tar bolzano

Il Tar Bolzano ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato dal titolare di un’impresa individuale contro il Comune di Bolzano e la Provincia autonoma di Bolzano in cui si chiedeva l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del provvedimento n. 176/2018 del Comune, notificato in data 23.11.2018, avente ad oggetto “accertamento della decadenza dell’autorizzazione alla raccolta di gioco con apparecchi VLT-Videoterminali con mescita di bevande alcoliche e superalcoliche come attività accessoria, nell’esercizio “SALA DEDICATA”, con sede in Bolzano (…); nonché, quatenus opus, della presupposta comunicazione avente ad oggetto “avvio del procedimento n. 160/2018 dd. 10.09.2018 per l’accertamento della decadenza dell’autorizzazione alla raccolta di gioco con apparecchi VLT-Videoterminali con mescita di bevande alcoliche e superalcoliche come attività accessoria, nell’esercizio “SALA DEDICATA”, con sede in Bolzano (…); della deliberazione della Giunta Provinciale n. 505 del 29.05.2018, avente ad oggetto “determinazione delle strutture sanitarie e socio-assistenziali pubbliche e private operanti nell’accoglienza, assistenza e consulenza che sono ai sensi delle legge provinciali n. 13/1992 e n. 58/1988 ‘luoghi sensibili’”.

Per il Tar: “Il ricorso è infondato e va, pertanto rigettato.

Va premesso che il ricorrente, al fine di ottenere l’annullamento del provvedimento gravato, contesta, oltre all’illegittimità costituzionale dei richiamati artt. 5-bis della L.P. n. 13/1992 e 20, comma 4, della L.P. n. 10/2016, anche la legittimità della deliberazione della Giunta Provinciale n. 505 del 29.5.2018, che avrebbe allargato ulteriormente il novero dei cd. “siti sensibili”, con speculare riduzione delle aree del territorio disponibili alla collocazione di una sala giochi.

Il provvedimento in questione, infatti, evidenzia la contrarietà a legge della sala dedicata per violazione del limite distanziale di 300 m.

4.1. Con il primo motivo di impugnazione il ricorrente afferma l’illegittimità derivata dei provvedimenti impugnati per incostituzionalità dell’art. 5-bis della L.P. n. 13/1992 nonché della norma transitoria di cui all’art. 20, comma 4, della L.P. n. 10/2016, in riferimento agli artt. 3 e 42 della Costituzione.

4.1.1. In particolare il ricorrente afferma che la novella del 2016 avrebbe notevolmente esteso le zone “proibite” al gioco legale. Ciò avrebbe prodotto di fatto un effetto espulsivo dell’attività d’impresa, di per sé lecita, dall’intero territorio del Comune di Bolzano, nel senso che l’ampiezza del raggio di interdizione e del catalogo dei luoghi ritenuti sensibili avrebbe reso praticamente impossibile installare sale da gioco nel territorio del Comune di Bolzano (con l’effetto cd. della ‘pantera’).

Un tale effetto espulsivo si porrebbe, però, in insanabile contrasto con il riconoscimento della libertà dell’iniziativa economica privata di cui all’articolo 41 della Costituzione.

Sempre secondo quanto afferma il ricorrente ogni limitazione a detta libertà dell’iniziativa economica privata dovrebbe comunque rispettare, a norma dell’art. 3 della Costituzione, i canoni dell’adeguatezza, della proporzionalità, della necessità nonché della ragionevolezza, e non potrebbe mai spingersi al punto di azzerare la libertà stessa.

Misure che rendono praticamente impossibile l’esercizio di un’attività di per sé lecita, dovrebbero ritenersi sproporzionate e non ragionevoli e andrebbero lette come un indice indefettibile che il legislatore non ha provveduto alla necessaria comparazione degli interessi coinvolti e soprattutto all’altrettanto necessaria verifica in ordine all’adeguatezza e soprattutto alla necessità delle misure stesse.

