Il Tar Lazio ha accolto il ricorso di un operatore del gioco legale a cui l’ADM aveva inibito l’iscrizione al RIES, il registro degli operatori del gioco, per aver versato in ritardo la somma di 150 euro prevista per l’iscrizione.

“Il ricorso è fondato”, si legge nella pronuncia. “In particolare, questo Tribunale, conformemente all’orientamento assunto da questa Sezione in analoghi precedenti e tenuto conto altresì di quanto statuito dal Consiglio di Stato nella recente pronuncia del 26.4.2022, n.3205, ritiene fondata la censura dedotta in relazione alla violazione del principio di proporzionalità.

Come noto, tale principio costituisce uno dei cardini dell’ordinamento eurounitario (cfr., quam multis, Corte di Giustizia, sez. II, 7.4.2022, n.116; Corte di Giustizia, C395-2018) e quindi, di riflesso, di quello nazionale (ex artt.117, co.1 Cost. e 1, co.1 L.n.241/90). Esso è volto a sindacare l’individuazione, in concreto, del mezzo giuridico per raggiungere il fine pubblico per il quale è attribuito il potere, implicando, in una logica sostanzialmente trifasica, la valutazione circa l’idoneità, la necessarietà e l’adeguatezza del provvedimento rispetto a tale fine.

Nella fattispecie, con il gravato provvedimento, l’Amministrazione ha disposto la cancellazione dell’impresa ricorrente dall’albo cd. Ries, ai sensi degli artt.4-11 del decreto direttoriale Aams prot.n.31857 del 9.9.2011 che, in attuazione dell’art.1, co.533-bis della L.n.206/205, stabilisce i requisiti per l’iscrizione al suddetto albo e per il rinnovo con periodicità annuale. Al riguardo, l’Amministrazione ha ritenuto ostativa, in applicazione dell’art.75 D.p.r. n.445/2000, la non veridicità di quanto autocertificato dal ricorrente in ordine al possesso della quietanza attestante il versamento della somma di euro 150,00, tributo da versare a carico degli operatori anche ai fini del rinnovo. In effetti, sebbene l’istanza di rinnovo per il 2019, transitata per l’apposito applicativo informatico, sia stata sottomessa in data 10.4.2018, il versamento è stato effettuato successivamente (in data 18.3.2019), tramite modello F24, in esito alla comunicazione dell’11.3.2019, recante preavviso di cancellazione.

La cancellazione, peraltro, comporta il divieto di re-iscrizione dell’operatore per un quinquennio, ai sensi dell’art.5, co.1, lett. d) del summenzionato decreto direttoriale.

Come rilevato in precedenti della Sezione (cfr. sentenze 7593/2020, 8198/2020, 7849/2020), il provvedimento di cancellazione, a fronte dell’esiguo importo non versato (euro 150,00) e delle conseguenze assai afflittive che produce per l’interessato (la cancellazione per un intero quinquennio), si pone in violazione del principio di proporzionalità, sotto i profili della necessarietà e dell’adeguatezza, avuto precipuamente riguardo al fatto che l’Amministrazione, pur di raggiungere lo scopo prefissato (ossia il versamento del tributo finalizzato al perfezionamento del rinnovo), potrebbe utilizzare anche la mera sospensione dall’albo, in attesa del versamento, e che in alcun modo sussiste l’interesse pubblico ad eliminare dal mercato, per un periodo tanto significativo, l’operatore economico che ha omesso il versamento; anzi, semmai, l’interesse pubblico orienta nel senso opposto.

A quanto precede, si aggiunga inoltre che:

– come ritenuto condivisibilmente dal Consiglio di Stato nella sentenza 26.4.2022, n.3205, non può essere ritenuta determinante (a sorreggere il provvedimento di cancellazione) la circostanza per cui il versamento è stato effettuato in ritardo, e comunque dopo l’accertamento dell’Amministrazione, in quanto è rilevante, in senso contrario, che né il prefato decreto direttoriale, né l’Amministrazione in via autonoma, abbiano consentito all’operatore di provvedere al ravvedimento operoso, che può invece essere considerato un istituto cardine dell’ordinamento (anche e soprattutto in riferimento all’adempimento di debiti di natura tributaria). Peraltro, nella vicenda in esame, il ricorrente ha provveduto ad effettuare il versamento a stretto giro, dopo una settimana dalla ricezione del preavviso di cancellazione, con il quale, per la prima volta, l’Amministrazione ha segnalato l’inadempienza, rappresentando all’Amministrazione e palesando in giudizio, in modo incontestato, che il mancato pagamento è frutto di un mero disguido imputabile al professionista incaricato di procedere all’evasione degli obblighi tributari. Ulteriormente, si evidenzia che l’art. 27, comma 6, del decreto legge 26 ottobre 2019, n. 124, inapplicabile alla vicenda ratione temporis, ha introdotto l’istituto anche nelle procedure in questione, palesandone la necessità al fine di conformare tali procedimenti ai principi generali di settore;

– altresì, non può essere ritenuta ostativa, come opinato dall’Amministrazione, la previsione recata dall’art.75 D.p.r. n.445/2000 sulle conseguenze ascrivibili all’interessato in caso di falsa autocertificazione.

