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SCOMMESSE – Il Tar Puglia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Comune di Cutrofiano (LE) e Adm, in cui si chiedeva l’annullamento: del provvedimento del Responsabile S.U.A.P. del Comune di Cutrofiano prot. n. 350 del 13 gennaio 2017, notificato al ricorrente in data 18 gennaio 2017 ed avente ad oggetto il divieto di prosecuzione dell’attività per l’esercizio delle scommesse e dell’attività di gioco con vincita in denaro, nei locali siti in (…); di ogni altro atto analogo, relativo, presupposto e conseguente, e comunque connesso, con specifico riferimento all’art. 7 della Legge Regionale Puglia n. 43/2013, nella parte in cui prevede che l’autorizzazione per l’esercizio delle sale da gioco e per l’installazione di apparecchi da gioco ex art. 110 co. 6 T.U.L.P.S. non viene concessa nel caso di ubicazioni in un raggio inferiore a cinquecento metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette.

“La Ditta ricorrente lamenta, essenzialmente, plurimi profili di illegittimità costituzionale delle disposizioni di cui all’art. 7, comma 2, della Legge Regionale pugliese n. 43/2013, sotto il profilo delle distanze minime imposte dai cc.dd. “luoghi sensibili”: da un lato, tramite il richiamo all’ordinanza di rimessione alla Consulta 22 luglio 2015, n. 2529, con cui la Prima Sezione di questo Tribunale ha ritenuto rilevanti e non manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 2 della Legge Regionale pugliese n. 43/2013 (c.d. “distanziometro”), in relazione agli artt. 117, comma 3 e 117, comma 2, lett. h) della Carta Fondamentale; e, dall’altro, “quanto meno nella misura in cui determina l’effetto espulsivo”, “per contrasto con le esigenze di unitarietà di trattamento su territorio nazionale, nonché per violazione del principio della riserva di legge statale in materia di trasparenza, concorrenzialità e libertà del mercato sanciti dagli artt. 117 e 118 della Costituzione”, e “per violazione del principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione, sotto il profilo dell’ingiustificata e sproporzionata compressione della libertà di iniziativa economica, di cui all’art. 41 della Costituzione”.

Si duole, sostanzialmente, del <<chiaro “effetto espulsivo”>>, deducendo che la citata Legge Regionale n. 43/2013, in parte qua, “anziché regolamentare la distribuzione sul territorio del gioco legale, di fatto ed in realtà determina il divieto assoluto di installazioni sull’intera area della Regione e non su parti di essa”, e tanto “per l’ampiezza del raggio di interdizione (500 metri) e/o per la numerosità dei luoghi sensibili individuati”.

Tale circostanza sarebbe “documentalmente provata alla luce delle due perizie elaborate da periti urbanisti, aventi ad oggetto la verifica dell’insediabilità di sale da gioco e apparecchi di cui all’art. 110, comma 6 Tulps, rispettivamente sul territorio di Bari e sul territorio di Cutrofiano”, da cui si evincerebbe: quanto al Comune capoluogo, che “la percentuale di territorio interdetto sia pari al 96,4% …”; con riferimento al Comune di Cutrofiano, che l’area “lecita” ai fini de quibus sarebbe “pari ad una percentuale di circa l’ 1% …. dell’intero territorio del Comune”.

Richiama, in proposito, “le due pronunce gemelle del Consiglio di Stato” (Sezione Terza, 10 febbraio 2016, n. 578 e n. 579), che, “in accoglimento del ricorso di un gestore avverso il distanziometro fissato dal Comune di Bologna, hanno ritenuto illegittima la fissazione apodittica di distanze da luoghi ritenuti sensibili, in assenza di adeguata istruttoria in ordine alla effettiva incidenza delle ludopatie sul territorio” e alla disponibilità di sedi alternative.

Deduce, inoltre: che il “legislatore …. ha dimostrato di combattere il proibizionismo, imponendo alla Conferenza Unificata tra Stato e Regioni di rimuoverlo, come previsto dall’art.1 comma 936 Legge di Stabilità 2016”; che l’Ente Regolatore del Settore (l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) ha contestato, “in numerosi giudizi equivalenti”, il c.d. “effetto espulsivo”; che “L’espulsione degli operatori legali determina sul piano privatistico evidenti perdite in termini di lucro cessante ed in termini di danno emergente contabilizzabili in seno alle aziende del territorio, con tutti i riflessi negativi sul piano occupazionale”; che “Sul piano degli interessi generali, bisogna poi aver chiaro che l’espulsione degli operatori legali apre il campo al contrabbando, lascia spazio alla distribuzione illegale, con ricadute irreparabili sulla sicurezza pubblica, sulla salute, sul risparmio e sul gettito erariale”.

