“La norma, quindi, individua i soggetti che possono rendere prestazioni di lavoro accessorio, anche in questo caso rifacendosi alla disciplina del decreto legislativo n. 276 del 2003 vigente prima dell’intervento della cosiddetta « legge Fornero ». Sono individuate, in particolare, le seguenti categorie: i disoccupati da almeno un anno; gli studenti, regolarmente iscritti e compatibilmente con la frequenza del corso di studi, le casalinghe e i pensionati; le persone con disabilità; le persone inserite in comunità di recupero, comprese le persone affette da dipendenza da alcol o da gioco d’azzardo patologico; le donne inserite in percorsi di tutela contro la violenza domestica; i lavoratori cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea, regolarmente soggiornanti in Italia, nei sei mesi successivi alla perdita del posto di lavoro; i percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno del reddito, nel limite di 3.000 euro di compenso per anno solare. La relazione illustrativa sottolinea che, rispetto alla disciplina assunta come riferimento, si specifica che gli studenti devono essere regolarmente iscritti e che per loro l’attività di lavoro accessorio deve svolgersi compatibilmente con la frequenza del corso di studi, nonché si allarga la platea dei prestatori anche a coloro che stanno affrontando un percorso di recupero da dipendenza da alcol o da gioco d’azzardo patologico e alle donne inserite in percorsi di contrasto della violenza in ambito domestico. A tutti i lavoratori che dichiarano la loro disponibilità a effettuare prestazioni di lavoro accessorio, i servizi per l’impiego e gli enti accreditati erogano una formazione di base in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”.

Lo ha detto in Commissione Lavoro della Camera Walter Rizzetto (FdI), relatore, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge riguardanti le “Disposizioni in materia di prestazioni di lavoro accessorio”.