Il Tar Lazio ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze – Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato in cui si chiedeva l’annullamento della nota dirigenziale A.A.M.S., Direzione Centrale, Direzione per i Giochi, prot. n. 2010/31387/Giochi/SCO Conc. 399, con la quale l’Amministrazione ha intimato il versamento dell’integrazione a titolo di minimo garantito per l’anno 2009 per l’importo di € 15.135,08 per la concessione ippica n. 399 in titolarità della ricorrente, e di ogni altro atto al primo preordinato o comunque connesso.

Per il Tar: “In particolare nella sentenza n. 7588 del 3.7.2017, avente ad oggetto i provvedimenti con i quali l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato ha richiesto il versamento delle integrazioni ai minimi garantiti per gli anni 2006, 2007, 2008, 2009, 2010 e 2011, la Sezione, richiamata la pronuncia della Corte Costituzionale n. 275 del 18.11.2013 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 38, comma 4, del decreto legge 4 luglio 2006 n. 223 limitatamente alle parole “non superiore al 5 per cento”, nella considerazione della ritenuta irragionevolezza della apodittica fissazione dello sbarramento del 5% quale riduzione delle somme dovute dai concessionari a titolo di minimi garantiti, in quanto ritenuta non congrua rispetto alla dichiarata finalità di pervenire ad un equilibrato riassetto delle prestazioni economiche dei concessionari, ha concluso per l’annullamento degli atti gravati in quanto applicativi di una norma dichiarata incostituzionale.

La Sezione ha testualmente affermato che “in base al combinato disposto di cui all’art. 136 Cost. e dell’art. 30, della legge 11 marzo 1953 n. 87, la pronuncia di illegittimità costituzionale di una norma di legge determina la cessazione della sua efficacia erga omnes e, sotto il profilo temporale, impedisce, dopo la pubblicazione della sentenza, che la norma possa essere applicata ai rapporti pendenti in relazione ai quali la norma dichiarata incostituzionale risulti comunque rilevante. La declaratoria di incostituzionalità di una norma esplica, infatti, efficacia ex tunc nei confronti dei procedimenti non ancora conclusi, nei quali devono essere ricompresi quelli ancora sub iudice. Ciò in quanto, avendo l’illegittimità costituzionale per presupposto l’invalidità originaria della legge, sia essa di natura sostanziale, procedimentale o processuale, per contrasto con un precetto costituzionale, le pronunce di accoglimento del giudice delle leggi – dichiarative di illegittimità costituzionale – eliminano la norma con effetto ex tunc, con la conseguenza che essa non è più applicabile, indipendentemente dalla circostanza che la fattispecie sia sorta in epoca anteriore alla pubblicazione della decisione, fermo restando il principio che gli effetti dell’incostituzionalità non si estendono ai diritti quesiti e ai rapporti ormai esauriti in modo definitivo, per avvenuta formazione del giudicato o per essersi verificato altro evento cui l’ordinamento collega il consolidamento del rapporto medesimo, ovvero per essersi verificate preclusioni processuali, o decadenze e prescrizioni non direttamente investite, nei loro presupposti normativi, dalla pronuncia d’incostituzionalità (ex plurimis: Cassazione civile, Sez. I, 20 novembre 2012 n. 1320; Cassazione civile, Sez. III, 06 maggio 2010 n. 10958; Consiglio di Stato, Sez. VI, 27 luglio 2011 n. 4494). Quanto ai provvedimenti che sono stati emanati sulla base di una disposizione dichiarata costituzionalmente illegittima nel corso del giudizio d’impugnazione, gli stessi vanno conseguentemente annullati, a nulla rilevando che essi fossero legittimi alla data in cui furono adottati, e ciò in quanto, ai sensi dell’art. 1 della legge costituzionale 9 febbraio 1948 n. 1, la declaratoria di incostituzionalità è efficace rispetto a situazioni pendenti, tra le quali sono da comprendere anche quelle relative a provvedimenti, correttamente adottati sul presupposto di fonti primarie oggetto della declaratoria di incostituzionalità e che – come avviene nella fattispecie in esame – non siano divenuti inoppugnabili o rispetto ai quali non sia intervenuto un giudicato di reiezione di eventuali impugnazioni” (cfr. in termini TAR Lazio, Roma, II, 3.7.2017, n. 7588).

Per le suesposte ragioni il ricorso deve, quindi, essere accolto con conseguente annullamento del provvedimento impugnato.

La peculiarità della controversia e delle questioni giuridiche trattate giustificano – analogamente alle fattispecie similari già definite dalla Sezione – la compensazione tra le parti delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla il provvedimento impugnato.

Spese compensate”.