Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda) ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Ufficio dei Monopoli per la Calabria, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione Generale – Area Monopoli non costituiti in giudizio; Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Monopoli di Stato – Ufficio Regionale Calabria – Cosenza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12;

in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento di cancellazione dall’elenco dei soggetti di cui all’articolo 1, comma 533, della legge n. 266 del 2005, come sostituito dall’art. 1, comma 82, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, assunto dalla Agenzia delle dogane e dei monopoli – Direzione regionale per la Calabria – Sede di Cosenza prot. n. 14298 del 24 aprile 2019, notificato in pari data.

Si legge: “1. Il ricorrente è titolare di una licenza commerciale per l’attività di somministrazione di alimenti e bevande. Dal 2015 era iscritto nell’elenco istituto presso l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) ai sensi dell’art. 1, comma 533, lett. c), legge 23 dicembre 2005, n. 266, come sostituito dall’art. 1, comma 82, della legge n. 220 del 2010, previsto per le “attività relative al funzionamento e al mantenimento in efficienza degli apparecchi, alla raccolta e messa a disposizione del concessionario delle somme residue e comunque qualsiasi altra attività funzionale alla raccolta del gioco”.

Nel 2018, il ricorrente ha chiesto il rinnovo per il 2019 dell’iscrizione nel predetto elenco ai sensi dell’art. 4 del decreto direttoriale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato n. 31857 del 9 settembre 2011.

Con l’atto prot. 14298 del 24 aprile 2019 l’amministrazione resistente ha disposto la cancellazione del ricorrente dal predetto elenco. L’atto di cancellazione si fonda sull’applicazione del combinato disposto dell’art. 75 del d.p.r. 28 dicembre 2000, n. 445, ai sensi del quale, qualora a seguito dei controlli effettuati, “emerga la non veridicità del contenuto della dichiarazione, il dichiarante decade dai benefici eventualmente conseguenti al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione non veritiera” e dell’art. 11, comma 2, del decreto direttoriale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato n. 31857 del 9 settembre 2011, ai sensi del quale si dispone la cancellazione nei confronti dei soggetti che, a seguito di ispezione, “risultino soggetti privi dei requisiti richiesti all’atto dell’iscrizione”.

L’amministrazione ha, in particolare, accertato che l’istante non era in possesso della licenza relativa alla s.c.i.a. inoltrata al Comune ossia di una delle due licenze commerciali indicate nel modulo reso disponibile nell’area telematica riservata per il rinnovo dell’iscrizione.

2. Con il ricorso indicato in epigrafe il ricorrente impugna l’atto di cancellazione prospettando un unico motivo con il quale fa valere l’erronea interpretazione e applicazione del quadro normativo su cui si fonda la cancellazione, sostenendo in particolare che il “requisito minimo richiesto per poter essere iscritto nell’elenco dei soggetti di cui all’art. 1, comma 533 della legge n. 266 del 2005, come sostituito dall’art. 1, comma 82, della legge n. 220 del 2010, con l’art. 24 del D. Lgs. n. 98 del 2011, è il possesso della licenza di cui all’art. 86 Tulps; licenza pacificamente posseduta”.

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di stato si costitutiva in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso attesa la fondatezza delle ragioni poste a sostegno dell’atto di cancellazione.

All’udienza del 7 ottobre 2020, la causa è stata trattenuta in decisione.

3. Il ricorso è fondato.

L’art. all’art. 1, comma 533-bis della legge n. 266 del 2005 subordina l’iscrizione del soggetto interessato nell’elenco previsto dal precedente comma 533 del medesimo artico, istituito presso l’ADM, alla “verifica del possesso, da parte dei richiedenti, della licenza di cui all’ articolo 86 del testo unico di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni, e della certificazione antimafia prevista dalla disciplina vigente, nonché dell’avvenuto versamento, da parte dei medesimi” di una somma di denaro.