1.1 – Ad avviso del Collegio, le prospettate questioni di costituzionalità della menzionata normativa regionale sono irrilevanti e, comunque, manifestamente infondate, e il ricorso è infondato nel merito e deve essere respinto.

1.2 – E’ opportuno, innanzitutto, rammentare che l’art. 7 (“Apertura ed esercizio dell’attività”), comma 2, della Legge Regionale pugliese 13 dicembre 2013, n. 43 – “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico (GAP)” – stabilisce che: “Fuori dai casi previsti dall’articolo 110, comma 7, del r.d. 773/1931, l’autorizzazione all’esercizio non viene concessa nel caso di ubicazioni in un raggio non inferiore a cinquecento metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette”.

1.3 – Orbene, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7 della Legge Regionale pugliese 3 dicembre 2013, n. 43, in parte qua, sollevata dalla Ditta ricorrente tramite il richiamo all’ordinanza di questo T.A.R. 22 luglio 2015 n. 2529, in riferimento agli artt. 117, comma 3 (in ragione dell’<<asserito contrasto della disposizione in esame con il principio fondamentale in materia di “tutela della salute”, di competenza legislativa concorrente, espresso dall’art. 7, comma 10, del D.L. 13 settembre 2012, n. 158>>) e 117, comma 2, lett. h) della Costituzione (<<invadendo la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di “ordine pubblico e sicurezza”: materia alla quale andrebbe ricondotta la disciplina dei giochi d’azzardo o che, comunque sia, presentino un elemento aleatorio e distribuiscano vincite>>) è manifestamente infondata, per le motivazioni esplicitate dalla Consulta con la sentenza 11 maggio 2017, n. 108, che (proprio nel pronunciarsi sulla predetta ordinanza di rimessione) ha dichiarato <<non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 7 della L.R. Puglia 13 dicembre 2013, n. 43, recante “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico (GAP)”, sollevate dal Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione staccata di Lecce, in riferimento all’art. 117, commi secondo, lettera h), e terzo, della Costituzione>>.

Pertanto, il Collegio integralmente si riporta, sul punto, alle motivazioni della citata pronuncia del Giudice delle Leggi n. 108/2017, ritenendo (tuttavia) di evidenziare, in particolare:

– che <<il legislatore pugliese non è intervenuto per contrastare il gioco illegale, né per disciplinare direttamente le modalità di installazione e di utilizzo degli apparecchi da gioco leciti e nemmeno per individuare i giochi leciti: aspetti che – come posto in evidenza dalle citate sentenze n. 72 del 2010 e n. 237 del 2006 – ricadono nell’ambito della materia “ordine pubblico e sicurezza”, la quale attiene alla prevenzione dei reati ed al mantenimento dell’ordine pubblico, inteso quale “complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge la civile convivenza nella comunità nazionale” (tra le altre, sentenze n. 118 del 2013, n. 35 del 2011 e n. 129 del 2009).

Il legislatore regionale è intervenuto, invece …. per evitare la prossimità delle sale e degli apparecchi da gioco a determinati luoghi, ove si radunano soggetti ritenuti psicologicamente più esposti all’illusione di conseguire vincite e facili guadagni e, quindi, al rischio di cadere vittime della “dipendenza da gioco d’azzardo”: fenomeno da tempo riconosciuto come vero e proprio disturbo del comportamento, assimilabile, per certi versi, alla tossicodipendenza e all’alcoolismo.

La disposizione in esame persegue, pertanto, in via preminente finalità di carattere socio-sanitario, estranee alla materia della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, e rientranti piuttosto nella materia di legislazione concorrente “tutela della salute” (art. 117, terzo comma, Cost.), nella quale la Regione può legiferare nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale>> (punto n. 3.1 della predetta sentenza);

– e che “La pianificazione prefigurata dalla disposizione statale invocata come norma interposta” (cioè la pianificazione, “sulla base di criteri, anche relativi alle distanze” dai luoghi “sensibili”, di “forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco”, ad opera dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ex art. 7, comma 10, del Decreto Legge 13 settembre 2012, n. 158) “non è, peraltro, mai avvenuta, non essendo stato emanato, malgrado il tempo trascorso, il decreto interministeriale che doveva definirne i criteri. Il che rende l’intiero meccanismo inoperante, non potendosi ritenere che la mancanza di detto decreto paralizzi sine die la competenza legislativa regionale (al riguardo, sentenza n. 158 del 2016)” (punto n. 4.1 della medesima sentenza).

