Print Friendly, PDF & Email

(Jamma) – “Non sarà facile spiegare ai preposti di sala, che si recano al “corso di formazione obbligatoria”, previsto dalla Legge Regionale dell’Emilia Romagna, che la qualificazione professionale a cui stanno accedendo non salverà il loro lavoro, non salverà la sala in cui operano, ma soprattutto che “umanamente”, la normativa del loro territorio li assimila a “untori di criminalità e usura” (assegnando loro l’unica tutela occupazionale della “opportunità di trasloco della sala” dentro i soli capannoni eventualmente dismessi lungo le provinciali)” scrive in una nota AsTro.

“Non sarà facile formare alla “legalità” chi viene giudicato – dal testo unico regionale sulla Legalità – incompatibile con i valori morali e giuridici “promossi” (ma potremmo dire consentiti) dalla Regione, e men che meno sarà “stimolante” il corso di impronta sanitaria sul G.A.P. per tutti coloro che operano (80%) in location collocate a 500 metri da un (prima ignoto) luogo sensibile, ad esempio “di aggregazione giovanile”, magari sovraffollato di pusher, ma “meritevole” di non beneficiare della visione di una insegna di un locale in cui – comunque – i minori non sarebbero ammessi.

La delibera n. 831 del 12 giugno scorso – spiega AsTro – non cancella dal territorio urbano solo “sale dedicate, sale scommesse, sale bingo”, ma decreta anche la “morte lenta (ma non lentissima)” per tutte le apparecchiature da gioco lecito installate in bar – tabaccherie – circoli privati. L’impossibilità di “sostituire” il congegno guasto, obsoleto (ma anche normativamente superato da eventuali nuove disposizioni) all’interno di tutti gli esercizi collocati nel percorso pedonale sensibile, equivale a qualche mese di “sopravvivenza” del gioco lecito “in città”, ma nulla di più.

Dopo l’esperienza di Torino e di Milano, toccherà quindi a Bologna il ruolo di centro di incontro tra settore e territorio, ma soprattutto di sensibilizzazione della politica locale verso quelle decine di migliaia di lavoratori emiliano romagnoli, quelle migliaia di attività imprenditoriali e commerciali che dovranno rassegnarsi – non già alla crisi – bensì all’epurazione per “delibera di giunta regionale”. E’ bene evidenziare, infatti, che la delibera regionale va ben al di là della Legge che dovrebbe attuare, al cui interno non si menziona la retroattività di efficacia dei divieti introdotti, né si stabilisce la “sufficienza” di una delocalizzazione in 6 mesi come manovra bastevole al perseguimento della continuità lavorativa degli addetti.

Se a ciò si aggiunge l’assurdità (“al limite tra eccentricità e sadismo”), secondo la quale i luoghi sensibili possono “aggiungersi” di continuo con delibera comunale, anche la sala già de-localizzata, (o il bar de-localizzato) alla “prima tornata”, dovrà riprendere il suo cammino di allontanamento, fino a quando non sarà definitivamente espulsa. Dalla tabaccheria sotto “i Pavaglioni” di Bologna, agli ippodromi storici di Cesena e Bologna, dal bar del piccolo Paese alla sala dedicata che “si imbatte” in una moschea emersa dalla clandestinità, piuttosto che in una sala-riunione di qualche confessione non cattolica (luoghi di culto), si avvererà la “liberazione” da quel gioco che, “benché legale” (così dice testualmente la Legge Regionale), non è più gradito in Regione.

L’evento – aggiunge AsTro – sarà ovviamente preceduto da una serie di richieste di incontri e interlocuzioni, fondate soprattutto sul fatto che né la Legge né la delibera risultano essere state emanate con audizioni di categoria, e neppure citano “istruttorie” compiute per il raggiungimento di un “contemperamento di interessi”, espressamente non “ricercato”, in quanto nulla di “normale” è stato riconosciuto al gioco lecito. A conclusione di questa nota  conclude AsTro – citiamo un passo di una intervista resa a Repubblica.it dal dott. Pavarin (massima autorità sanitaria per le dipendenze nell’area metropolitana di Bologna), pubblicata il 4 ottobre 2013″.

“Chi soffre di gioco d’azzardo patologico a Bologna ha un’età media di 48 anni, stando ai dati dell’Ausl, nel 18% dei casi si tratta di donne e nel 21% di cittadini stranieri. Inoltre, da una ricerca condotta dall’osservatorio nel 2013 intervistando a campione 300 residenti tra i 18 e i 64 anni nell’area metropolitana bolognese (Imola esclusa) emerge che appena lo 0,1% risulta positivo al test sul gioco patologico (stessa percentuale di chi soffre di dipendenza cronica da internet). E’ vero che sui giornali sembra un fenomeno molto diffuso – sottolinea Pavarin – ma in letteratura questo viene definito ‘panico morale’, che serve a far vendere”. E aggiunge: “un conto sono le persone che giocano e si rovinano, un conto è chi è davvero malato e soffre di disturbi psicologici. Negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente la quantità di denaro gettato al vento col gioco, ma la dipendenza è un’altra cosa”.

Commenta su Facebook