Associazione Astro gioco
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(Jamma) – Quando si legge che nella prossima Legge di Bilancio sono previsti “solo” tagli ai costi (spending review da 3,8 miliardi di euro) e lotta all’evasione fiscale, soprattutto nel campo dell’I.V.A. (recupero stimato in 5 miliardi di euro), al settore del gioco lecito vengono i “sudori freddi”.

Si sa, infatti, che quando nessuna tassa viene annunciata di aumento, è proprio il Prelievo sui giochi a dover garantire l’unico “ossigeno” finanziario per un “Erario” in cronica crisi di dotazione di cassa. La statistica degli ultimi 3 anni inizia, infatti, ad essere tanto impietosa quanto consolidata.

Spostando la riflessione dagli “scongiuri” ai fondamentali economici dell’industria del gioco lecito, (al cui interno ci sono anche legittime presenze e candidature alla quotazione borsistica e quindi giuste pretese di serietà analitica), si riscontrano “macro – dati” da default. Gli indicatori significativi per un business sono infatti 4 (fiscalità – marginalità – mercato – reputation), e nel settore del gioco lecito si ha: il prelievo tributario più alto (come aliquote) e gravoso (per le tempistiche di esazione) di tutto il resto del mondo; le marginalità più basse del mondo, erose non tanto dai soli costi industriali, ma proprio della combinazione tra l’eccessiva pressione delle leve fiscali (che ad oggi hanno costretto un importante segmento del settore – gli apparecchi – a dichiarare lo stato di crisi al M.I.S.E.), e la concorrenza sleale del gioco non autorizzato; il mercato più “destabilizzato” del mondo, dove ai 27 milioni di giocatori del Paese si dice che il gioco illegale è contro la Legge statale, mentre quello autorizzato è contro la Legge regionale o la norma comunale; la peggiore reputation possibile, posto che la negatività non è agganciata a fattori “oggettivi e veri” (l’indice di irregolarità è infatti dello “zero virgola percento”) eventualmente rimediabili, ma a contrari posizionamenti ideologici dei media e degli steakeholder del Paese.

Ciò che spesso si dimentica, quando si analizza il gioco lecito, è proprio il suo “aggettivo qualificante” (lecito), ovvero l’essere autorizzato – controllato – tassato; quando è proprio l’elemento caratterizzante che “teoricamente” dovrebbe sostenere un perimetro di tutele privilegiate, a generare normative locali di carattere paralizzante per l’operatività (o espulsive delle attività economiche insediate), la “pazienza” degli investitori finisce.

Uno Stato “risoluto” trova il modo di mettere a tacere i localismi che influenzano troppo negativamente flussi erariali e realtà industriali virtuosamente consolidate, e non lo fa per “indole autoritaria”, ma per indole di “normalità”: posto che non esiste Stato evoluto in cui la ricchezza non sia prodotta dall’industria, e i servizi erogati al pubblico (gratuitamente o a costi calmierati) non siano pagati dell’Erario, il “normale” limite alla contrapposizione che si tollera tra localismo e centralismo è solitamente facile da trovare: finché non si pregiudica l’economia e il fisco il confronto è legittimo, quando si sconfina da tali perimetri si arriva all’infedeltà verso lo Stato.

L’attuale livello di importanza del gioco lecito in Italia è identificabile in termini di “punti di PIL”, e il bacino occupazionale “stabilizzato” che lo caratterizza è di gran lunga superiore a ciò che è rimasto dell’antica “metallurgia”. Una tale realtà economica ambirebbe a tutele e a “difensori” di dette tutele, ed invece adesso si interroga se, dopo aver spento il Piemonte il 30 novembre p.v., potrà avere altri sei mesi di vita in Emilia Romagna, ecc. ecc.

In Italia siamo oramai abituati ad “invidiare” tutto degli altri: la Giustizia è meglio altrove, il lavoro è meglio altrove, pensioni e diritti sono meglio altrove, e anche il gioco “è meglio altrove”. Tuttavia basterebbe avere il coraggio di difendere la sovranità di una Legge dello Stato (che in quanto tale garantisce anche gli stipendi ai funzionari e le medicine negli ospedali di tutto il Paese e non solo di una sua parte), contro una ideologia “locale”, molto furba, ma che non risolve il dilemma: dove si trovano “altrove” gli 11 miliardi l’anno garantiti dal gioco lecito, e dove si trovano “altri” 100.000 posti di lavoro stabilizzati a tempo indeterminato che detto comparto annovera.

AsTro

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