1.4 – Quanto alle ulteriori questioni di legittimità costituzionale (prospettate sotto profili diversi rispetto a quelli di cui alla citata ordinanza di rimessione n. 2529/2015), la Sezione ritiene che le stesse siano: per un verso, irrilevanti nel presente giudizio (non essendo stata adeguatamente dimostrata l’allegata impossibilità – c.d. “effetto espulsivo” – di gestione di un punto di raccolta scommesse nell’intero territorio comunale di Cutrofiano, in quanto – tra l’altro – le previsioni urbanistiche di differente destinazione d’uso degli immobili possono anche essere modificate su istanza di parte); e, per altro verso, comunque, manifestamente infondate, non ravvisandosi le dedotte violazioni (sostanzialmente) dei principi di ragionevolezza, di proporzionalità, di uguaglianza, di libertà iniziativa economica, di riserva di legge statale in materia di trasparenza, concorrenzialità e libertà del mercato.

E tanto poiché le disposizioni regionali censurate, nel fissare direttamente per l’intero territorio regionale le (contestate) distanze dai luoghi “sensibili” (ex se rilevanti), si basano su di un ragionevole bilanciamento di interessi costituzionalmente protetti, non incidendo direttamente sulla individuazione e sulla installazione dei giochi leciti, bensì su fattori (quali la prossimità a determinati luoghi e la pubblicità) che potrebbero indurre al gioco un pubblico costituito da soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi o, comunque, in condizioni contingenti di difese ridotte, e, quindi, maggiormente esposti alla capacità suggestiva dell’illusione di conseguire, tramite il gioco, vincite e facili guadagni, con le inevitabili conseguenze sociali (in tal senso, T.A.R. Puglia, Bari, Sezione Prima, 13 maggio 2015, n. 700; in termini, con riferimento ad analoghe disposizioni legislative della Provincia di Bolzano, Consiglio di Stato, Sezione Sesta, 11 settembre 2013, n. 4498).

Difatti, le disposizioni legislative regionali sui limiti di distanza imposti alle sale da gioco dai luoghi “sensibili” sono dirette al perseguimento di finalità (anzitutto) di carattere socio-sanitario e sono riconducibili, principalmente, nell’ambito della materia della tutela della salute, rientrante nella competenza legislativa concorrente Stato – Regione, ex art. 117, comma 3 della Costituzione, senza che possa configurarsi né violazione alcuna dei principi contemplati da norme statali, in subiecta materia (sotto tale aspetto, si vedano – pure – le considerazioni espresse, in particolare, al punto n. 4.1 della più volte citata sentenza della Corte Costituzionale n. 108/2017), né violazione del principio di riserva di legge statale in materia di trasparenza, concorrenzialità e libertà del mercato.

In relazione, poi, all’asserito contrasto con l’art. 41 della Costituzione, osserva, anzitutto, il Collegio che sia il principio di libertà dell’iniziativa economica, sia il principio di tutela della concorrenza non sono assoluti.

Infatti, l’art. 41 della Carta Fondamentale, dopo aver sancito che “l’iniziativa economica privata è libera”, stabilisce che essa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità”.

Sicchè “La circostanza che una determinata attività sia considerata lecita non comporta, di per sé, che essa possa essere svolta in qualsiasi luogo: limitazioni alla libera iniziativa economica sono sempre possibili, se poste a difesa di interessi di rango costituzionale” (T.A.R. Bolzano, 31 ottobre 2016, n. 301, nel ribadire la legittimità costituzionale di disposizioni legislative provinciali, statuenti distanze minime dai luoghi cc.dd. “sensibili”). Il che è, appunto, avvenuto ad opera delle norme regionali in esame, finalizzate a definire idonee e precise misure volte alla prevenzione e al contrasto di forme di dipendenza dal gioco d’azzardo lecito (c.d. ludopatia o G.A.P. – gioco d’azzardo patologico; per analoghe conclusioni, si veda pure la sentenza della Corte Costituzionale 10 novembre 2011, n. 300, con cui si è ritenuto che disposizioni normative similari siano volte “a prevenire forme di gioco cosiddetto compulsivo”).

