Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Seconda) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro la Questura Palermo in cui si chiedeva l’annullamento del decreto emesso dal Questore di Palermo in data -OMISSIS–OMISSIS-, con il quale è stata decretata la revoca della Licenza di Pubblica Sicurezza intestata a -OMISSIS- per la gestione del punto di gioco sportivo ai sensi dell’art. 38, comma 2, Decreto-legge n. 223/2006 e ss. mm. e ii. presso il locale adibito a Rivendita Tabacchi sito in Palermo, -OMISSIS-.

Si legge: “Con ricorso notificato il 7 agosto 2020 e depositato il 10 agosto successivo, la ricorrente – premesso di avere sottoscritto, in data 03.08.2017, con la società concessionaria (…) un contratto per la commercializzazione dei giochi pubblici di cui all’art. 38, comma 2, del Decreto Legge 4 luglio 2006 n. 223 convertito con modificazioni ed integrazioni dalla Legge 4 agosto 2006 n. 248 (Corner Sportivo – (…)) e di avere ottenuto in data 08.06.2018 dalla Questura di Palermo il rilascio della licenza di P.S. ai sensi dell’art. 88 T.U.L.P.S. presso il locale adibito a Rivendita Tabacchi sito in Palermo, -OMISSIS– ha impugnato il provvedimento emesso dal Questore di Palermo in data -OMISSIS-con il quale è stata revocata la predetta licenza.

Il ricorso è affidato ai seguenti motivi:

“I. Violazione e falsa applicazione degli artt. 10 11 e 88 del TULPS – Difetto di motivazione (art. 3 L. 241/1990) – Difetto di istruttoria (artt. 3 e 6 L. 241/1990) – Eccesso di potere per travisamento dei fatti e illogicità manifesta. Difetto di motivazione sotto altro profilo -Violazione dell’art. 21-quinques L. 241/1990”.

Il provvedimento impugnato sarebbe motivato con il mero richiamo ad un’ordinanza emessa, in data-OMISSIS-, dal GIP del Tribunale di Palermo che nulla accenna a possibili infiltrazioni della criminalità sulle attività della ricorrente; in particolare il reato contestato al genitore e allo zio della ricorrente farebbe riferimento al riciclaggio di denaro e riguarderebbe un singolo avvenimento inquadrato temporalmente nel 2012 che nulla avrebbe a che vedere con la ricorrente stessa. Inoltre il provvedimento di revoca per la gravità delle sue conseguenze, avrebbe richiesto una speciale motivazione, insussistente nel caso di specie.

“II. Sussistenza dei presupposti per l’annullamento del provvedimento di revoca. Eccesso di potere per carenza di motivazione e difetto di istruttoria. Violazione e/o falsa applicazione artt. 10 e 11 T.U.L.P.S.”.

Il provvedimento impugnato si fonderebbe in maniera errata sul legame familiare tra -OMISSIS-, secondo quanto dichiarato nel decreto del Questore, nella residenza di Via -OMISSIS- circostanza che risulterebbe, sconfessata dalle risultanze del certificato di residenza anagrafica estratto dal Comune di Palermo, ove risulta che -OMISSIS- è residente in -OMISSIS- Inoltre l’amministrazione intimata non avrebbe posto in essere alcun ulteriore accertamento, al fine di verificare l’effettiva esistenza di un’influenza criminale nei confronti dell’impresa della ricorrente.

“III. Violazione dei principi che reggono l’esercizio del potere discrezionale”.

Il Questore avrebbe dovuto bilanciare l’interesse alla prevenzione dell’attività illecita con la molteplicità degli interessi pubblici, collettivi e privati, che l’esercizio di un’impresa come quella della ricorrente riesce a soddisfare.

“IV. Violazione degli artt. 1 çom. 1 e 7 L. 241/1990 – Violazione dei principi del diritto amministrativo europeo (audi alteram partem) in relazione all’art. 117 co. 1 Cost.”.

La revoca della licenza non sarebbe stata preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento prescritta dall’art. 7 L. 241/1990; nè tale omissione potrebbe essere giustificata da particolare esigenze di celerità del procedimento.

L’Amministrazione intimata si è costituita in giudizio chiedendo che il ricorso sia rigettato in quanto infondato.

Con decreto presidenziale -OMISSIS-, è stata accolta l’istanza di misure cautelari monocratiche proposta dalla ricorrente, ai sensi dell’art. 61 cod. proc. amm.; detto decreto è stato confermato con ordinanza -OMISSIS-.

In vista dell’udienza di merito sia la ricorrente che l’Avvocatura dello Stato hanno depositato memorie.

Alla pubblica udienza fissata per la sua discussione il ricorso è stato trattenuto in decisione.

Il ricorso è infondato alla stregua di quanto appresso specificato.

È infondato il primo motivo con il quale si deduce che i fatti contestati al genitore e allo zio della ricorrente nulla avrebbero a che vedere con la ricorrente e con la sua attività.

Ed invero, la funzione dei provvedimenti in materia di licenze e autorizzazioni di pubblica sicurezza non è quella di accertare responsabilità né tanto meno di sanzionare illeciti, bensì di porre rimedio, in modo preventivo e con ampia discrezionalità, a situazioni di obiettivo pericolo per l’ordine pubblico e la pubblica sicurezza.