Una volta conseguita l’iscrizione, l’interessato è abilitato a godere di una serie di vantaggi riservati dall’ordinamento a colui che è iscritto nell’elenco e, tra questi, quello di “intrattenere rapporti contrattuali funzionali all’esercizio delle attività di gioco” con i concessionari per la gestione della rete telematica (art. 1, comma 533-ter, legge n. 266 del 2005).

Il comma 533-bis in parola demanda all’adozione di un “decreto direttoriale del Ministero dell’economia e delle finanze-Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato” il compiuto di stabilire “tutte le ulteriori disposizioni applicative, eventualmente anche di natura transitoria, relative alla tenuta dell’elenco, all’iscrizione ovvero alla cancellazione dallo stesso”.

Con il decreto direttoriale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato n. 31857 del 9 settembre 2011 è stata data attuazione al comma 533-bis dell’art. 1 della legge n. 266 del 2005, sia sotto il profilo dell’iscrizione che della cancellazione dall’elenco, specificando le modalità attraverso le quali avviene, da parte dei soggetti interessati, l’attestazione della sussistenza dei presupposti previsti dal legislatore per l’iscrizione e/o per il rinnovo della stessa iscrizione.

Al comma 1 dell’art. 4 del decreto direttoriale si prevede che l’attestazione della sussistenza dei presupposti avviene mediante l’invio da parte dell’interessato, all’interno di un’area telematica riservata, di un modulo reso “ivi disponibile” dall’amministrazione. Tale modulo, si precisa, “deve essere compilato in tutte le sue parti, dichiarando, in regime di autocertificazione, ai sensi del D.P.R. n.445/2000, il possesso di: a) licenza di cui all’articolo 86 o 88 del T.U.L.P.S., e successive modificazioni”.

Al comma 4 dell’art. 4 del decreto direttoriale si stabilisce che “Il soggetto richiedente, qualora titolare di più licenze ai sensi dell’art. 86, ovvero dell’art. 88 del T.U.L.P.S., è tenuto a comunicarne il possesso all’atto della richiesta, fermo restando che l’eventuale decadenza di una delle licenze non comporta la cancellazione dall’elenco, qualora permanga quantomeno il possesso di una di esse”.

L’art. 11 del decreto direttoriale si occupa, invece, della cancellazione dall’elenco.

Ai sensi dei comm1 e 2 dell’art. 11 in parola “1. Gli Uffici Regionali competenti per territorio provvedono ad accertare nel corso dell’anno la sussistenza dei requisiti dei soggetti iscritti nell’elenco, procedendo con ispezioni a campione su tutto il territorio nazionale. 2. Nel caso in cui, all’esito degli accertamenti disposti, risultino soggetti privi dei requisiti richiesti all’atto dell’iscrizione, di cui all’art. 4 e 5, l’Ufficio Regionale competente per territorio ne dispone la cancellazione dall’elenco.”

4. Dal tenore letterale del dato normativo su descritto si evince chiaramente che il requisito fondamentale per l’iscrizione e/o il rinnovo dell’iscrizione nell’elenco è rappresentato, per quanto assume rilievo nella fattispecie, dal “possesso, da parte dei richiedenti, della licenza di cui all’articolo 86 del testo unico di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773” (comma 533-bis, art. 1, comma 533-bis della legge n. 266 del 2005) e che, nell’ipotesi in cui il richiedente sia titolare di più licenze commerciali, “l’eventuale decadenza di una delle licenze non comporta la cancellazione dall’elenco, qualora permanga quantomeno il possesso di una di esse” (comma 2, art. 11, decreto direttoriale n. 31857 del 9 settembre 2011).

In altri termini, la normativa di riferimento stabilisce che è il possesso della licenza commerciale, unitamente agli altri requisiti, che abilita il soggetto a richiedere l’iscrizione nell’elenco e, conseguentemente, è il riscontro del mancato possesso del requisito predetto che autorizza l’amministrazione a disporre la cancellazione dell’elenco.

5. Nel caso di specie l’amministrazione non ha correttamente interpretato e applicato il quadro normativo posto a fondamento del potere di cancellazione dall’elenco.

