Il Tar Puglia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Comune di Lucera (FG) per l’annullamento, previa sospensiva: dell’ordinanza con cui è stata rigettata la SCIA con la quale il ricorrente ha segnalato l’ampliamento della sua attività con l’installazione n. 09 (nove) videogiochi del tipo comma 6, lettera a) dell’art. 110 T.U.L.P.S.; del conseguente ordine di inibire la messa in esercizio e l’utilizzo dei n. 09 apparecchi da gioco della tipologia di cui all’art. 110, comma 6, del T.U.L.P.S. n. 773/31 e ss.mm e ii. (offerta di gioco con vincita in denaro), provvedendo alla rimozione degli stessi dal locale in questione; dell’ordinanza dirigenziale che ha rigettato il ricorso con il quale l’odierno ricorrente ha chiesto l’annullamento del Verbale n. 8/2018 dei Vigili Urbani di contestazione della violazione dell’art. 7, comma 2, L.R. n. 43/2013; del conseguente ordine di pagamento della sanzione comminata dai Vigili Urbani del Comando di Lucera, giusto verbale n. 8/2018.

“L’odierno ricorrente, titolare di un’impresa individuale, autorizzata con licenza, sita nel Comune di Lucera (FG) e avente ad oggetto l’attività di somministrazione di alimenti e bevande, nonché di tabaccheria, con pec del 29.6.2018, ha inviato all’Amministrazione civica una segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) per l’ampliamento della propria attività nel locale finitimo (incrementandone l’estensione da mq 86,00 a mq 127,00), al fine di renderlo con essa intercomunicante e di installarvi n. 9 macchine videogiochi di cui all’art. 110, comma 6, lett. a), r.d. n. 773/1931 (in aumento alle n. 3 slot machines già installate).

All’esito di un sopralluogo, tuttavia, gli agenti di Polizia Municipale del Comune di Lucera, accertato che il locale di cui trattasi – e nel quale erano stati collocati i predetti ulteriori 9 videogiochi – è “ubicato in un raggio inferiore a 500 metri, misurato per la distanza più breve, dall’istituto scolastico (…)”, con verbale n. 8/2018, hanno contestato la violazione dell’art.7, comma 2, L.R. n. 43/2013 e irrogato nei confronti dell’imprenditore la sanzione pecuniaria di € 3333,00.

Successivamente, con ordinanze nn. 129 e 130 del 7.11.2018, l’Ufficio SUAP del Comune ha, dapprima, rigettato il ricorso amministrativo proposto dal ricorrente avverso il predetto verbale, ordinando, per l’effetto, il pagamento della sanzione amministrativa e, in seguito, ha disposto il rigetto della SCIA, inibendo l’utilizzo dei videogiochi.

A fondamento dei provvedimenti, l’Amministrazione ha addotto il divieto di installare videogiochi di cui all’art. 110, comma 6, lett. a), TULPS nel locale de quo, in quanto ubicato ad una distanza inferiore a m 500 dal predetto istituto scolastico, in aperto contrasto con quanto prescritto dall’art. 7, comma 2 della suindicata legge regionale, evidenziando, inoltre, di aver già provveduto in precedenza, per le medesime ragioni, a diffidare dalla messa in esercizio di tali macchine, nell’immobile di cui trattasi.

L’imprenditore, quindi, affidando il ricorso introduttivo a quattro motivi di doglianza, ha adito questo Tribunale, al fine di ottenere l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, delle predette ordinanze comunali.

Lamenta la violazione dell’art. 19, comma 3, L.n. 241/1990 e la conseguente lesione del legittimo affidamento, per essere le ordinanze de quibus state adottate oltre il termine di 60 giorni dalla presentazione della SCIA.

Afferma, inoltre, che la disposizione regionale di cui il Comune contesta la violazione non sarebbe applicabile alla fattispecie de qua, non avendo egli né avviato una sala giochi né trasferito la propria sede ed essendosi invece limitato ad ampliare l’attività già esercita.

Deduce, infine, l’illegittimità dell’ordine di inibizione all’utilizzo dei videogiochi, in quanto in contrasto con i principi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza dell’azione amministrativa, nonché con il principio di libertà di iniziativa economica, sancito dall’art. 41 della Costituzione.

Si è costituito in resistenza il Comune di Lucera, confutando il merito delle censure avversarie.

All’udienza cautelare del 20.2.2019, il Collegio ha trattenuto in decisione la causa, ritenendo sussistenti i presupposti per la definizione del giudizio ai sensi dell’art. 60 c.p.a., avendo, peraltro, le parti auspicato la definizione nel merito.

Il ricorso è infondato.

Tutte le censure sono superate dalla dirimente circostanza per cui, ai sensi dell’art. 7, comma 2, L.R. n. 43/2013, l’installazione di slot machines in locali ubicati in prossimità di istituti scolastici è tassativamente vietata.