Inoltre il ricorrente sostiene che l’emarginazione del gioco lecito in poche aree (ove ancora esistenti sul territorio del Comune di Bolzano) potrebbe anche avere come conseguenza una sorta di ghettizzazione dell’attività stessa, aumentando in tal modo le patologie ludiche anziché proteggere i soggetti deboli. Sempre secondo il ricorrente sarebbe molto probabile, infatti, che soggetti vulnerabili si sentano molto più liberi di dedicarsi al gioco in luoghi isolati, senza controllo sociale e/o familiare.

In tal senso il sistema delineato dal legislatore provinciale, sempre secondo il ricorrente, sarebbe anche inadeguato rispetto all’obiettivo prefissato, che potrebbe – verosimilmente – essere raggiunto in modo molto più ragionevole intervenendo sull’orario di apertura degli esercizi pubblici o escludendo l’accessibilità a particolare categorie di utenti (per esempio anagrafiche).

Concludendo il ricorrente lamenta l’incostituzionalità dell’art. 5-bis, L.P. n. 13/1992, ed in particolare del comma 1-bis, nonché del correlato art. 20, comma 4, L.P. n. 10/2016, per violazione degli articoli 41 e 3 della Costituzione e chiede quindi la rimessione degli atti del presente giudizio alla Corte Costituzionale al fine del vaglio di costituzionalità della normativa provinciale, sostenendo che dall’eventuale dichiarazione di incostituzionalità degli articoli enucleati deriverebbe l’illegittimità sia della deliberazione della Giunta Provinciale n. 505/2018 che del provvedimento comunale di declaratoria di decadenza dell’autorizzazione alla raccolta di gioco con apparecchi VLT-Videoterminali con mescita di bevande alcoliche e superalcoliche come attività accessoria, nell’esercizio “SALA DEDICATA”, con sede in Bolzano (…).

Il motivo non ha pregio, posto che l’eccezione di incostituzionalità è manifestamente infondata.

4.1.2. Va premesso che la costituzionalità delle disposizioni di legge in materia (escluse le norme introdotte con la L.P. n. 10/2016), in passato, sono già state più volte oggetto di esame sia da parte della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato che anche di questo Tribunale. Per completezza si richiamano, pertanto, espressamente i relativi precedenti i quali hanno dichiarato la manifesta infondatezza delle eccezioni di incostituzionalità degli artt. 11 della L.P. n. 58/1988 e dell’art. 5-bis della L.P. n. 13/1992.

La Corte Costituzionale, con riferimento all’art. 11, comma 1 bis, della L.P. n. 58/1988, introdotto dall’art. 2, comma 2, della L.P. 22.11.2012, n. 13, ha accertato con la nota sentenza n. 300/2011 che le misure volte alla prevenzione ed al contrasto di forme di dipendenza dal gioco d’azzardo lecito (c.d. ludopatia o GAP – gioco d’azzardo patologico) consistenti nell’imposizione di una distanza minima di 300 m delle sale giochi e scommesse dai luoghi c.d. “sensibili”, vale a dire nei quali si presume la presenza di soggetti appartenenti alle categorie più vulnerabili o comunque in condizioni contingenti di difese ridotte rispetto alla tentazione del gioco d’azzardo ed all’illusione di poter conseguire attraverso di esso facili guadagni, rientrino principalmente nella materia della tutela della salute, escludendo la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera h), della Costituzione, ossia della potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordine pubblico e sicurezza.

