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(Jamma) – Il Tar Lazio ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Mef e Adm in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento emesso dall’Ufficio Regionale dei Monopoli per la Puglia, la Basilicata e il Molise, Sezione Operativa Territoriale di Lecce, dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con cui si revoca la Ricevitoria Lotto e si dispone l’incameramento parziale del deposito cauzionale costituito tramite polizza fideiussoria.

“Con il ricorso in epigrafe, depositato il 9 marzo 2017, è impugnato con richiesta di annullamento, dalla titolare della Ricevitoria del lotto (…) sita in Lecce, il provvedimento di revoca della concessione e di incameramento parziale del deposito cauzionale costituito tramite polizza fideiussoria del 1 gennaio 2016, oltre ai provvedimenti presupposti, connessi e consequenziali.

Il provvedimento di revoca è fondato sulla mancata ottemperanza da parte della ricorrente agli obblighi di cui agli artt. 30 e 3, comma 3, del d.P.R. 7 agosto 1990 n. 303, recante il Regolamento di applicazione ed esecuzione delle leggi 2.8.1982 n. 528 e 19 aprile 1990 n. 85, sull’ordinamento del gioco del lotto; in particolare, le trasgressioni consisterebbero nel ritardo di alcuni versamenti, nella omissione di altri e nel mancato invio degli scontrini di n. 2 vincite.

In particolare la ricorrente censura i provvedimenti impugnati per i seguenti vizi:

I.Violazione/falsa applicazione art. 34 e 35 L. 1293/1957 e art. 33 L. 724/94. Violazione del principio del giusto procedimento. Eccesso di potere per travisamento ed erronea valutazione dei fatti, insussistenza dei presupposti, difetto di istruttoria, inosservanza di circolari.

Con tale motivo la ricorrente richiama, in particolare, il contenuto della circolare n.04/9108 del 16 luglio 1996 e della correlata nota 04/64659 del 14 novembre 2000, con le quali il Ministero ha specificato di escludere dal novero del computo delle violazioni rilevanti per la revoca i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a 4 giorni.

Con la circolare AAMS prot. 2003/13386/COA/LTT sono state date direttive più precise agli Uffici per stabilire le ipotesi in cui la violazione è “abituale” e conduce alla revoca, individuando due ipotesi distinte.

Nella prima fattispecie (che si può qualificare come “ritardato versamento”) il ricevitore versa in ritardo i proventi rispetto al termine stabilito, e lo fa per tre volte in un biennio e la quarta entro il semestre successivo: in tal caso si applica anche l’incameramento parziale del deposito cauzionale nella percentuale compresa tra il 15% e il 30%.

Nella seconda (che si può definire “omesso versamento”) il ricevitore non provvede al versamento nell’ulteriore termine di cinque giorni intimato dall’ispettorato, né provvede a rispondere o non produce prove idonee ad escludere la sua responsabilità: in tale caso si procede all’incameramento totale del deposito e a presentare denuncia-querela all’Autorità Giudiziaria penale e denuncia alla Corte dei Conti.

In entrambi i casi, gli uffici devono valutare caso per caso la sussistenza dei presupposti della revoca e dare idonea motivazione ai provvedimenti.

Con una successiva circolare l’Amministrazione delle Dogane e dei Monopoli ha ritenuto di emanare ulteriori indicazioni in materia a mezzo della circolare prot. n. 47486 del 18 maggio 2016, con la quale sono state individuate due fattispecie in cui si ravvisano le condizioni per il configurarsi della “abitualità” della violazione, presupposto che fa scattare la revoca della concessione ai sensi dell’art. 34 punto 9) L. 1293/1957. Tali condizioni consistono a) nell’effettuazione di numerosi versamenti tardivi anche per importi limitati, ritenendo indicativo un numero superiore a 10 versamenti tardivi, ancorchè per periodi e importi limitati; b) nell’effettuazione di n. 4 versamenti tardivi con ritardi rilevanti (quelli superiori a tre giorni lavorativi) e di importo pari o superiore ai versamenti medi settimanali della ricevitoria inadempiente.

Secondo parte ricorrente, i provvedimenti impugnati sono privi dei presupposti richiamati nelle norme suindicate.

Infatti, l’amministrazione ha contestato alla istante la “violazione abituale” delle norme relative alla gestione e al funzionamento della rivendita nei termini indicati dal punto dell’art. 34 L. 1293/1957, ma, per quanto concerne i n. 4 versamenti ritardati, la ricorrente fa notare come i ritardi maturati siano minimi e siano stati erroneamente computati anche i giorni festivi ai fini dei giorni di ritardo.

