Associazione Astro gioco
Print Friendly, PDF & Email

(Jamma) – «Il settore, come oramai molti sanno, – si legge in una nota AS.TRO – frutta all’Erario circa 11 miliardi di euro l’anno, ma ciò che in pochi sanno è che tali denari sono letteralmente “sottratti” alla illegalità (o quantomeno al sommerso fiscale), la quale non aspetta altro se non di “ri-appropriarsi” di quel business che – sino al 2004 – controllava totalmente».

«Un settore industriale – prosegue la nota – è innanzitutto un sistema, e non una mera sommatoria numerica, di tal ché risulta composto da una serie di asset “trainanti”, da attività che ne sostengono altre, da volumi di affari (e quindi erariali) che diventano (e restano) possibili sono se permane la sinergia tra le diverse realtà di segmento del sistema.

In questo scenario, il comparto degli apparecchi da gioco lecito realizza la metà dell’utile erariale, fornendo altresì il necessario sostegno economico e produttivo ai restanti prodotti (dal bingo, alle scommesse, dalle lotterie ai concorsi a pronostico), che, “da soli”, non potrebbero essere distribuiti (ovvero messi a frutto come lo sono adesso), se le rispettive realità imprenditoriali di gestione non avessero il “polmone finanziario” degli apparecchi da gioco.

11 miliardi rappresentano l’1,1% c.a. di un PIL Nazionale che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha messo sotto le lente di osservazione in occasione della nota aggiuntiva al DEF recentemente licenziata dal Governo. In ballo, infatti, ci sarebbe uno 0,3% di crescita del PIL (per il 2018) “incerto”, in quanto non illustrato in termini di strutturale garanzia di raggiungimento. Da questo 0,3% dipendono le “clausole di salvaguardia”, ovvero gli aumenti automatici dell’I.V.A. che scatteranno qualora le stime di maggior crescita del PIL (dello 0,3% appunto) si riveleranno errate .

Da uno 0,3% pertanto dipende il futuro di un Paese che – qualora sottoposto ad un’IVA aumentata di altri 2-4 punti – chiuderebbe tranquillamente “la baracca”.

Dalle Regioni Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Puglia, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lombardia (a cui si devono sommare i Sindaci di centinaia di Comuni caratterizzati dall’orario ridotto “per le slot”), dipende, invece, la persistente presenza dell’1,1% del PIL, ovvero di quell’asset trainante del gioco lecito (gli apparecchi), che consente al circuito di consegnare all’Erario 11 miliardi di euro.

Per risolvere il “bilanciamento” di interessi tra “la salute pubblica” e “la tenuta del bilancio”, EELL e Governo sono stati chiamati a trovare un’intesa, che per la verità è anche stata effettivamente raggiunta e sottoscritta, ma che, a conti fatti, non farà restare accesi gli apparecchi del Piemonte, non farà restare aperte le attività di gioco dedicato dell’Emilia Romagna, e parimenti nelle altre aree territoriali.

La questione non è più “solo” industriale, ma seriamente politica, in quanto gli eletti alle Amministrazioni Locali non sono “marziani”, ma componenti della medesima politica che ha il compito primario di non far “fallire l’Italia”, e, poi (si ribadisce poi), anche quello di costruire un’economia nazionale che possa “gradualmente e concretamente evolversi” sino a diminuire la dipendenza dei conti pubblici dalle Entrate Erariali di gioco.

Tutti i “veleni contemporanei” (indipendentemente dal loro accreditamento sanitario) sono da sempre stati trattati in questo modo, se “interagiscono” con parametri vitali della Finanza pubblica, ma per il gioco lecito si preferisce “improvvisare”, rischiando il default pur di non comparire come “alleati dell’azzardo”.

Pur di non far spendere soldi (al gioco legale) a Piemontesi, Emiliano Romagnoli ecc. si condanneranno migliaia di piemontesi ed emiliano romagnoli alla disoccupazione, pur di non far giocare al “gioco lecito italiano” i 13 milioni di utenti “sociali” del prodotto statale, li si dirotterà verso le offerte non autorizzate e non tassate di azzardo.

Pur di non sembrare “allineati” con quella politica che – erroneamente – ha pianificato un ampliamento sbagliato e ipertrofico delle offerte di gioco lecito, ci si astiene dalla tutela dell’1,1% del PIL, ma senza avere il coraggio di dire “facciamone a meno” e ripartiamo tutti con un’economia di decrescita (che per inciso significa andare a piedi, rinunciare alle auto, curarsi solo con quando la carta di credito te lo permette, mangiare quello che l’orto casalingo ti mette a disposizione, ecc. ecc.).

La politica ha il dovere di scegliere e non ha il diritto di “astenersi”».

Commenta su Facebook