In particolare la Corte Costituzionale precisa nella citata sentenza che:

– tali disposizioni “sono dichiaratamente finalizzate a tutelare soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, o per la giovane età o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio assistenziale, e a prevenire forme di gioco cosiddetto compulsivo, nonché ad evitare effetti pregiudizievoli per il contesto urbano, la viabilità e la quiete pubblica”, mentre la materia ordine pubblico e sicurezza, secondo la consolidata giurisprudenza della stessa Corte, “attiene alla ‘prevenzione dei reati ed al mantenimento dell’ordine pubblico’, inteso questo quale ‘complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge la civile convivenza nella comunità nazionale’”;

– che “la semplice circostanza che la disciplina normativa attenga a un bene giuridico fondamentale non vale, dunque, di per sé, a escludere la potestà legislativa regionale o provinciale, radicando quella statale”;

– che si debba quindi concludere nel senso della legittimità delle suddette disposizioni provinciali, in quanto “hanno riguardo a situazioni che non necessariamente implicano un concreto pericolo di commissione di fatti penalmente illeciti o di turbativa dell’ordine pubblico, inteso nei termini dianzi evidenziati, preoccupandosi, piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, nonché dell’impatto sul territorio dell’afflusso a detti giochi degli utenti” e che “non incidono direttamente sulla individuazione ed installazione dei giochi leciti, ma su fattori (quali la prossimità a determinati luoghi e la pubblicità) che potrebbero, da un canto, indurre al gioco un pubblico costituito da soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi e, quindi, maggiormente esposti alla capacità suggestiva dell’illusione di conseguire, tramite il gioco, vincite e facili guadagni; dall’altro, influire sulla viabilità e sull’inquinamento acustico delle aree interessate”.

In sostanza la Corte Costituzionale ha ritenuto che le disposizioni de quibus non rientrino nella competenza esclusiva dello Stato in materia di misure di prevenzione dei reati e mantenimento dell’ordine pubblico (art. 117, secondo comma, lett. h), lasciando intendere che esse rientrino nella materia sociale della tutela dei minori e in quella della tutela del territorio, materie nelle quali la Provincia autonoma di Bolzano esercita potestà legislativa esclusiva (cfr. art. 8, risp. numeri 25 e 5 dello Statuto di autonomia). Ciò evidentemente a prescindere dalla collocazione delle disposizioni stesse nella legge provinciale sugli esercizi pubblici.

Con la sentenza n. 323/2013 questo Tribunale ha poi accertato che le statuizioni della Corte Costituzionale sull’introduzione del divieto di installare apparecchi da gioco lecito nel raggio di 300 metri dai c.d. luoghi sensibili, non possono che valere anche per l’art. 1, comma 1, della L.P. n. 17 del 2012 che ha disposto l’obbligo di rimuovere gli apparecchi già installati negli esercizi pubblici che si trovino nel raggio di 300 metri da detti luoghi e, di conseguenza, ha dichiarato manifestamente infondata la relativa eccezione di incostituzionalità sulla considerazione che: “È chiaro, infatti, che il fine della nuova norma è il medesimo che aveva indotto, in precedenza, lo stesso legislatore a vietare la messa a disposizione degli apparecchi da gioco in determinate parti limitate del territorio. In assenza di questo ulteriore e complementare intervento, la detta tutela non potrebbe, invero, essere pienamente realizzata”.