La P.A. non avrebbe, poi, tenuto conto di quanto precisato nella nota prot. n. 4132 del 26 gennaio 2005, per cui vanno qualificati ai fini dell’art. 34 punto 9) come un’unica violazione i ritardi consecutivi avvenuti prima che il ricevitore abbia ricevuto le contestazioni relative alla prima inadempienza e in tale casistica ricadrebbero le violazioni relative alle settimane contabili dall’8 giungo 2016 al 28 giugno 2016.

Per i restanti n. 3 versamenti, gli stessi sarebbero stati erroneamente qualificati come “omessi” invece che come “ritardati”. Perché si configuri l’“omesso” versamento è, infatti, necessario che il ricevitore non provveda al pagamento entro il termine di 5 giorni dall’intimazione (art. 2 del Contratto di Concessione e circolari sopra citate); nel caso di specie, la ricorrente non ha ricevuto alcuna intimazione nei modi previsti dalle circolari e ha comunque effettuato il versamento dei proventi relativi alle tre settimane in data anteriore alla notifica delle singole contestazioni e al loro protocollo, per cui non corrisponderebbe al vero la circostanza che il versamento risultava integralmente omesso a quella data, perché era già stato effettuato anteriormente a ogni singola contestazione. L’ADM avrebbe erroneamente ritenuto che il versamento sia stato “omesso” quando, invece, è stato effettuato in data anteriore, non solo alla data di notifica delle singole contestazioni, ma in data antecedente al protocollo delle stesse. Il provvedimento impugnato sarebbe, pertanto, affetto da un vizio di istruttoria e da travisamento dei fatti. Non ricorrerebbero dunque i presupposti della revoca della concessione poiché non vi sono i presupposti della violazione abituale richiesti dall’art. 34 punto 9 l. 1923/1957, come specificati dalle circolari indicate e interpretati dalla giurisprudenza.

Non vi sarebbero neanche i presupposti della violazione “persistente” (punto 10 dell’art. 34 L. 1293/1957), presupposto in presenza del quale scatta la revoca della concessione quando il rivenditore commetta entro un biennio, quattro trasgressioni anche di indole diversa “per ciascuna delle quali sia stata irrogata una pena pecuniaria disciplinare non inferiore a lire 2000”.

Nel biennio di attività alla ricorrente è stato contestato soltanto il mancato invio di n. 2 scontrini relativi a vincite prenotate per la settimana contabile dal 13 al 19 luglio 2016, in violazione dell’art. 34 del d.P.R. 303/1990; tuttavia la ricorrente, a seguito della notifica della contestazione, ha provveduto a consegnare all’amministrazione gli scontrini mancanti in data 28 settembre 2016.

Con successivo provvedimento n. 143/LE/2016 del 12 ottobre 2016 l’ADM ha comminato alla ricorrente la pena pecuniaria di euro 50,00 ai sensi dell’art. 35 della legge 1293/1957, pur riconoscendo che la stessa aveva ottemperato alla consegna della documentazione mancante. Tale importo è stato quindi regolarmente pagato, ma nel provvedimento di revoca datato 28 novembre 2016 e inviato il 6 dicembre tale circostanza non è stata menzionata e, anzi, ivi si afferma che la sanzione pecuniaria non è ancora stata pagata.

La ricorrente quindi ritiene che neanche sotto questo ulteriore profilo siano stati integrati i presupposti di cui al punto 10 dell’art. 34 L. 1923/1957.

II. Violazione/falsa applicazione art. 34 e 35 L. 1293/1957, art. 3, 7 e 10, art. 94 d.p.r.1074/1958. Violazione dei principi del giusto procedimento, imparzialità della P.A., ragionevolezza dell’azione amministrativa, eccesso di potere per difetto, incongruità e contraddittorietà della motivazione, difetto di istruttoria.

Il provvedimento in questione ha natura discrezionale e non vincolata per cui la motivazione ha una funzione fondamentale, quella di estrinsecare le ragioni dell’applicazione della sanzione, più grave, della revoca della concessione, alla luce della gravità dei fatti contestati, anziché di una pena pecuniaria.

Nel caso in questione, l’Amministrazione avrebbe dato una motivazione inadeguata e incongrua, avrebbe mancato di valutare le controdeduzioni depositate dalla ricorrente e non avrebbe indicato i motivi per i quali sono state disattese. Risulterebbero inoltre violati taluni fondamentali principi in materia di giusto procedimento e imparzialità, proporzionalità poiché la presunta violazione dell’art. 34 del d.P.R. 303/1990 per la mancata consegna degli scontrini viene configurata in modo differente nell’avviso di avvio del procedimento (ove viene menzionata ma non contestata) rispetto al provvedimento finale di revoca.

