Nella controversia tra un gestore ed un esercente, l’esercente “Con il primo motivo di ricorso – violazione o falsa applicazione degli artt. 24, comma ibis, D.L. n. 98/2911 e 3 comma 9 bis L. 136 del 2010- la ricorrente assume che l’organizzazione del gioco lecito, affidata ai concessionari è disciplinato da norme di interesse pubblico, la cui ratio è quella della tracciabilità di tutti i pagamenti effettuati, tranne quelli che vengono erogati ai vincitori, unici posti dalla legge fuori dalla filiera- norme che escludono la legittimità di pagamenti in contanti. Dunque, tale essendo l’indubbio tenore delle disposizioni indicate in epigrafe, che escludono l’uso di denaro contante e prevedono modalità che assicurino il tracciamento di ogni pagamento, l’estensione posta dalla impugnata sentenza alla individuazione di una modalità “ulteriore” rispetto a quella della tracciabilità su conto correnti bancari, si porrebbe in diretto contrasto con le richiamate disposizioni, tanto più che la normativa violata dalla società originaria attrice, pur facendo parte in senso lato della c.d. normativa antiriciclaggio, sarebbe prevista dalla legislazione speciale tesa ad impedire e colpire le infiltrazioni criminali, pacificamente applicabile alla disciplina del gioco e scommesse. Inoltre, nel caso in cui vi sia una elusione della disciplina sulla tracciabilità dei pagamenti, ne deriva, in base alla normativa specifica, una ragione di risoluzione dei contratti che, nella prospettiva della ricorrente, sarebbe automatica, sottratta cioè alla disponibilità delle parti e ricollegata al prodursi della violazione degli obblighi di tracciabilità. Conseguentemente il giudice avrebbe errato nel non dichiarare la risoluzione di diritto del contratto intercorso tra” il gestore e l’esercente “ed avrebbe altresì errato nel ritenere che fossero operanti in materia i limiti all’uso del denaro contante posti dalla disciplina nazionale ed invocata dal” gestore “di € 1000 fino al 2015 e di € 3000 dal 2016 in poi. Inoltre, sostiene la ricorrente, il fatto che il legislatore abbia introdotto l’applicabilità della tracciabilità finanziaria anche al settore del gioco costituirebbe segno evidente che il mero collegamento telematico, invocato da parte resistente quale strumento alternativo di tracciabilità delle operazioni contabili, non era di per sé idoneo ad impedire le infiltrazioni criminali e a garantire la trasparenza nei pagamenti tra i soggetti della filiera”.

Il Collegio ha ritenuto che “considerata la natura nomofilattica posta dal primo motivo di ricorso, in assenza di specifici precedenti, sia opportuna la rimessione della causa alla pubblica udienza, trattandosi della prima applicazione delle disposizioni indicate in epigrafe dopo la pronuncia (Cass., S.U. n. 14697 del 29&5/2019) che si è occupata del diverso problema se il concessionario del gioco sia agente contabile e che, avendo un diverso oggetto, non risolve la questione dedotta dal primo motivo del ricorso. (…) In particolare il primo motivo pone la questione dell’interpretazione dell’art. 24, comma 1 bis, D.L. 98/2011 e 3 comma 9 bis L. 136/2010 rispetto alle disposizioni sopravvenute di cui all’art. 12 D.L. 6/12/2011 n. 201, convertito nella legge 214 del 2011 e della legge n. 208 del 2015: la questione cioè se le norme sulla tracciabilità dei pagamenti per tutti i soggetti della filiera su conti correnti a ciò dedicati siano o meno derogate dalle disposizioni relative alla limitazione in contanti entro determinati limiti di valore. Altra questione è quella dell’interpretazione della locuzione che segue la previsione -apparentemente inderogabile del divieto di pagamento in contante- secondo la quale i pagamenti devono avvenire “con modalità che assicurino il tracciamento di ogni pagamento”. Occorre stabilire se questa locuzione intenda, come sostiene parte resistente, introdurre una deroga al sistema dei pagamenti su conti correnti tramite condizioni di tracciabilità che nel caso di specie sarebbero soddisfatte dal sistema, ovvero se il generale divieto di pagamenti in contanti non consenta di ipotizzare una deroga. 6. Conclusivamente la Corte, ritenuta la natura nomofilattica delle indicate questioni, rimette la causa alla trattazione in Pubblica Udienza”.

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