Posizione di un titolare di PVR chiarita in Corte d’Appello, che con sentenza del 4 ottobre 2019 ha riformato la pronuncia di condanna del primo grado ed ha assolto l’imputato stesso con formula il fatto non sussiste.

Il processo era scaturito da un accertamento presso l’esercizio adibito ad internet point punto di ricarica, avvenuto nel 2017, in occasione del quale era stato ipotizzato il delitto di cui all’articolo 4 legge 401/89 per una serie di attività riscontrate, ulteriori rispetto alle sole ricariche, quali la stampa dei promemoria delle giocate, l’utilizzo dei computer da parte dei clienti e movimenti dare ed avere.

Il primo grado si è celebrato velocemente e si è concluso con la condanna dell’imputato, assistito in sede di discussione dalla difesa d’ufficio. L’appello è stato invece avanzato dall’avv.Marco Ripamonti che ha illustrato una serie di argomenti finalizzati a chiarire, sulla base della articolata normativa, che tutto ciò che era stato riscontrato nell’esercizio fosse attinente alla attività del PVR e che da parte dell’imputato e della società concessionaria di riferimento autorizzata alla raccolta a distanza non vi era stato alcun abuso e nessun utilizzo fraudolento della concessione GAD. Gli argomenti devono avere convinto anche la Procura Generale che si è associata alla richiesta assolutoria, che in effetti è stata pronunciata con formula il fatto non sussiste.

Soddisfatto l’avvocato Marco Ripamonti che così si è espresso: “La materia è articolata e può capitare, riguardo ad alcune funzioni, il problema interpretativo riguardante i limiti del PVR. Tuttavia nel caso specifico tutto è stato chiarito e ne è scaturita una sentenza assolutoria piena”.

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