D’altro canto, “la Corte di Giustizia Europea ha specificato che, in subiecta materia, eventuali restrizioni alla disciplina Europea sono giustificate da esigenze imperative connesse all’interesse generale, come ad esempio la tutela dei destinatari del servizio e dell’ordine sociale, la protezione dei consumatori, la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco medesimo (v. in tal senso, ex plurimis, sentenza 24 gennaio 2013, nelle cause riunite C-186/11 e C-209/11; sentenza 19 luglio 2012, nelle cause riunite C-213/11, C-214/11 e C-217/11), con conseguente legittima introduzione, da parte degli Stati membri (e delle loro articolazioni ordinamentali), di restrizioni all’apertura di locali adibiti al gioco, a tutela della salute di determinate categorie di persone maggiormente vulnerabili in funzione della prevenzione della dipendenza dal gioco (interesse fondamentale, salvaguardato dallo stesso Trattato CE)…” (Consiglio di Stato, Sezione Sesta, 11 settembre 2013, n. 4498).

Né, ai fini di che trattasi, rileva l’invocato “effetto espulsivo”, in quanto, in base ad un giudizio di bilanciamento degli opposti interessi (costituzionalmente rilevanti), risulta (comunque) “prevalente l’esigenza di tutelare gli interessi sensibili indicati nella L.R. Puglia 13 dicembre 2013, n. 43 che paiono comunque, eventualmente ed in ipotesi, idonei ad inibire in toto l’attività…., ove non sia possibile in concreto collocare la sede dell’attività nel territorio comunale senza violare le distanze di cui alla predetta legge, funzionali a garantire la protezione di tali interessi” (come già chiarito, sia pure in sede cautelare, dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato con l’ordinanza 11 maggio 2017, n. 1981).

Le norme regionali censurate, quindi, lungi dal sancire un mero e generico “proibizionismo” (come sostenuto dalla Ditta ricorrente), sono finalizzate a definire misure (di prevenzione) atte a garantire la (fondamentale) tutela di specifiche fasce “deboli” della popolazione (rispetto alla quale “recedono” i dedotti interessi economici); sicchè non si ravvisa (neppure) violazione alcuna dei principi di ragionevolezza e proporzionalità.

Le superiori considerazioni inducono a ritenere manifestamente infondata anche la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 2, della Legge Regionale pugliese n. 43/2013, per asserito contrasto con l’art. 118, comma 1 della Costituzione (sotto il profilo della <<necessità di un “esercizio unitario”, alla base della chiamata in sussidiarietà da parte dello Stato>>).

Sul punto si rimanda, inoltre, al paragrafo 4.1 della più volte menzionata sentenza della Corte Costituzionale n. 108/2017 (sostanzialmente relativo al corretto esercizio, allo stato, della potestà legislativa concorrente da parte del Legislatore regionale pugliese).

2. – Anche le ulteriori censure prospettate nel ricorso sono infondate e vanno disattese.

Al riguardo, è sufficiente osservare che il requisito oggettivo e sostanziale della distanza minima dai cc.dd. “luoghi sensibili” per l’esercizio dell’attività (di cui alla contestata disposizione regionale, a carattere immediatamente precettivo) è “connaturato” all’ubicazione del punto vendita e che la relativa carenza non può che comportare l’inibizione della relativa attività.

Sicchè il provvedimento impugnato risulta esercizio (doveroso e vincolato) dell’attività di controllo di spettanza comunale (essendo stata, peraltro, l’autorizzazione del Questore di Lecce rilasciata, in data 20 dicembre 2016, ex art. 88 T.U.L.P.S., ai soli fini di pubblica sicurezza), ai sensi del combinato disposto dei commi 2 e 9 dell’art. 7 della Legge Regionale della Puglia n. 43/2013, in base al quale – per quanto di rilievo – “L’accertamento delle violazioni e l’applicazione delle sanzioni amministrative di cui ai commi 2…” (cioè, in materia di distanze dai “luoghi sensibili”) “… spettano al Comune territorialmente competente” (nel caso di specie, appunto, il Comune di Cutrofiano). E tanto anche in applicazione analogica dell’art. 19, terzo comma, e dell’art. 21 della Legge 7 agosto 1990 n. 241 e ss.mm.ii..