In tale ambito l’Autorità di P.S. esercita poteri discrezionali ad amplissimo spettro, giacché il diniego, la revoca o la sospensione delle autorizzazioni di polizia hanno funzione preventiva rispetto a fatti che possono ledere la sicurezza pubblica e pertanto “non richiedono l’esistenza di un oggettivo ed accertato abuso, essendo sufficiente un giudizio ampiamente probabilistico risultante da valutazioni discrezionali che sono sindacabili da giudice amministrativo solo sotto profili di manifesta illogicità” (C.G.A.R.S., sentenza 28 ottobre 2019, n. 940). Il rischio di un abuso delle autorizzazioni di polizia, quindi, “si risolve in un giudizio prognostico dell’Autorità di P.S. che muove da un quadro indiziario circostanziato, rispetto al quale non possono prefigurarsi ex ante limiti di rilevanza ratione subiecti” (TAR Sicilia Catania, sez. IV, 19/05/2015 n. 1369).

Nel caso di specie il provvedimento impugnato si fonda su un’indagine che ha riguardato l’attività di riciclaggio di denaro d’origine illecita da parte di alcuni soggetti indicati come appartenente all’associazione mafiosa in grado di esercitare un concreto potere di gestione e imposizione sulla rete di raccolta delle scommesse; e, nell’ambito di tale indagine, -OMISSIS-, zio della ricorrente e -OMISSIS–OMISSIS-, padre convivente della stessa, sono stati indagati ai sensi degli artt. 110, 81 cpv, 648 bis, 416 bis co.1 c.p..

Se è vero che la sopra citata ordinanza del GIP del Tribunale di Palermo non accenna direttamente all’attività svolta dalla ricorrente, non appare illogico né irragionevole che alla luce dei rapporti tra la stessa e i soggetti indagati, l’Amministrazione abbia ritenuto non più sussistente il requisito dell’affidabilità ai fini del mantenimento della titolarità della licenza di pubblica della ricorrente.

Peraltro i fatti in questione sono dotati di una loro oggettiva autoevidenza sicché nessuna motivazione rafforzata era richiesta ai fini della disposta revoca.

È del pari infondato il secondo motivo con cui la ricorrente deduce il difetto di istruttoria e di motivazione per essersi la Questura unicamente affidata alle valutazioni svolte dal G.i.p. in base a dei soggetti che oggi non hanno alcun ruolo all’interno dell’azienda della ricorrente; l’amministrazione inoltre: a) non avrebbe considerato che il Tribunale delle Libertà ha accolto l’istanza di riesame presentata da -OMISSIS- e -OMISSIS-, revocando la misura personale di divieto di dimora; b) avrebbe errato nel considerare -OMISSIS-ancora residenti presso l’abitazione dei genitori (sita in Palermo, via -OMISSIS-).

Sul punto, oltre a quanto sopra rilevato sulla funzione preventiva dei poteri della P.A. in materia in materia di autorizzazioni di polizia, è sufficiente osservare che la legittimità di un provvedimento amministrativo deve essere apprezzata con riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione.

Nel caso in esame il provvedimento del Questore è del 17 giugno 2020 e dunque le sopra menzionate circostanze quali l’ordinanza del Tribunale del Riesame -OMISSIS-e il cambio di residenza della ricorrente (v. certificato anagrafico -OMISSIS-) non possono rilevare ai fini della sussistenza del dedotto vizio di difetto di istruttoria.

Non merita condivisione neanche quanto dedotto dalla ricorrente in ordine al fatto che il Questore avrebbe dovuto bilanciare l’interesse alla prevenzione dell’attività illecita con gli interessi pubblici, collettivi e privati, che l’esercizio dell’impresa della ricorrente soddisfa.

La tesi della ricorrente non tiene infatti nel debito conto che la discrezionalità di cui gode l’Autorità di pubblica sicurezza va riferita alla personalità del richiedente, dovendo la P.A. limitarsi ad apprezzare se lo stesso dia sicura affidabilità nell’attività autorizzata in relazione ai riflessi che tale attività viene ad avere ai fini dell’efficace protezione dell’ordine e la sicurezza pubblica (C.G.A.R.S., 21/02/2019, n. 167; Cons. Stato, sez. III, 27/07/2012, n. 4278).

Ne consegue pertanto che anche il terzo motivo di ricorso deve ritenersi infondato.

Risulta infondata infine la censura con cui la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1 çom. 1 e 7 L. 241/1990 e dunque di non aver potuto contestare, nelle forme di cui all’art. 10 della stessa legge, gli addebiti e dimostrare la non veridicità o la irrilevanza dei fatti indicati a sostegno della misura disposta con il provvedimento impugnato.

Come precisato di recente dal C.G.A., allorché sia presente nel provvedimento revocatorio una finalità cautelare “la stessa assume un rilievo determinante così da ritenersi legittima l’omissione dell’invio della comunicazione di avvio del procedimento” (C.G.A., 12/03/2021 n. 207).

Nel caso in esame risulta evidente la natura cautelare del provvedimento del Questore che ha inteso impedire, con immediatezza, la messa in pericolo di interessi quali la sicurezza e l’ordine pubblico tenuto conto altresì del rischio di infiltrazione criminale in un’attività, come quella del gioco e delle scommesse, caratterizzata da notevole flusso di denaro.

In conclusione, il ricorso in quanto infondato deve essere rigettato, con salvezza del provvedimento impugnato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano nella misura quantificata in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore della resistente Amministrazione che si liquidano in complessivi € 3.000,00 (tremila/00) oltre accessori”.