Si è costituita in giudizio l’amministrazione chiedendo il respingimento del ricorso in quanto infondato.

Alla camera di consiglio del 7 giugno 2017, la Sezione ha disposto un’istruttoria ordinando all’amministrazione di depositare una relazione di chiarimenti in relazione all’incidenza, nella fattispecie, della circolare prot. n. 47486 del 18 maggio 2016 (ord. n. 4254/2017); con deposito del 23 giugno 2017 l’amministrazione dava seguito all’ordinanza istruttoria.

Alla successiva camera di consiglio del 12 luglio 2017, la domanda cautelare veniva accolta (ord. n. 3753/2017).

Alla pubblica udienza del 9 maggio 2018 la causa è stata trattenuta in decisione.

Il Collegio ritiene che il ricorso sia fondato e pertanto da accogliere.

In particolare, risulta fondata la censura relativa alla violazione dei parametri indicati nella circolare prot. n. 47486 del 18 maggio 2016 emanata dall’Amministrazione delle Dogane e dei Monopoli, laddove la circolare individua le due fattispecie al verificarsi delle quali si ravvisano le condizioni per la sussistenza dell’“abitualità” della violazione, presupposto che fa scattare la revoca della concessione ai sensi dell’art. 34 punto 9) L. 1293/1957.

Dette condizioni consistono a) nell’effettuazione di numerosi versamenti tardivi anche per importi limitati, ritenendo indicativo un numero superiore a 10 versamenti tardivi, ancorchè per periodi e importi limitati; b) nell’effettuazione di n. 4 versamenti tardivi con ritardi rilevanti (quelli superiori a tre giorni lavorativi) e di importo pari o superiore ai versamenti medi settimanali della ricevitoria inadempiente.

Nel caso di specie, la sanzione irrogata non risulta neanche conforme all’art. 2 del Contratto di Concessione, che prevede la sanzione della revoca della concessione nel caso in cui i versamenti non siano effettuati entro cinque giorni dalla contestazione, da notificarsi al concessionario con raccomandata A/R; infatti, i versamenti in questione, indicati come “omessi” nel provvedimento, sono stati effettuati in data anteriore alla notifica delle contestazioni, per cui avrebbero dovuto essere ricondotti dall’amministrazione alla categoria della “tardività” e non a quella dell’“omissione” dei versamenti, con la conseguenza che non potevano essere posti a fondamento del provvedimento di “revoca”.

Tale elemento risulta chiaro dalla Tabella “Elenco sintetico estratto conto”, allegata al n. 1 alla relazione dell’Amministrazione del 31 marzo 2017, ove, nell’ultima colonna i versamenti sono indicati con il numero 11, numero che (in base alla legenda in calce all’Estratto conto) contraddistingue i versamenti tardivi, laddove il n. 20 contraddistingue quelli omessi.

Anche la ulteriore motivazione posta dall’amministrazione a fondamento del provvedimento impugnato, consistente nella necessità di avere la costante fiducia e affidabilità nel soggetto gestore, rivendicando la propria discrezionalità nella valutazione del comportamento di quest’ultimo rispetto alle indicazioni fornite dalla Direzione Generale con la citata circolare, non è conforme alle disposizioni riguardanti la motivazione e la proporzionalità delle misure adottate dalla pubblica amministrazione, in particolare nel caso di applicazioni di misure di particolare gravità quale quella in esame.

Infatti, la sanzione irrogata appare sproporzionata e non adeguatamente motivata, sia in relazione all’entità dei versamenti tardivi sia in relazione alla circostanza per cui gli stessi sono stati comunque effettuati (sia pure tardivamente nei termini sopra visti), e, pertanto, la misura applicata appare altresì immotivata sotto il profilo dell’essere venuto meno del rapporto fiduciario con il soggetto gestore.

La discrezionalità dell’amministrazione nel disporre la revoca non appare, dunque, ancorata a un criterio di proporzionalità della sanzione rispetto al generale contegno tenuto dalla destinataria del provvedimento gravato.

Alla luce di tali motivazioni, il Collegio ritiene che le questioni vagliate esauriscono la vicenda in esame, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato (Cass. Civile, sez. V, 16 maggio 2012 n. 7663, Cons. Stato, sez. IV, 4300/2015); gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione del giudizio di tipo diverso dal presente.

Le spese di lite devono essere poste, come di regola, a carico della parte soccombente e liquidate come indicato nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla i provvedimenti impugnati.

Condanna la parte soccombente al pagamento a favore della ricorrente delle spese del giudizio, che liquida in euro 1.500,00 (millecinquecento), oltre accessori come per legge se dovuti”.

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