L’amministrazione ha, infatti, accertato che l’istante era in possesso di una delle due licenze commerciali indicate nel modulo reso disponibile nell’area telematica riservata per il rinnovo dell’iscrizione ossia della licenza relativa alla s.c.i.a. inoltrata al Comune di San Marco Argentano prot. 4614 del 25 maggio 2015. Ha tuttavia accertato che il ricorrente aveva invece dichiarato in modo non veritiero il possesso dell’altra licenza commerciale indicata nel predetto modulo inoltrata al Comune di San Marco Argentano prot. 1383 del 18 febbraio 2016 la quale infatti risultava “archiviata con esito negativo”.

Sulla base di questi presupposti – e quindi pur in presenza di una regolare licenza commerciale – l’amministrazione ha disposto comunque la cancellazione dall’elenco in virtù delle conseguenze giuridiche che l’ordinamento fa discendere dalle dichiarazioni sostitutive di certificazioni risultate non veritiere ossia “la decadenza dai benefici conseguiti” (art. 75, d.p.r. 445 del 2000).

6. Così disponendo l’amministrazione ha erroneamente collegato il beneficio dell’iscrizione nell’elenco al possesso di entrambe le licenze commerciali (anziché al possesso di una di esse). In realtà, il comma 533-bis dell’art. 1 della legge n. 266 del 2005 e il comma 4 dell’art. 11 del decreto direttoriale n. 31857 del 2011 collegano il beneficio dell’iscrizione nell’elenco al possesso di almeno una licenza commerciale come si evince chiaramente dalla previsione del 4 dell’art. 11 del decreto laddove prevede che “non comporta la cancellazione dall’elenco” la circostanza di chi essendo “titolare di più licenze” è decaduto, nel corso del rapporto, da una di queste ma “permanga quantomeno il possesso” dell’altra.

Dunque, è il possesso di almeno una licenza commerciale che costituisce il presupposto legittimante l’iscrizione nell’elenco, presupposto che deve sussistere al momento dell’iscrizione nell’elenco e persistere per tutto il periodo temporale in cui la stessa esplica i suoi effetti e quindi ciò in sede di prima iscrizione che dei successivi rinnovi della stessa.

E, nel caso che ci occupa il ricorrente ha dichiarato, con dichiarazione sostitutiva, di possedere una licenza commerciale; quindi ha ed aveva il legittimo intesse a conseguire il beneficio del mantenimento dell’iscrizione nell’elenco sulla base della dichiarazione sostitutiva riferita al possesso della licenza commerciale in essere rappresentata dalla s.c.i.a. inoltrata al Comune di San Marco Argentano prot. 4614 del 25 maggio 2015.

7. Né invero assume rilievo il precedente della Sezione (sentenza 6 aprile 2018, n. 3839) richiamato dalla resistente che si riferisce ad una fattispecie (insussistenza del presupposto del pagamento dell’imposta) diversa rispetto a quella oggetto del presente giudizio.

Al contrario, si dimostra pertinente il richiamo effettuato dal ricorrente al precedente della Sezione n. 12433 del 13 dicembre 2016, che ha riguardato una controversia similare alla presente, alle cui motivazioni si rinvia ai sensi dell’art. 88, comma 2, lett. d), c.p.a., anche per obbligo di sintesi.

8. Alla luce delle considerazioni su esposte e della documentazione prodotta in giudizio, l’azione amministrativa è stata esercitata in modo illegittimo e pertanto il ricorso va accolto e, per l’effetto, vanno annullamenti gli impugnati indicati in epigrafe. Ne consegue che l’iscrizione nell’elenco di cui all’articolo 1, comma 533, della legge n. 266 del 2005 va mantenuta efficace nella parte in cui si riferisce all’attività commerciale per la quale risulta dimostrato il possesso del requisito prescritto sopra indicato.

La condanna alle spese di giudizio segue la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, sede di Roma, Sezione Seconda, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie.

Condanna l’amministrazione resistente al pagamento delle spese di giudizio in favore del ricorrente che liquida complessivamente nella somma di Euro 1.500,00 oltre Iva, Cap ed altri oneri di legge, con la refusione del contributo unificato versato”.