Il gestore che non versa il Preu è colpevole di peculato, lo ha stabilito con sentenza la Corte di Cassazione.

Si legge nel dispositivo: “Il legislatore ha previsto la riserva a favore dello Stato (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) dell’attività di gioco e può affidare la realizzazione di tale servizio, in regime di concessione, ad imprese specializzate, le quali esercitano la gestione mediante rete telematica del gioco lecito realizzato con apparecchi e video terminali collocati presso vari esercizi commerciali. I concessionari affidano la gestione telematica del gioco, nonché la riscossione degli introiti, a soggetti, enti o società, con cui stipulano contratti di subconcessione, creando una rete di gestori o esercenti, che fanno parte della propria “subfiliera”. Il contratto stipulato tra il concessionario ed il gestore prevede, quali compiti di quest’ultimo, l’installazione degli apparecchi da gioco all’interno degli esercizi pubblici (bar, tabacchi, sale giochi). Il gestore deve essere munito di tutte le autorizzazioni necessarie, deve effettuare il prelievo delle somme contenute negli apparecchi e consegnare al concessionario le somme prelevate dagli apparecchi. Inoltre il gestore è detentore delle chiavi degli apparecchi medesimi. Le somme che i gestori si trovano a detenere hanno “natura di prelievo erariale unico”.

Il rapporto tra il concessionario ed il terzo incaricato della raccolta del denaro è qualificato come “rapporto di subconcessione” e pur avendo natura privatistica, regola “servizi pubblici”, perché il gioco è attività riservata allo Stato: la connotazione pubblicistica di tale attività emerge per il suo diretto collegamento all’interesse generale alla riscossione del gettito che spetta allo Stato (nella specie monopolista), quale provento dell’attività di gioco.

In ordine al primo profilo di censura prospettato dal ricorrente, vale rilevare che questa Corte ha avuto modo di affermare (Sez. 6, n. 49070 del 05/10/2017, Corsino, Rv. 271498-01) che il concessionario statale della gestione dei giochi telematici, quale agente contabile, riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio, atteso che il denaro che riscuote è di spettanza della Pubblica Amministrazione. La natura privatistica del contratto con cui il concessionario “demanda” ad altro soggetto l’esercizio dell’attività di agente contabile non incide sulla veste di incaricato di pubblico servizio del suboncessionario, in quanto preparatoria e “funzionale” alla riscossione del prelievo erariale unico sulle giocate. Il denaro che si riscuote è fin da subito di spettanza della Pubblica Amministrazione, posto che il concessionario contabilizza il prelievo erariale unico ed esegue il versamento con le modalità definite dall’Amministrazione dei Monopoli. Il denaro versato dai giocatori diviene “pecunia publica” non appena entra in possesso del soggetto incaricato di raccogliere tale denaro.

Gli operatori di filiera non contraggono una mera obbligazione tributaria bensì, rivestendo il ruolo di incaricati di pubblico servizio (consistente nella raccolta del denaro dei giochi), sono tenuti a versare immediatamente al concessionario le somme ottenute dai giochi attraverso gli apparecchi predisposti per le giocate. Commette il reato di peculato il titolare dell’attività di raccolta delle giocate, allorché omette il versamento delle somme riscosse per conto dell’Amministrazione Finanziaria, atteso che il denaro incassato dall’agente è, sin dal momento della sua riscossione, di pertinenza della P.A. La giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che riveste la qualifica di “incaricato di pubblico servizio” il subconcessionario per la gestione dei giochi telematici, per gli effetti di cui all’art. 358 cod. pen., è investito contrattualmente dell’esercizio dell’attività attività di “agente contabile” addetto alla riscossione ed al successivo versamento del “prelievo erariale unico” sulle giocate, previsto dall’art. 2 lett. g) del D.M. 12 marzo 2004, poiché il servizio del gioco è riservato allo Stato che lo esercita in regime concessorio pubblico, ed è disciplinato nei suoi aspetti esecutivi da norme primarie di valenza pubblica. A nulla rileva che il raccoglitore-ricevitore abbia facoltà (come da concessione) di disporre di parte del denaro riscosso per le percentuali di aggio in suo favore, e per il pagamento di talune vincite. Il ricevitore non è semplice debitore di quantità dell’erario, ma, in qualità di riscossore, entra in possesso del denaro incassato per conto dell’Amministrazione Finanziaria, verso cui ha obbligo di rendiconto, attraverso il rapporto con il concessionario (Sez. 6 n. 46954 del 21/05/2016, Bongiovanni, Rv. 265275; Sez. 6 n. 36656 del 04/06/2015, Tortello, Rv. 264583; Sez. 6 n. 30541 del 17/05/2007, Lombardo, Rv. 237185). La Corte d’appello di Cagliari, in adesione ai principi espressi dal giudice di legittimità, ha precisato che la natura privatistica del contratto non incide sulla qualifica conferita al subconcessionario il quale è privo di autonomia nella gestione e nell’esercizio del gioco che è tenuto, invece, a svolgere nel puntuale rispetto dei termini della concessione fra l’Amministrazione ed concessionario. Nella specie, il ricorrente, a mezzo della sua società, ha rivestito il ruolo di terzo incaricato dalla (…) della fornitura e della installazione degli apparecchi, nonché della raccolta delle giocate ed ha espletato un servizio pubblico consistente nella gestione dei giochi leciti e nella raccolta del PREU (quest’ultima, tassa di natura pubblicistica), pertanto infondata appare la tesi difensiva, in verità meramente assertiva e comunque difforme dal plurimo orientaento del giudice della legittimità, secondo cui l’attività svolta dal ricorrente sarebbe quella di semplice fornitura delle macchine su disposizione della concessionaria, e di raccolta materiale degli incassi delle giocate, in quanto tale non idonea alla qualificazione dell’incaricato di pubblico servizio.

Quanto alla seconda censura, considerato il ruolo attivo del gestore nella materiale attività di raccolta del gioco pubblico, bisogna ribadire che commette il reato di peculato il soggetto che non ha riversato al concessionario le somme dovute in ragione della raccolta realizzata. Nel caso di specie, l’imputato non contesta il fatto storico dell’appropriazione, eccependo l’assenza della qualifica di incaricato di pubblico servizio in capo a sé medesimo, chiedendo di riqualificare la condotta nella figura incriminatrice dell’appropriazione indebita. Per le ragioni esposte in seno al precedente motivo di ricorso, tuttavia, la condotta appropriativa del ricorrente, rivestendo la qualifica di incaricato di pubblico servizio, non può che essere univocamente sussunta nell’area della fattispecie incriminatrice del peculato, come già affermato dalla giurisprudenza di legittimità. Il reato deve considerarsi consumato fin dal momento in cui, in pendenza del rapporto contrattuale di concessione, il ricorrente si è illegittimamente appropriato delle somme di pertinenza erariale venute in suo possesso grazie alla funzione svolta.

Infondato è anche il terzo motivo di ricorso, in quanto, atteso che il peculato è reato istantaneo, l’appropriazione ripetuta di somme e beni altrui di cui l’incaricato di pubblico servizio abbia a qualsiasi titolo il possesso, realizza distinti reati che, commessi in esecuzione del medesimo disegno criminoso, sono stati correttamente unificati quoad poenam, dai giudici di merito.

Tutti i motivi di ricorso devono essere respinti ed il ricorrente è tenuto, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali.

Il ricorrente deve essere altresì condannato alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla persona offesa che vanno liquidate come da dispositivo”.