tribunale

Il Tar Lombardia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una ditta individuale contro Ministero dell’Interno – Questura di Cremona in cui si chiedeva  l’annullamento del Decreto emesso dal Questore della Provincia di Cremona con il quale l’Amministrazione ha respinto l’istanza di rilascio della licenza ex art. 88 R.D. 18 giugno 1973 n. 773 avanzata dal ricorrente per l’esercizio dell’attività di trasmissione dati, per conto della società (…), nei locali siti in Offanengo (CR).

La Ditta Individuale ha impugnato il provvedimento, meglio indicato in epigrafe, con cui la Questura di Cremona ha respinto la domanda di rilascio della licenza ex art. 88 R.D. 18 giugno 1973 n. 773 per l’esercizio dell’attività di trasmissione dati per raccolta di scommesse sportive, per conto di una società di nazionalità austriaca.

Il detto provvedimento, ampiamente motivato, si basa essenzialmente sul rilievo che la società non è titolare della concessione all’esercizio e alla raccolta di gioco con vincita in denaro, che tale attività va esercitata solo nelle sedi e con le modalità fissate nelle relative convenzioni di concessione e che né la signora (…) né la predetta (…) hanno aderito alla procedura di regolarizzazione prevista dall’art. 1, comma 643, della legge 190/2014.

La ricorrente, premesso di svolgere l’attività di centro trasmissione dati (C.T.D.) in favore della società (società autorizzata e controllata dal governo austriaco) nei locali siti (…) ha formulato, in sintesi, le seguenti censure: 1) nullità o annullabilità del provvedimento per difetto di motivazione ed istruttorio; 2) contraddittorietà, irragionevolezza ed illogicità stante la piena legittimità dell’attività dei C.T.D. alla luce delle pronunce della Corte di Giustizia e del principio di libertà di stabilimento e libera circolazione dei servizi; violazione dei principi del Trattato in quanto, in base alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, la mancata titolarità di concessione italiana non potrebbe fondare il rigetto della richiesta di autorizzazione ex art. 88 del TULPS, presentata dal soggetto che opera sul territorio italiano sulla base di un accordo contrattuale con un operatore transfrontaliero dotato di concessione nel paese di origine; non avrebbe alcun rilievo la mancanza di una concessione italiana AAMS in capo al bookmaker straniero e men che meno in capo al titolare del C.T.D., in quanto l’obiettivo di evitare l’implicazione in attività criminali o fraudolente sarebbe soddisfatto imponendo all’operatore italiano di ottenere la licenza di polizia ex art. 88 TULPS; 3) i bandi ad evidenza pubblica avrebbero avuto un effetto preclusivo, volto a restringere la concorrenza nel mercato nazionale dei giochi e delle scommesse; tali pratiche anticoncorrenziali risulterebbero ancora più concrete considerando che il bando per nuove licenze, da pubblicarsi già nel giugno 2016, non è stato ancora pubblicato, determinando un sistema autorizzatorio delle sole realtà giuridiche già in possesso di licenza detenuta col precedente bando risalente a dieci anni addietro; la discriminazione sarebbe, vieppiù, evidente nella parte in cui sarebbe preclusa la possibilità per nuovi allibratori, stranieri o nazionali, di accedere nel mercato italiano, esclusione da ricondursi direttamente dai limiti posti dalla legislazione italiana; 4) in ogni caso, gli operatori ingiustamente penalizzati dalla normativa protezionistica, come nel caso in esame, dovrebbero poter svolgere in Italia la propria attività anche in assenza di concessione; non sarebbe dubbio, infatti, che anche la società si troverebbe nell’impossibilità di accedere al mercato italiano a causa della discriminazione presente nelle condizioni di accesso in precedenza istituite e, comunque, per la evidente circostanza di aver avuto rilasciate le relative concessioni dal governo austriaco solo in data successiva all’indizione delle gare concessorie italiane effettuatesi nel 1999 (Gare CONI), nel 2006 (c.d. Bando Bersani) e nel 2012 (Bando Monti); in base agli artt. 49 ss. del TFUE deriverebbe la possibilità per la società di offrire i propri servizi in Italia tramite i CTD affiliati, “entrando sul mercato” in qualunque momento ed operando liberamente, indipendentemente dal momento di costituzione, nel rispetto della normativa interna, pena la violazione delle norme del Trattato configurandosi una palese discriminazione nei confronti di chi intenda (possedendo regolare licenza di altro Stato membro) operare in Italia (artt. 49 e 56 TFUE).

La ricorrente ha formulato anche domanda risarcitoria.

Per il Tar: “Il ricorso è infondato e va respinto. I motivi di ricorso –ad eccezione del primo con cui si denuncia il difetto di motivazione del provvedimento della Questura, motivo all’evidenza infondato, stante l’ampia, puntuale e precisa motivazioni posta a fondamento del decreto di rigetto gravato –possono essere trattati unitamente, essendo connessi sotto il profilo poligono-giuridico.

