Il Consiglio di Stato si è espresso nel merito di un Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dal titolare di un ctd.

Nello specifico il ricorrente lamentava la violazione dell’articolo 41 della Costituzione a seguito della entrata in vigore del Regolamento comunale in materia di prevenzione e contrasto al fenomeno della ludopatia.

“Considerato che nel Regolamento sono riportate le ragioni relative alla gravità del fenomeno della ludopatia nel territorio comunale, giustificative della concreta applicabilità dei divieti stabiliti dalla normativa regionale, il provvedimento di chiusura, sotto tale profilo espressione di una attività amministrativa vincolata, risulta sorretto da sufficiente supporto motivazionale quando, come nella specie, richiama la normativa e gli atti generali di riferimento ed esplicita la sussistenza del requisito distanziale di operatività del divieto e la non avvenuta previa delocalizzazione dell’esercizio.

Può a questo punto passarsi all’esame del primo motivo di ricorso nella parte in cui lamenta, per gli atti impugnati, la violazione dei principi di ragionevolezza e di proporzionalità.

La doglianza non è meritevole di favorevole considerazione per le ragioni che di seguito si espongono.

La giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. Cons. Stato, V, 26-8-2020, n.5223; V, 4-12-2019, n. 8298; V, 20-2-2017, n. 746; V, 23-12-2016, n. 5443; IV, 22-6-2016, n.2753; IV, 3-11-2015, n.4999; IV, 26-2-2015, n. 964) afferma, con orientamento costante, che il principio di proporzionalità impone all’amministrazione di adottare un provvedimento non eccedente quanto è opportuno e necessario per conseguire lo scopo prefissato; evidenziandosi, altresì, che, definito lo scopo avuto di mira, il principio è rispettato se la scelta concreta dell’amministrazione è in potenza capace di conseguire l’obiettivo (idoneità del mezzo) e rappresenta il minor sacrificio possibile per gli interessi privati attinti (stretta necessità), tale, comunque, da poter essere sostenuto dal destinatario (adeguatezza).

Ciò premesso, ritiene in primo luogo il Collegio che il limite distanziale applicato dal provvedimento impugnato, in esecuzione delle previsioni del Regolamento comunale e degli atti normativi regionali ad esso presupposti, comportante il divieto di esercizio delle sale da gioco, delle sale scommesse e dei punti di raccolta in locali che si trovino a una distanza inferiore a cinquecento metri dai luoghi sensibili, costituisce mezzo idoneo al perseguimento degli obiettivi prefissati.

Invero, la finalità perseguita dalla legge regionale n. 5 del 2013 è quella del contrasto alla ludopatia, come chiaramente evidenziato dalla sua rubrica, riferita a “Norme per il contrasto, la riduzione del rischio della dipendenza dal gioco d’azzardo patologico, nonché delle problematiche e delle patologie correlate”.

Analoga finalità è rilevabile nel Regolamento approvato dal Consiglio comunale con la deliberazione P.G. n. 57985/2018 del 14-5-2018, trattandosi nello specifico del “Regolamento per la prevenzione e il contrasto delle patologie e delle problematiche legate al gioco d’azzardo lecito”.

D’altra parte, la stessa Corte Costituzionale ha chiarito che normative regionali, analoghe a quella della Regione Emilia Romagna, in quanto impositive di obblighi di mantenimento di specifiche distanze da “luoghi sensibili”, risultano essere dirette alla tutela della salute, in tal modo rientrando nella competenza legislativa dei medesimi enti.

E’ stato, infatti, sottolineato che “il legislatore…non è intervenuto per contrastare il gioco illegale, né per disciplinare direttamente le modalità di installazione e di utilizzo degli apparecchi di gioco leciti”, ma “per evitare la prossimità delle sale e degli apparecchi di gioco a determinati luoghi, ove si radunano soggetti ritenuti psicologicamente più esposti all’illusione di conseguire vincite e facili guadagni e, quindi, al rischio di cadere vittime della dipendenza da gioco d’azzardo: fenomeno da tempo riconosciuto come vero e proprio disturbo del comportamento, assimilabile, per certi versi, alla tossicodipendenza e all’alcolismo”; trattasi, dunque, di disposizioni che perseguono in via preminente finalità di carattere socio-sanitario, rientranti nella materia di legislazione concorrente della “tutela della salute”, preoccupandosi delle conseguenze sociali dell’offerta di giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, in termini di prevenzione di forme di gioco cosiddetto compulsivo (cfr. Corte Cost., sentenze n. 108 dell’11-5-2017, n. 300 del 2011 e n. 27 del 2019).

Orbene, la previsione del limite distanziale di 500 metri da luoghi sensibili (nella specie, il luogo di culto “Santa Maria Madre della Chiesa”) con il conseguente divieto di esercizio di sale giochi e sale scommesse costituisce certamente mezzo idoneo, in potenza capace di conseguire l’obiettivo prefissato; ciò considerandosi che il divieto di esercizio delle attività in peculiari luoghi di aggregazione sociale, dove è più probabile la presenza di soggetti deboli, consente la riduzione dell’offerta di gioco.

In tal modo, si è di fronte ad una misura che realizza la finalità delle norme dettate in materia, atteso che essa consente di salvaguardare, attraverso la riduzione delle occasioni di gioco, fasce di consumatori psicologicamente più vulnerabili ed immaturi e, quindi, maggiormente esposti alla capacità suggestiva dell’illusione di conseguire, tramite il gioco, vincite e facili guadagni (cfr. sul punto, Cons. Stato, V, 4-12-2019, n. 8298; VI, 19-3-2019, n. 1806); in particolare, essa, ponendo limitazioni spaziali agli esercizi dove si raccolgono il gioco e le scommesse, rende maggiormente difficoltoso, specie per le categorie a rischio, l’incontro con l’offerta di gioco.

Né, a fondare l’inidoneità del mezzo utilizzato, può valere la considerazione di parte ricorrente secondo cui lo spostamento dei centri di raccolta potrebbe alimentare la raccolta di scommesse illegali e il proliferare di associazioni malavitose, considerandosi che gli atti in contestazione valgono comunque a ridurre le occasioni di gioco e, dunque, ad approntare una forma adeguata di contrasto al fenomeno della ludopatia attraverso la limitazione di una già possibile forma di gioco”. Con questa motivazione il ricorso è stato respinto.