Risponde del reato di gioco d’azzardo non autorizzato il preposto che gestisce de facto l’attività commerciale, tanto che al momento del controllo veniva trovato da solo nel locale e le ricevute di scommesse rinvenute riportavano il suo codice fiscale, sì da far ritenere provata la sua piena e consapevole partecipazione.

E’ quanto stabilisce la Corte di Cassazione con una ordinanza del 12 luglio 2021. Il caso fa riferimento al ricorso contro una sentenza del 27 novembre 2020, con cui la Corte d’appello di Palermo ha confermato la sentenza con cui due soggetti erano stati condannati alle pene di legge in ordine al reato di cui all’art. 4, commi 1 e 4-bis, I. 401/1989 perché, in concorso tra loro, pur essendo privi di autorizzazione o licenza ai sensi dell’art. 88 T.U.L.P.S., svolgevano attività organizzata al fine di accettare o raccogliere o comunque favorire l’accettazione, per via telematica, di scommesse.

Uno di loro aveva lamentato violazione della legge penale incriminatrice e vizio motivazione sul rilievo che la condotta era imputabile al solo titolare dell’esercizioe non poteva essere anche a lui addebitata, trattandosi di mero preposto che lavorava alle dipendenze del primo.