Anche la questione di legittimità costituzionale della normativa provinciale per asserito contrasto con gli artt. 114, 117 e 118 della Costituzione è stata dichiarata manifestamente infondata con la citata sentenza n. 323/2013 di questo Tribunale: “La Corte ha ritenuto che le disposizioni de quibus non rientrino nella competenza esclusiva dello Stato in materia di misure di prevenzione dei reati e mantenimento dell’ordine pubblico (art. 117, secondo comma, lett. h), lasciando intendere che esse rientrino nella materia sociale della tutela dei minori e in quella della tutela del territorio, materie nelle quali la Provincia autonoma di Bolzano esercita potestà legislativa esclusiva (cfr. art. 8, risp. numeri 25 e 5 dello Statuto di autonomia). Ciò evidentemente a prescindere dalla collocazione delle disposizioni stesse nella legge provinciale sugli esercizi pubblici. Peraltro, anche volendo considerare che le disposizioni provinciali in esame rientrino nelle materie nelle quali la Provincia esercita una potestà legislativa concorrente, come quella degli esercizi pubblici o quella della sanità (nella quale sono collocate le disposizioni del decreto ‘Balduzzi’), in base allo Statuto di autonomia, letto in combinato disposto con l’art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001 (c.d. clausola di adeguamento automatico, anche detta clausola di maggiore favore), la Provincia non meriterebbe censure, in quanto ha rispettato il limite ‘dei principi fondamentali’ stabiliti dalle leggi dello Stato (art. 117, terzo comma, ultimo periodo, della Costituzione). Il legislatore statale ha indicato, come si evince dalla piana lettura dell’art. 7, comma 10, del decreto ‘Balduzzi’ (sopra riportato), che la necessità di opportunamente distanziare gli esercizi dove sono installati gli apparecchi da gioco da alcuni luoghi giudicati sensibili costituisce un principio fondamentale del decreto (peraltro i luoghi c.d. sensibili non sono elencati nel decreto in forma tassativa, come lascia credere il ricorrente, ma a titolo esemplificativo; l’individuazione dei luoghi, nel dettaglio, viene infatti demandata ad un decreto ministeriale, da adottarsi previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata). In tal senso, il TRGA di Trento, nella sua sentenza n. 63 del 21 febbraio 2013, ha affermato essere ‘uno dei principi fondamentali del sopravvenuto decreto Balduzzi…l’esigenza – sia pure valutata con un diverso grado di urgenza – che tra i locali, ove sono installati gli apparecchi da gioco, e determinati luoghi di aggregazione e/o permanenza di fasce vulnerabili della popolazione debba intercorrere una distanza minima, idonea ad arginare i richiami e le suggestioni consistenti nell’illusoria possibilità di facile ed immediato arricchimento’ (nello stesso senso cfr. anche TRGA Trento 7 marzo 2013, n. 104). Quindi le norme provinciali in esame (e le deliberazioni provinciali e comunali sulla individuazione dei luoghi c.d. sensibili) hanno seguito i principi fondamentali contenuti nel decreto ‘Balduzzi’ e li hanno codificati ancora prima della loro introduzione nella legislazione statale. Peraltro, con riferimento specifico alla disposizione provinciale che dispone la rimozione degli apparecchi da gioco, quando si trovino nel raggio di 300 metri dai luoghi c.d. sensibili, rileva il Collegio che anche il decreto ‘Balduzzi’ contiene una disciplina di ‘ricollocazione’ (valevole, quindi, anche per gli esercizi già esistenti) degli apparecchi da gioco rispetto a determinati luoghi c.d. sensibili. In ogni caso, va sottolineato che le disposizioni contenute nell’art. 7, comma 10, del decreto ‘Balduzzi’, non possono comunque essere applicate direttamente nel territorio provinciale, ostandovi l’art. 2 del D. Lgs. 16 marzo 1992, n. 266 (norma di attuazione sui rapporti tra legislazione statale e provinciale). E’ quindi manifestamente infondata anche la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni provinciali di cui si tratta, sollevata dal ricorrente con riferimento agli artt. 114, 117 e 118 Cost.”.

