“In tempi di coronavirus, con tre mesi alle spalle che non dimenticheremo e che ridefiniscono i concetti di emergenza e di solidarietà nazionale, il mondo del gioco sembra bloccato su temi e polemiche che non riescono a superare la dimensione della faziosità”. Così in una nota Armando Iaccarino (nella foto), presidente del Centro Studi AsTro.

“Proviamo a fare un po’ d’ordine ed a mettere in fila dei concetti all’apparenza semplici. Da molte parti la questione della riapertura del gioco pubblico è stata affrontata con l’intenzione -neanche troppo nascosta- di approfittare della pandemia per chiudere i conti con questo settore economico. Di qui le polemiche sulla tempistica della riapertura, prima di altri settori più eticamente meritevoli, fino alla surreale affermazione che si privilegiasse il gioco rispetto alla scuola, senza tener conto che il principale parametro per riavviare le attività, economiche e non, del Paese era costituito dalle condizioni di sicurezza che ciascuna attività poteva garantire. Di qui le limitazioni all’accesso al credito per le aziende del settore anche in presenza di tutti i requisiti e le garanzie richieste.

L’orientamento è chiaramente quello di cancellare progressivamente un settore dell’economia nazionale, in altre parole siamo di fronte ad evidenti esercizi di proibizionismo. Eppure di proibizionismo non vuole parlare nessuno, anche quando si propone una non meglio identificata riconversione delle imprese del gioco pubblico. L’incipit di tutti i discorsi dei fautori di questa tesi, nella maggior parte dei casi è seriale: non sono proibizionista, ma ….

In questo “ma” sta l’ipocrisia dell’affermazione: non è forse proibizionismo puntare alla cancellazione di un settore per via amministrativa? E come la mettiamo con leggi regionali che espellono quelle attività da percentuali del territorio urbano superiori al 90%? Stiamo parlando di un’attività legale, riconosciuta ed autorizzata dallo Stato, che ne ha definito le regole, garantendone lo svolgimento -cioè impegnandosi per la sua parte- a fronte del rispetto di quelle regole da parte degli operatori. Per questo, come ha già detto il Presidente di As.tro, abolire la retroattività della legge regionale sul gioco, in Piemonte o in qualsiasi altra Regione in cui sia presente, costituisce un atto di civiltà giuridica. Altrimenti le parte forte di un contratto si renderebbe responsabile di cambiare le regole del gioco durante la partita, venendo meno agli impegni assunti. Si dirà che ciò avviene in difesa di un interesse superiore. C’è molto da dire su questo.

Dalla difesa della legalità, grande tema su cui si sono espressi autorevoli esponenti dell’ordine giudiziario, all’analisi dei fenomeni di dipendenza e delle caratteristiche della domanda nel mercato in esame, c’è spazio per decine di pagine. Quello che, però, mi preme ora è segnalare una clamorosa distorsione della realtà.

Il dibattito sul gioco pubblico viene rappresentato come lo scontro tra il partito dell’azzardo -il partito del male- e quello virtuoso che combatte la malattia del secolo. Non è così. Il partito del male non esiste. Gli operatori del gioco pubblico sono portatori di legalità ed il primo presidio contro la criminalità che, come in ogni altro settore, tende a sfruttare le debolezze che il sistema legale presenta. Ma sono anche lo strumento per orientare la domanda di gioco verso canali equilibrati e regolamentati, in cui sia più difficile l’insorgere di dipendenze.

Mi piacerebbe che il confronto avvenisse su questi temi, individuando misure che rendano il gioco, anche con vincita in denaro, fonte di intrattenimento, in condizioni di sicurezza e responsabilità. Vorrei, cioè, che si uscisse dalla crociata ideologica, anche se è più comodo e politicamente produttivo attestarsi su quel terreno.

Di una cosa sono sicuro. Se dovesse vincere il proibizionismo dopo pochi anni si tornerà a cercare una regolamentazione del gioco che ne contrasti la diffusione incontrastata ed in mano alla criminalità organizzata. Come è accaduto nel 2003, quando è nato il sistema del gioco pubblico che oggi sarebbe criminale cancellare”.