Per mera completezza espositiva, si rileva, infine:

– che lo stesso Questore di Lecce ha rilasciato la licenza ex art. 88 del T.U.L.P.S. (provvedimento non impugnato), fatte (a ragione) espressamente “salve le limitazioni imposte da norme di Legge …Regionale” e disponendo la comunicazione dell’atto abilitativo de qua al civico Ente “ai fini della verifica del rispetto delle previsioni limitative all’apertura dei esercizi per il gioco pubblico contenute nella Legge n. 43 del 13.12.2013”;

– che le perizie tecniche prodotte dal ricorrente non possono escludere la dovuta applicazione della norma legislativa regionale, (norma) che effettua una valutazione di “prevenzione logistica” (tramite il c.d. “distanziometro”) operante su tutto il territorio della Regione Puglia;

– che, comunque, come pure innanzi esposto, non risulta, nella specie, convincentemente dimostrata l’allegata impossibilità assoluta di gestione di un punto di raccolta di scommesse nell’intero territorio comunale di Cutrofiano, nel rispetto della distanza di cinquecento metri dai luoghi “sensibili”, considerato (tra l’altro) che le previsioni urbanistiche di differente destinazione d’uso degli immobili possono anche essere modificate su istanza di parte.

3. – Le dirimenti considerazioni di cui innanzi destituiscono di fondamento tutte le ulteriori censure formulate.

Resta solo da precisare:

– che le invocate “sentenze gemelle” del Consiglio di Stato (Sezione Terza, nn. 578 e 579) hanno censurato (ritenendole non assistite da adeguata istruttoria e motivazione) le presupposte disposizioni regolamentari locali (discrezionalmente) impositive di distanze minime dai luoghi “sensibili”, e non già (come, invece, nel caso di specie) norme di Legge Regionale direttamente determinanti (nell’esercizio della potestà legislativa concorrente, ex art. 117, comma 3 della Costituzione) analoghe distanze;

– che inconferente risulta il riferimento, di cui alla memoria depositata il 16 febbraio 2018, alla “recente Intesa raggiunta dalla Conferenza Unificata il 7 settembre 2017” (invocata nella – sola – parte in cui ha stabilito che “Le Regioni e gli Enti locali – al fine di una maggiore efficacia nella prevenzione dei minori e nella lotta alla ludopatia, nonché nel contrasto all’insediamento del gioco illegale e considerato che i punti gioco a regime saranno, complessivamente, la metà circa dei punti di gioco pubblico attualmente in esercizio – adotteranno, nei rispettivi piani urbanistici e nei regolamenti comunali, criteri che, tenendo anche conto della ubicazione degli investimenti esistenti, relativi agli attuali punti di vendita con attività di gioco prevalente, con la finalità di garantire la tutela della salute pubblica e della pubblica sicurezza, consentano una equilibrata distribuzione nel territorio allo scopo di evitare il formarsi di ampie aree nelle quali l’offerta di gioco pubblico sia o totalmente assente o eccessivamente concentrata”).

Ed invero, tale Intesa (a carattere meramente programmatorio, con riflessi, de iure condendo, sulla – futura – legislazione regionale, ex art. 1, comma 1049, della Legge nazionale 27 dicembre 2017, n. 205 – a mente del quale, “Al fine di consentire l’espletamento delle procedure di selezione di cui ai commi 1047 e 1048, le regioni adeguano le proprie leggi in materia di dislocazione dei punti vendita del gioco pubblico all’intesa sancita in sede di Conferenza unificata in data 7 settembre 2017”), premessa la “nuova emergenza sociale” causata dall’aumento del gioco legale, ha definito quale “soluzione prospettata dal Governo e condivisa dalla Conferenza … quella di ridurre l’offerta di gioco pubblico”, definendo, poi, “le scelte in via di attuazione e da fare” (quali, ad esempio, la rottamazione delle macchine, il “dimezzamento, in tre anni, a partire dall’intesa, dei punti di vendita del gioco pubblico”).

4. – In conclusione, il Collegio ritiene l’impugnato provvedimento comunale legittimo e doveroso e le sollevate questioni di costituzionalità della normativa regionale applicata dal Comune di Cutrofiano irrilevanti e, comunque, manifestamente infondate.

5. – Dalle argomentazioni sopra espresse discende la reiezione del gravame.

6. – Sussistono i presupposti di legge (l’assoluta novità di taluna delle questioni trattate) per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Terza, definitivamente pronunciando sul ricorso indicato in epigrafe, lo respinge”.

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