Con riferimento a quest’ultimo aspetto relativo alla violazione delle norme del decreto Balduzzi e delle norme costituzionali che imporrebbero prima dell’esercizio della legislazione provinciale un previo coordinamento fra normativa statale, regionale e provinciale giova richiamare espressamente quanto dichiarato sul punto dal Consiglio di Stato con la decisione n. 578/2016: “14.2. Dall’art. 7, comma 10, del d.l. 158/2012, si trae il principio della legittimità di misure di pianificazione delle ubicazioni consentite alle sale giochi e scommesse basate su distanze minime da rispettare (definite dalla citata giurisprudenza ‘prevenzione logistica’ delle ludopatie), non anche quello della necessità della previa definizione di dette pianificazioni o dei relativi criteri orientativi a livello nazionale. Può convenirsi con la prevalente giurisprudenza che si è occupata della questione, nel senso che la disciplina statale e quella regionale siano reciprocamente coerenti rispetto all’obiettivo da perseguire, utilizzando strumenti analoghi con analoghe finalità di prevenzione (oltre alle sentenze succitate, cfr. anche TAR Lombardia, I, n. 1613/2015). Non appare invece condivisibile la opposta interpretazione, sulla base della quale il TAR Lecce ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7 della l.r. Puglia 43/2013 (che prevede analoga distanza minima), per contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e secondo comma, lettera h), Cost. (cfr. ord. I, n. 2959/2015). D’altra parte, la stessa disciplina statale, demandando all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, sulla base di criteri da stabilire con decreto interministeriale, la pianificazione della ‘progressiva ricollocazione’ di esercizi legittimamente insediati dopo la sua entrata in vigore, sembra presupporre anche la legittimità di pianificazioni adottate prima della sua piena attuazione. Che questo sia il significato implicito della disciplina statale lo conferma la legge delega in materia fiscale 23/2014, che comprende, all’art. 14, comma 1, la delega al ‘riordino delle disposizioni vigenti in materia di giochi pubblici, riordinando tutte le norme in vigore in un codice delle disposizioni sui giochi’, la quale, pur essendo orientata dai principi e criteri direttivi secondo i quali occorre ‘introdurre e garantire l’applicazione di regole trasparenti e uniformi nell’intero territorio nazionale in materia di titoli abilitativi all’esercizio dell’offerta di gioco, di autorizzazioni e di controlli, garantendo forme vincolanti di partecipazione dei comuni competenti per territorio al procedimento di autorizzazione e di pianificazione, che tenga conto di parametri di distanza da luoghi sensibili validi per l’intero territorio nazionale, della dislocazione locale di sale da gioco e di punti di vendita in cui si esercita come attività principale l’offerta di scommesse su eventi sportivi e non sportivi, nonché in materia di installazione degli apparecchi idonei per il gioco lecito di cui all’articolo 110, comma 6, lettere a) e b), del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni, comunque con riserva allo Stato della definizione delle regole necessarie per esigenze di ordine e sicurezza pubblica’, prevede anche espressamente che debba assicurarsi ‘la salvaguardia delle discipline regolatorie nel frattempo emanate a livello locale che risultino coerenti con i principi delle norme di attuazione della presente lettera’. 14.3. Anche la Corte Costituzionale, nel giudicare inammissibili (a causa della inadeguata valutazione della rilevanza nel giudizio a quo e di possibili soluzioni ermeneutiche alternative) le questioni di costituzionalità sollevate dal TAR Piemonte nei confronti degli artt. 42 e 50, del d.lgs. 267/2000, e dell’art. 31, comma 2, del d.l. 201/2011, convertito dalla legge 214/2011 (nella parte in cui tali disposizioni non prevedono la competenza dei Comuni ad adottare atti normativi e provvedimentali volti a limitare l’uso degli apparecchi da gioco di cui all’art. 110, comma 6, del TULPS), ha sottolineato che il giudice rimettente ‘omette di considerare che il potere di limitare la distribuzione sul territorio delle sale da gioco attraverso l’imposizione di distanze minime rispetto ai cosiddetti luoghi sensibili, potrebbe altresì essere ricondotto alla potestà degli enti locali in materia di pianificazione e governo del territorio, rispetto alla quale la Costituzione e la legge ordinaria conferiscono al Comune le relative funzioni’ (sent. n. 220/2014); richiamando, a supporto di tale tesi, l’orientamento di questo Consiglio secondo il quale l’esercizio del potere di pianificazione non può essere inteso solo come un coordinamento delle potenzialità edificatorie connesse al diritto di proprietà, ma deve essere ricostruito come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo ed armonico del medesimo, che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, sia di valori ambientali e paesaggistici, sia di esigenze di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti (cfr. Cons. Stato, IV, n. 2710/2012). 14.4. In conclusione sul punto, la circostanza che la fissazione di ‘parametri di distanza da luoghi sensibili validi per l’intero territorio nazionale’, non sia ancora avvenuta, non impedisce l’esercizio dei concorrenti poteri, rivolti alle medesime finalità, delle Regioni e degli Enti locali”.

