La Corte costituzionale è chiamata a tutelare i diritti dei cittadini non solo quando le leggi si traducono in «disposizioni costituzionalmente illegittime», ma anche quando «la Costituzione impone un obbligo» di occupare spazi «dai quali la legge si è indebitamente ritratta».

È uno dei passaggi più significativi della relazione sull’attività svolta nell’ultimo anno dalla Corte costituzionale tenuta dal presidente Giorgio Lattanzi, nella seduta straordinaria tenutasi davanti al capo dello Stato. Parlando di numeri e del lavoro svolto durante l’anno Lattanzi ha sottolineato che «Nel 2018 la Corte ha pronunciato 186 sentenze e 64 ordinanze, per un totale di 250 provvedimenti. I giudizi definiti sono stati 359 e le questioni pervenute 301, con una conseguente riduzione dei giudizi pendenti, dai 376 di fine 2017 ai 318 di fine 2018».

Due importanti pronunce hanno riguardato il settore dei giochi. 

Nel report prodotto dalla Corte sono infatti comprese la sentenza sull’imposta unica sule scommese (i soggetti passivi) e quella sulle distanze dai luoghi sensibili.

L’imposta unica sulle scommesse (i soggetti passivi)

La sentenza n. 27 del 2018 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 53 Cost., dell’art. 3 del d.lgs. n. 504 del 1998 e dell’art. 1, comma 66, lett. b), della legge n. 220 del 2010 nella parte in cui prevedono che –nelle annualità d’imposta precedenti al 2011 –siano assoggettate all’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse le ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione. In via preliminare, la Corte ha ricordato che l’imposta unica sulle scommesse “è dovuta per i concorsi pronostici e le scommesse di qualunque tipo, relativi a qualunque evento, anche se svolto all’estero” (art. 1 del d.lgs. n. 504 del 1998) e che, ai sensi dell’art. 3 censurato, sono soggetti passivi della stessa imposta “coloro i quali gestiscono, anche in concessione, i concorsi pronostici e le scommesse”. È stato evidenziato che prima dell’intervento interpretativo del 2010 erano possibili due diverse letture della disposizione censurata; secondo una prima impostazione, dalla formulazione letterale della normativa era possibile desumere che la pretesa impositiva potesse essere rivolta anche nei confronti dei soggetti privi di titolo concessorio; secondo altra impostazione, al contrario, essa contemplava i soli soggetti che avevano ottenuto apposita concessione (ad esclusione perciò dei bookmakers con sede all’estero, sforniti di titolo concessorio in Italia, e della rete delle ricevitorie di cui essi si avvalgono nel territorio italiano). Con la disposizione interpretativa dell’art. 1, comma 66, lett. b), della legge n. 220 del 2010, il legislatore ha dunque esplicitato una possibile variante di senso della disposizione interpretata, ribadendo, da un lato, chel’imposta è dovuta anche nel caso di scommesse raccolte al di fuori del sistema concessorio e stabilendo, altresì, che il generale concetto di “gestione”include anche l’attività svolta “per conto di terzi”, compresi i bookmakerscon sede all’estero e privi di concessione. Secondo la Corte, tale equiparazione ai fini tributari, del “gestore per conto terzi” (il titolare di ricevitoria) al “gestore per conto proprio” (il bookmaker), non risulta irragionevole in quanto le differenze tra il contributo rispettivamente prestato dalla ricevitoria e dal bookmakeralla complessiva attività di raccolta delle scommesse “non escludono affatto –ed anzi presuppongono –che entrambi i soggetti partecipino, sia pure su piani diversi e secondo differenti modalità operative, allo svolgimento di quell’attività di ‘organizzazione ed esercizio’ delle scommesse sottoposta ad imposizione”. La Corte, poi, ha ritenuto l’intervento normativo congruo e proporzionato rispetto alle finalità perseguite, non ravvisando “alcuna irragionevolezza nell’assoggettamento ad imposta del ricevitore operante per bookmakers fornito di concessione, con conseguente parificazione dello stesso ricevitore al bookmakerconcessionario”. Infatti, “tale scelta legislativa risponde ad un’esigenza di effettività del principio di lealtà fiscale nel settore del gioco, allo scopo di evitare l’irragionevole esenzione per gli operatori posti al di fuori del sistema concessorio, i quali finirebbero per essere favoriti per il solo fatto di non avere ottenuto la necessaria concessione, ovvero di operare per conto di chi ne sia privo”. La Corte, infine, non ha ravvisato la violazione del principio della capacità contributiva in quanto “la scelta di assoggettare all’imposta i titolari delle ricevitorie operanti per contodi soggetti privi di concessione tiene conto della circostanza che il rapporto tra il titolare della ricevitoria che agisce per conto di terzi ed il bookmakerè disciplinato da un contratto dal quale sono regolate le stesse commissioni dovute al titolare della ricevitoria per il servizio prestato”. In altri termini, con riferimento ai rapporti successivi al 2011, ossia alla data di entrata in vigore della disposizione interpretativa dell’art. 1, comma 66, lettera b), non sussiste la denunciata impossibilità di traslazione dell’imposta da parte del titolare della ricevitoria, il quale può trasferire il carico tributario sul bookmakerper conto del quale opera attraverso la regolazione negoziale delle commissioni. Diversamente, per i rapporti sorti anteriormente all’intervento legislativo di interpretazione del 2010, la Corte ha ritenuto la normativa censurata illegittima per violazione dell’art. 53 Cost. limitatamente alla sua applicazione nelle annualità precedenti al 2011 in considerazione dell’impossibilità di traslazione dell’imposta, stante la cristallizzazione dell’entità delle commissioni pattuite fra ricevitore e bookmaker sulla base del quadro normativo previgenti.

La distanza minima di sicurezza degli esercizi autorizzati al gioco da luoghi ritenuti sensibili

La sentenza n. 238 ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, promossa dal Presidente del Consiglio dei ministri in riferimento all’art 117, secondo comma, lett. h), Cost, dell’art. 45 della legge della Regione Basilicata n. 19 del 2017. Il legislatore regionale ha inteso esclusivamente correggere l’errore materiale contenuto nell’art. 6 della legge regionale n. 30 del 2014, recante misure per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo patologico, che, prima dell’intervento censurato, disponeva che l’autorizzazione all’esercizio non venisse concessa nel caso di ubicazioni in un raggio non inferiore a cinquecento metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette. La presenza della seconda negazione appariva priva di qualunque significato coerente con la ratio legis. Quanto disposto dall’art. 45 “si è reso necessario al fine di assicurare l’osservanza di una distanza minima di sicurezza dai luoghi ritenuti sensibili”.

 

Commenta su Facebook