Il legislatore, invero, ha espressamente previsto che: “1. L’esercizio delle sale da gioco e l’installazione di apparecchi da gioco di cui all’art. 110, comma 6, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, emanato con regio decreto 18 giugno 1931 n. 773, nonché ogni altra offerta di gioco con vincita di denaro sono soggetti al regime autorizzatorio previsto dalle norme vigenti. 2. Fuori dai casi previsti dall’art. 110, comma 7, r.d. n. 773/31 (non ricorrente nel caso di specie, n.d.e.), l’autorizzazione all’esercizio non viene concessa nel caso di ubicazioni, in un raggio inferiore a 500 metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette…”

Dalla piana lettura dei suenunciati commi si desume, anzitutto, l’applicabilità dei medesimi alla fattispecie per cui si controverte.

Sul punto, infatti, occorre evidenziare che la disposizione in esame si applica non solo in presenza di un esercizio commerciale avente come oggetto esclusivo un’attività di sala giochi, ma ogniqualvolta, a prescindere dalla natura dell’attività esercitata, si intendano installare apparecchi da gioco di cui all’art. 110, comma 6, TULPS, non rilevando, pertanto, nel caso di specie, che l’attività già svolta dal ricorrente consista nella somministrazione di alimenti e bevande con annessa tabaccheria.

Ciò premesso, sotto altro profilo occorre rilevare che, ferma, in via generale, l’inidoneità della SCIA ai fini dell’apertura di una sala da gioco e dell’installazione di detti apparecchi – non potendosi in tali ipotesi ricorrere all’attività privata sostitutiva di quella provvedimentale, stante il chiaro riferimento normativo ad un regime autorizzatorio – nel caso di specie, l’odierno ricorrente non avrebbe potuto ottenere alcuna autorizzazione, atteso l’insuperabile divieto sancito dal comma 2 dell’art. 7 di installare videogiochi di cui all’art. 110 TULPS (ad eccezione di quelli indicati dal comma 7, in quanto attivabili unicamente attraverso l’introduzione di monete di valore non superiore ad € 1,00 e aventi ad oggetto premi consistenti in prodotti di piccola oggettistica) in prossimità di istituti scolastici.

Il predetto comma 2, invero, non lascia all’Amministrazione alcuna discrezionalità in ordine alla scelta del provvedimento da adottare ove ricorra una delle ipotesi ivi indicate, vietando espressamente l’installazione e, conseguentemente, la messa in esercizio delle slot machines.

Da ciò deriva la doverosità dei provvedimenti adottati dal Comune, essendo il locale de quo collocato ad una distanza inferiore a m. 500 dall’istituto scolastico (circostanza del tutto pacifica).

È, dunque, evidente che le gravate ordinanze non possano ritenersi lesive dell’affidamento ingeneratosi nell’odierno ricorrente, non potendo quest’ultimo riporne alcuno nella stabilità della SCIA predisposta, a fronte di una conclamata causa di divieto prevista dall’ordinamento.

Precipitato logico di tali considerazioni è, inoltre, l’infondatezza dell’ulteriore censura con cui parte ricorrente lamenta la sproporzionalità dell’ordinanza con cui il Comune ha inibito l’utilizzo dei videogiochi, non potendosi prevedere l’irrogazione di una sanzione più mite in presenza di un espresso e lapidario divieto di installazione dei medesimi.

Tale rigore normativo trova le proprie ragioni nelle peculiari esigenze di tutela della salute pubblica sottese all’adozione della L.R. n. 43/2013, rubricata “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico”.

Sul punto, si è altresì pronunciata la Corte Costituzionale che, con sentenza n. 108 del 22.3.2017 (richiamata nelle gravate ordinanze) ha esplicitato che l’intervento normativo in esame persegue finalità di carattere socio-sanitario, essendo concretamente finalizzato a ridurre la diffusione del gioco d’azzardo, attraverso la previsione di puntuali limitazioni all’installazione di apparecchi da gioco in prossimità di luoghi frequentati da soggetti più inclini, per età o condizioni fisiche e/o psichiche, alla ludopatia.

Dalle suesposte considerazioni deriva, infine, l’infondatezza dell’ulteriore censura con cui parte ricorrente lamenta la violazione dell’art. 19, comma 3, L. n. 241/1990, atteso che – pur prescindendosi dall’inidoneità dello strumento privatistico ai fini dello svolgimento di una delle attività di cui all’art. 7, comma 1, 1.r. n. 43/2013 – in via di principio, non può ritenersi illegittimo il “diniego” di SCIA una volta decorso il termine di 60 giorni, ove ricorrano particolari esigenze di tutela, tra le quali, come espressamente previsto dall’art. 19, comma 4, L.n. 241/90, un pericolo di un danno per la salute (pubblica).

In ogni caso risulta dirimente la considerazione che il regime di cui all’art. 19 cit (e, quindi, anche il termine previsto per la decadenza dal potere inibitorio) non trova applicazione alle attività non assoggettabili a tale istituto.

Conclusivamente, il ricorso va respinto.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il titolare alla rifusione delle spese di lite in favore del Comune di Lucera che liquida in € 1000,00, oltre accessori (IVA, CAP e spese generali in misura massima).

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa”.