate:

-a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione:

-a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Il precedente articolo 9 del citato Testo unico, dispone che “Oltre le condizioni stabilite dalla legge, chiunque ottenga un’autorizzazione di polizia deve osservare le prescrizioni, che l’autorità di pubblica sicurezza ritenga di imporgli nel pubblico interesse”.

30.b. Dal combinato disposto delle suddette norme si evince che il rilascio dell’autorizzazione di pubblica sicurezza, e il suo mantenimento (id est, legittima prosecuzione dell’attività autorizzata), presuppongono il rispetto di tutte le norme di polizia urbana, sanitaria, urbanistiche, edilizie (incluse le destinazioni d’uso).

Le autorizzazioni (art.11 cit.) devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione.

Queste ultime previsione descrivono, in astratto, il paradigma in cui confluisce la fattispecie concreta in esame.

30.c. A seguito dell’accertata difformità urbanistica, la Questura ha ravvisato sussistenti elementi fattuali impeditivi alla prosecuzione dell’attività in conformità alle norme del T.U.L.P.S., tali che avrebbero imposto, ove conosciuti a suo tempo, il diniego della autorizzazione.

30.d. Da qui, l’avvio del procedimento di “revoca”, così definito dalla norma ma in realtà qualificabile come annullamento d’ufficio per vizio di legittimità originario della licenza.

31. La Questura ha valutato, in uno con il vizio di legittimità (inidoneità dei locali: carenza delle condizioni alle quali è subordinata l’autorizzazione), il contrasto con l’interesse pubblico della prosecuzione dell’attività precedentemente autorizzata (vedi nota Questura 13B2018 del 29 agosto 2018 di avvio procedimento revoca), anche alla luce delle dichiarazioni rese dalla società ai fini del rilascio del titolo (v. nota Questura 13 novembre 2018).

32. Non è questione di falsità (penalmente rilevante o falso innocuo) della dichiarazione resa dall’appellata alla Questura (la buona fede nel nostro ordinamento si presume); ciò che rileva, in questa sede, è la difformità tra la dichiarazione resa dalla società (conformità urbanistica del locale) e accertata insussistenza di tale condizione (contrasto con le norme urbanistiche e sulla destinazione d’uso), ovvero la carenza di un preciso requisito oggettivo richiesto per il rilascio della licenza di pubblica sicurezza, che funge da presupposto esogeno per la successiva verifica degli ulteriori elementi richiesti dal TULPS.

32.a. Il fatto che tale requisito fosse stato accertato come sussistente al momento del rilascio del titolo, o magari del tutto obnubilato in quella circostanza, non comporta il venire meno del potere da parte della Questura di intervenire sui provvedimenti ad effetti durevoli per accertare la costante e continua conformità al paradigma legale e all’interesse pubblico dell’attività in corso di svolgimento. Siffatto potere è espressamente contemplato dal Regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (art. 11); rientra nel più ampio potere di controllo e vigilanza riconosciuto alle amministrazioni pubbliche dall’art. 21, comma 2-bis della legge n. 241 del 1990; è previsto in via generale – sub specie di decadenza dai benefici concessi – dall’articolo 75, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.

32.b. Sull’art. 75, d.P.R. n. 445/2000 (applicato alla fattispecie dalla Questura) si è recentemente pronunciata la Corte Costituzionale ribadendone la conformità a Statuto con sentenza 27 ottobre 2021, n. 190 (per un precedente analogo v. Corte Cost. 24 luglio 2019, n. 199).

33. I requisiti e le condizioni richiesti per il rilascio dell’autorizzazione devono essere posseduti, dunque, al momento iniziale e conservati per tutto il periodo di efficacia del titolo, ovvero di esercizio dell’attività; da qui, anche la consequenziale inapplicabilità degli stringenti termini di intervento inibitorio configurati dall’art.19 della legge n. 241 del 1990, il cui superamento è stato invocato dalla società appellata nel ricorso di primo grado come motivo di invalidità del provvedimento. Inapplicabilità dei termini che rinviene, altresì, dalla circostanza che il potere esercitato dalla Questura è, piuttosto, riconducibile al paradigma della decadenza e non della revoca in autotutela.

34. Sul punto può soggiungersi, in via più generale, quanto chiarito dalla giurisprudenza amministrativa (cfr Cons. Stato, Ad.pl. 17 ottobre 2017, n. 8) secondo cui una fattispecie non corrispondente alla realtà determinata da dichiarazioni difformi, se induttiva di una errata rappresentazione dei fatti, può essere rilevante al fine di superamento del termine di conclusione del procedimento e di esercizio dei poteri di autotutela, purché tale conflitto storico-fattuale venga accertato inequivocabilmente dall’amministrazione con i propri mezzi: cosa che è accaduta nella fattispecie in esame.

35. In conclusione, per quanto fin qui esposto, l’appello va accolto.

36. Le spese di entrambi i gradi di giudizio possono essere compensate per la complessità della controversia.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, respinge i ricorsi riuniti di primo grado (n.r.g. 1264/2018 e n.r.g. 1930/2018).

Spese compensate”.