Al riguardo si evidenzia che l’art. 1, comma 936, L. 28.12.2015 (Legge di stabilità 2016) prevedeva espressamente la fissazione dei criteri per la distribuzione e concentrazione territoriale degli esercizi pubblici destinati al gioco d’azzardo lecito in sede di Conferenza Unificata con le Regioni e le Provincie autonome (detti criteri – come si dirà in seguito – sono stati fissati nell’ambito della Conferenza Unificata Stato-Regioni del 7.9.2017). La disposizione era rivolta chiaramente al futuro, comprovando ancora una volta che tali criteri non dovevano essere fissati in forza del decreto Balduzzi.

Con la sentenza n. 108/2017 la Corte costituzionale ha anche dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 7 della legge della Regione Puglia 13 dicembre 2013, n. 43, recante “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico (GAP)”, sollevate dal TAR per la Puglia, Sezione staccata di Lecce, in riferimento all’art. 117, commi secondo, lettera h), e terzo, della Costituzione. Con tale pronuncia, la Corte ha ribadito che il legislatore regionale con la censurata disposizione persegue in via preminente finalità di carattere socio-sanitario, estranee alla materia della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza e rientranti piuttosto nella materia di legislazione concorrente “tutela della salute” (art. 117, terzo comma, Cost.), nella quale le regioni possono legiferare nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale, muovendosi la norma regionale su un piano distinto da quella del TULPS, in quanto essa non mira a contrastare i fenomeni criminosi e le turbative dell’ordine pubblico collegati al mondo del gioco e delle scommesse, ma si preoccupa, piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, segnatamente in termini di prevenzione di forme di gioco cosiddetto compulsivo. La Corte ha, in tale contesto, anche escluso il contrasto della disposizione regionale con la norma interposta di cui all’art. 7, comma 10, d.l. n. 158/2012, ricavandosi dalla citata norma statale soltanto il principio della legittimità di interventi di contrasto della ludopatia fondati sul rispetto di distanze minime dai luoghi c.d. sensibili, non anche quello della necessità della previa definizione della relativa pianificazione a livello nazionale.

Tale impostazione è, peraltro, rimasta confermata anche da successivi interventi dello stesso legislatore statale, quali l’art. 14 l. n. 23/2014, che ha conferito al Governo la delega legislativa per il riordino in un codice delle disposizioni vigenti in materia di giochi pubblici, il già citato art. 1, comma 936, L. n. 208/2015 che ha previsto che entro il 30 aprile 2016 vengano definite, in sede di Conferenza Unificata, “le caratteristiche dei punti di vendita ove si raccoglie gioco pubblico, nonché i criteri per la loro distribuzione e concentrazione territoriale, al fine di garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età”, nonché il D.L. n. 87/2018, convertito nella legge n. 96/2018, laddove è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, di giochi e scommesse con vincite di denaro e di gioco d’azzardo, in linea con la ratio legis della previsione di un distanziometro, quale quella in esame, diretta alla protezione di categorie “deboli” e alla prevenzione di possibili dipendenze patologiche da gioco.