In primo luogo, come già rilevato da questa Sezione (v., sul punto, la sentenza n.8198/2020), l’erronea dichiarazione sul possesso della quietanza di versamento non può essere ritenuta una falsa dichiarazione in relazione al procedimento di rinnovo dell’iscrizione all’albo cd. Ries, dal momento che, nel procedimento di rinnovo (a differenza che in quello di iscrizione), l’art.8, co.4 del decreto direttoriale Aams del 9.9.2011 non contempla come requisito il possesso della quietanza di pagamento.

In secondo luogo, e in disparte la considerazione che precede, il regime delineato dall’art.75 D.p.r. n.445/00 non può prescindere dall’applicazione mediata dal principio di proporzionalità (cfr., sul tema, espressamente, Tar Campobasso, 10.3.2020, n.88) e, con esso, dalla valutazione, ad opera della p.a., circa la gravità dell’infrazione, l’adeguatezza della sanzione (decadenza dall’iscrizione e impossibilità di re-iscrizione per cinque anni) in rapporto a detta gravità, tenuto conto che, obiettivamente, salvo prova del contrario (non fornita in atti dall’Amministrazione convenuta), è ragionevole che l’attestazione scorretta sul possesso della quietanza sia frutto di mero errore materiale, come in effetti asserito nel ricorso con il supporto di dichiarazioni testimoniali, ove si consideri che, nel corso degli anni, il ricorrente ha puntualmente versato il tributo dovuto.

D’altra parte, poi, la Corte di Giustizia, con l’autorevolezza e la forza para-normativa (v. Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, 9.6.2016, n.11) delle sue decisioni, ha più volte evidenziato come il principio di proporzionalità osta all’applicazione di normative nazionali che impongano l’adozione di sanzioni sproporzionate (cfr., Corte di Giustizia, Grande Sezione, 8.3.2022, n.205; Corte di Giustizia, sez. I, 24.2.2022, n.452), specie nelle ipotesi in cui, per quanto detto, è verosimile che l’omissione sia imputabile, in concreto, ad un terzo cui il soggetto si sia affidato, trattandosi vieppiù di adempimento di obblighi di natura tributaria, per i quali è fisiologica la delega a professionisti (cfr., sul divieto dell’automatismo espulsivo-sanzionatorio, Corte di Giustizia, sez. IX, 3.6.2021, n.210).

Peraltro, non è ultroneo evidenziare, sempre in tema di calibratura degli effetti del principio di proporzionalità, che nei procedimenti in questione:

– non avendo rilevanza concorsuale o comparativa, né essendo previsti contingentamenti nell’accesso al mercato di riferimento, non sussiste la necessità di tenere conto del principio di par condicio, che obbligherebbe a sanzionare il soggetto che, al momento della sottomissione dell’istanza, non fosse in regola con l’obbligo di versamento;

– il versamento del tributo non attiene, au fond, ad un vero e proprio requisito di natura sostanziale discriminante fra coloro che vi possono accedere e quanti ne siano invece inibiti, assolvendo a tale funzione l’autorizzazione di polizia ai sensi del T.u.l.p.s. e la comunicazione antimafia ex D.Lgs.n.159/2011.

Ad abundantiam, la violazione del principio di proporzionalità rileverebbe anche in via derivata, nella misura in cui il decreto direttoriale A.a.m.s. prot.n.2011/31857 del 9.9.2011, come modificato dal decreto prot.n.104077 del 22.12.2014, in forza del combinato disposto di cui agli artt. 4, co.1, lett. c), 5, co.1, lett. d), 8, co.4 e 11, prevede tout court la cancellazione dall’albo per un quinquennio, a fronte della violazione dell’obbligo inerente al pagamento del tributo di euro 150,00, senza consentire il ravvedimento operoso entro un congruo termine e senza la previa valutazione, a cura della p.a. procedente, dell’indagine sulla idoneità, necessarietà e adeguatezza del provvedimento sanzionatorio rispetto al fine pubblico perseguito”.

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