Ricordate i giorni dell’impegno sociale contro una eccessiva distribuzione del gioco d’azzardo? Sembra passato un secolo e invece è solo poco più di un mese che in Italia non si gioca più alle slot. Un brevissimo periodo per gli urlatori No-Slot, una lunghissima notte per tutti coloro che sono impegnati nell’attività di distribuzione del servizio di gioco pubblico.

Solo uno dei due può essere il commento condiviso in base alla sensibilità del lettore, certo è invece il disagio arrecato al “giocatore” che è stato privato del diritto di giocare nella sua location preferita. Un disagio che in alcuni casi doveva essere insostenibile se veramente in Italia ci fosse stata una epidemia di dipendenza dal disturbo di gioco d’azzardo.

Qualcuno, in mancanza di dati disponibili, ipotizza uno spostamento della domanda sul gioco online o sul gioco illegale. Difficile pensare che in un momento di limitazione degli spostamenti e di rigidi controlli ci siano bische clandestine aperte e in attività, altrettanto difficile pensare ad un accesso di massa a siti Internet illegali, ricercati e bloccati dai tecnici di Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e di Sogei, oltre che limitati nel farsi conoscere tramite promozione pubblicitaria.

Le slot raccoglievano più del 50% delle giocate in Italia, dove è andata allora questa enorme domanda?

Se si fosse spostata sui siti di gioco online ci dovrebbero essere frequenti denunce e proteste per il malfunzionamento delle piattaforme di gioco. Ogni canale di offerta è dimensionato per traffico e quantità di transazioni nell’unità di tempo, lo spostamento dell’enorme volume di gioco fisico (AWP, Scommesse, VLT, Bingo) avrebbe presto portato alla saturazione delle risorse disponibili e i server sarebbero down più volte nel corso della giornata.

Nulla di tutto questo si è verificato, è chiaro pertanto che i dipendenti da gioco non sono così tanti come descritti dai media generalisti. Moltissimi cittadini hanno semplicemente rinunciato al divertimento con le slot, senza grandi traumi. Come è altrettanto chiara la limitazione di una libertà del cittadino, quella di giocare, che è stata imposta, questa volta veramente per una buona ragione, cioè tutelare la salute delle persone riducendo la possibilità di contagio da Covid-19.

Il gioco è libertà, comunicazione e confronto con altri. Infatti i navigatori del web cercano poker, bingo e altri giochi che prevedono Chat e consentono di socializzare in questo periodo di isolamento forzato e di lockdown.

Gli obblighi di registrazione, che hanno ridotto le entrate nel settore delle VLT con l’introduzione dell’obbligo della tessera sanitaria, sono un’altra indicazione delle motivazioni per cui non c’è stato lo spostamento totale della domanda verso le slot online dove “se non sei registrato non puoi giocare”.

Se gioco lo faccio in privato e l’ultima cosa che voglio che altri mi considerino dipendente. Voglio evadere dalla angosciante routine quotidiana, socializzare e dimenticare per un attimo problemi e preoccupazioni…

Lo hanno ripetuto migliaia di volte i professionisti dell’impegno sociale ampliando con competenza le argomentazioni che spingono le persone a giocare. Si sono specializzati nella comunicazione del problema di gioco, potremmo anche sospettare per quali fini, ma pare abbiano completamente dimenticato la loro mission o ragione di esistenza: aiutare le persone in difficoltà.

La registrazione del giocatore, infatti, una disposizione fortemente voluta dal perbenismo sociale, come da sempre avviene nei casinò terrestri e come è avvenuto nelle sale VLT in Grecia ultimamente, non serve ad altro che a fornire uno strumento, validissimo per qualche operatore spregiudicato, utile ad individuare le “balene”, ovvero quei giocatori più disposti a spendere, così da poterli bombardare con il direct marketing.

Ed è proprio tra le “balene” che possono esserci giocatori dipendenti. Grande la strategia sociale sui giochi che abbiamo adottato in Italia! m.b.