Va aggiunto che i criteri per la distribuzione e concentrazione territoriale degli esercizi pubblici destinati al gioco d’azzardo lecito di cui al citato art. 1, comma 936, della L. n. 208/2015 sono stati fissati nell’ambito della Conferenza Unificata Stato-Regioni del 7.9.2017 che ha tenuto conto degli effetti negativi, non ulteriormente tollerabili, prodotti dalla generale liberalizzazione del gioco sul territorio nazionale, nel senso che è stato trovato un accordo che prevede la riduzione complessiva sul territorio italiano del 35% delle slot esistenti e del 50% dei punti di vendita di gioco pubblico attualmente attivi. Nell’intesa, repertorio atti n. 103/cu, del 7.9.2017 (all. 5 del Comune) si legge, infatti, tra l’altro quanto segue: “GLI OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE. L’obiettivo che lo Stato si propone, di intesa con gli Enti Locali, è regolare la distribuzione dell’offerta di gioco diffusa nel territorio, tenendo conto delle accresciute esigenze sociali. Nel passato si è accettato si diffondesse l’aumento del gioco legale, in particolare delle slot, moltiplicando l’offerta nel territorio, con l’obiettivo, di porre, giustamente argine alla diffusione incontrollata dell’offerta di gioco illegale. Tutto ciò ha però provocato una nuova emergenza sociale che ha indotto gli Enti Locali, in assenza di un quadro regolatorio nazionale aggiornato, a scelte, in generale restrittive. A fronte di questo quadro, la soluzione prospettata dal Governo e condivisa dalla Conferenza, è quella di ridurre l’offerta di gioco pubblico e, dunque, l’esposizione dello Stato, in un settore che se, da un lato, garantisce importanti entrate erariali pari a 10,5 miliardi nel 2016, di cui 5,8 miliardi dai soli apparecchi slot, dall’altro misura conseguenze sociali che non possono più essere trascurate”.

Va aggiunto che nell’ambito della suddetta Conferenza Unificata Stato-Regioni è stata inoltre riconosciuta piena validità a tutte le disposizioni normative delle Regioni e delle Province autonome già esistenti: “Le disposizioni specifiche in materia, previste in ogni Regione o Provincia autonoma, se prevedono una tutela maggiore, continueranno comunque ad esplicare la loro efficacia. Inoltre, le Regioni e le Province autonome, ai fini del contrasto delle patologie afferenti alla dipendenza da gioco d’azzardo, potranno prevedere forme maggiori di tutela della popolazione.”.

A ciò si aggiunge l’orientamento, ormai consolidato, della giurisprudenza amministrativa che, in recepimento delle pronunce della Corte costituzionale in materia, ha ripetutamente affermato la legittimità delle discipline, regionali e delle Province autonome, che pongono limiti alla collocazione nel territorio delle sale da gioco e di attrazione e delle apparecchiature per giochi leciti, dichiaratamente finalizzate a tutelare soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, o per la giovane età o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio assistenziale (ex plurimis: Cons. Stato, Sez. IV, 27 novembre 2018; Cons. Stato, Sez. V, 6 settembre 2018, n. 5237; Cons. Stato, Sez. IV, 10 luglio 2018, n. 4201).