Con essi parte ricorrente – violando apertamente il principio di sinteticità degli atti di cui all’art. 3, comma 2, del CPA –sostanzialmente si duole, da un lato, che la legislazione italiana, subordinando (in base all’art. 88 TULPS) il rilascio della licenza di pubblica sicurezza all’esistenza, in capo al richiedente o ad un soggetto che gli abbia conferito mandato, della pertinente concessione per la gestione delle scommesse (concessione il cui rilascio è contingentato, e avviene all’esito di una procedura di evidenza pubblica), si porrebbe in contrasto con la disciplina comunitaria contenuta nel trattato di funzionamento dell’Unione europea in materia di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei servizi; dall’altro, che le procedure di evidenza pubblica relative al rilascio delle concessioni sarebbero volutamente dilatorie, rendendo impossibile l’accesso al mercato italiano a nuovi operatori economici, con conseguente violazione delle norme del Trattato per palese discriminazione nei confronti di chi –titolare di licenza in altro stato membro – intendesse operare in Italia.

Preliminarmente, pare opportuno ricordare che l’art. 88 del R.D. 18 giugno 2931, n. 773 (TULPS) dispone che “La licenza per l’esercizio delle scommesse può essere concessa esclusivamente a soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o di altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse, nonché a soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare di autorizzazione in forza della stessa concessione o autorizzazione”.

L’art. 2, comma 2 ter, del D.L. 25 marzo 2010, n. 40, convertito con legge 22 maggio 2010, n. 73, prevede che il citato art. 88 “si interpreta nel senso che la licenza ivi prevista, ove rilasciata per esercizi commerciali nei quali si svolge l’esercizio e la raccolta di giochi pubblici con vincita in denaro, è da intendersi efficace solo a seguito del rilascio ai titolari dei medesimi esercizi di apposita concessione per l’esercizio e la raccolta di tali giochi da parte del Ministero dell’economia e delle finanze – Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato”.

Ebbene, la questione oggetto di giudizio è già stata affrontata più volte in giurisprudenza, la quale ha avuto modo di esprimere principi da cui il Collegio non ha motivo di discostarsi.

In particolare, con una recentissima pronuncia (TAR Liguria, sez. II, 13 dicembre 2018, n. 969), in relazione ad un caso del tutto analogo a quello qui in esame, è stato osservato che “La legislazione ha dunque chiaramente configurato un sistema “a doppio binario”, in quanto obbliga chi intenda svolgere l’attività a munirsi sia della concessione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze – Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, che dell’autorizzazione di pubblica sicurezza di cui all’art. 88 TULPS. Tale sistema a doppio binario ha positivamente superato il vaglio della giurisprudenza comunitaria e nazionale. Da un lato, infatti, la Corte di Giustizia dell’Unione europea, sez. III, con sentenza 12 settembre 2013, n. 660/11, ha affermato che “gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione”.

Dall’altro, sulla scorta della citata giurisprudenza comunitaria, anche il Consiglio di Stato ha recentemente confermato che è compatibile con il diritto comunitario il c.d. sistema concessorio-autorizzatorio del “doppio binario”, che richiede, per l’esercizio di attività di raccolta di scommesse, sia il rilascio di una concessione da parte del Ministero dell’economia e delle finanze, sia l’autorizzazione di pubblica sicurezza di cui all’art. 88 del Testo unico di pubblica sicurezza (Cons. di St., III, 10.8.2018, n. 4905; id., 20.4.2015, n. 1992; id., 27.11.2013, n. 5672)” .

Sotto l’esposto profilo, pertanto, le censure di parte ricorrente sono prive di fondamento e vanno respinte.

Risultano, invece, del tutto estranee al presente giudizio –che, giova ribadirlo, riguarda esclusivamente la contestazione del diniego di rilascio di una autorizzazione ex art. 88 TULPS – tutte le questioni (e le censure) sollevate in ricorso che concernono – a monte – le gare per l’ottenimento della concessione o il loro rifiuto (gare che, peraltro, sono indette da un’amministrazione statale diversa da quella dell’Interno, unica evocata nel presente giudizio), sotto i profili più sopra ricordati e sostanzialmente riconducibili alle posizioni di privilegio impropriamente riservate ai concessionari storici, questioni che avevano dato luogo alla giurisprudenza comunitaria citata a sostegno del ricorso (CGUE 16.2.2012, N. 72/10 Costa e Cifone).

Anche tal ordine di censure, pertanto, non può trovare accoglimento.

In definitiva, in considerazione di tutto quanto sopra esposto, il ricorso è infondato e va respinto unitamente alla domanda risarcitoria in esso formulata.

Le spese di causa sono liquidate in base alla regola della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di causa che liquida in complessivi euro 3.000,00 (tremila/00), oltre oneri di legge”.

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