4.1.3. Tornando al ricorso de quo ed in particolare all’eccepita violazione dell’art. 41 della Costituzione, va innanzitutto evidenziato che anche tale questione è già stata esaminata da questo Tribunale nella citata sentenza n. 323/2013 nella quale sul punto si legge quanto segue: “Osserva, anzitutto, il Collegio che sia il principio di iniziativa economica, sia il principio di tutela della concorrenza non sono assoluti. E’ noto che l’art. 41 della Costituzione, dopo aver sancito che ‘l’iniziativa economica privata è libera’, stabilisce che essa ‘non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità’. Deve pertanto ritenersi conforme all’art. 41 della Costituzione l’intervento del legislatore provinciale, il quale, allo scopo di prevenire la dipendenza da gioco delle categorie più a rischio, ha adottato misure che stabiliscono distanze minime dai luoghi c.d. sensibili. La circostanza che una determinata attività sia considerata lecita non comporta, di per sé, che essa possa essere svolta in qualsiasi luogo: limitazioni alla libera iniziativa economica sono sempre possibili, se poste a difesa di interessi di rango costituzionale; ciò è implicitamente affermato anche dal legislatore statale nel già citato decreto ‘Balduzzi’, intervenuto a tutela del diritto fondamentale individuale e l’interesse collettivo alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione. Analoghe considerazioni vanno fatte con riferimento al dedotto contrasto con il principio di libera concorrenza degli operatori economici, sancito dall’art. 117, secondo comma, lett. e), della Costituzione e dal Trattato dell’Unione europea. Osserva il Collegio che il legislatore provinciale non è intervenuto sul mercato della produzione e commercializzazione degli apparecchi di cui all’art. 110, comma 6, del TULPS, ma per tutelare interessi ben diversi, come già esposto, senza alcuna finalità ‘protezionistica’ o distorsiva delle regole di mercato. In ogni caso, il c.d. regime di liberalizzazione introdotto dal legislatore statale non è assoluto, essendo consentite limitazioni quando l’attività economica rechi ‘danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e contrasto con l’utilità sociale’ (cfr. art. 3, comma 1, lett. c, del D.L. 13 agosto 2011, n. 138, convertito nella legge 14 settembre 2011, n. 148 e art. 1, comma 2, del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito nella legge 24 marzo 2012, n. 27). Sulle quattro doglianze elencate dal ricorrente in modo specifico, il Collegio osserva che il legislatore provinciale, all’art. 11, comma 1ter, della legge provinciale n. 58 del 1988, dispone la rimozione degli apparecchi da gioco di cui all’art. 110, comma 6, del TULPS, che siano ‘già installati negli esercizi pubblici…’. Ebbene, nella recente sentenza della Sez. VI, 11 settembre 2013, n. 4498, il Consiglio di Stato, chiamato a pronunciarsi sulla natura di esercizio pubblico delle ‘sale dedicate’, ha affermato che ‘deve qualificarsi pubblico esercizio, ai sensi del T.U.L.P.S. e della disciplina provinciale dettata in materia, ogni luogo di esercizio di un’attività d’impresa, avente ad oggetto una prestazione d’opera o di servizio rivolta al pubblico, il quale vi possa accedere liberamente (mentre irrilevante è il divieto di accesso a determinate categorie di persone, quali i minori d’età, trattandosi di limitazione inerente alle modalità di esercizio dell’attività, non incidente sulla sua natura)’ e ha concluso che ‘quali esercizi pubblici, le ‘sale dedicate’ erano dunque assoggettate ai divieti di localizzazione posti dall’art. 11, comma 1bis della legge provinciale 14 dicembre 1988, n. 58…’. Alla luce della sopra citata definizione e dell’art. 86, quarto comma, del TULPS, sia gli esercizi commerciali abilitati all’installazione dei suddetti apparecchi da gioco, sia le c.d. ‘sale dedicate’ o ‘sale VLT’ vanno considerati a tutti gli effetti quali ‘esercizi pubblici’ e, quindi, ricadono nella previsione di cui all’art. 11, comma 1ter della legge provinciale n. 58 del 1988. Il preteso sviamento di clientela verso siti limitrofi non è sorretto da alcuna prova (peraltro, va rilevato che anche il legislatore provinciale di Trento ha adottato misure che limitano l’installazione degli apparecchi da gioco lecito nei luoghi c.d. sensibili – cfr. art. 13bis della legge provinciale di Trento 14 luglio 2000, n. 9, introdotto dall’art. 47 della legge provinciale di Trento 27 dicembre 2011, n. 18). In ogni caso, per i motivi già esposti, si palesa legittima e del tutto giustificata una limitazione territoriale degli apparecchi da gioco, al fine di tutelare le categorie più sensibili della popolazione dal pericolo della dipendenza da gioco. Infine, appare irrilevante, ai fini del presente giudizio, la circostanza che gli operatori di gioco siano già abilitati allo svolgimento dell’attività da parte dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato, ben potendo i titolari delle abilitazioni svolgere la loro attività nelle parti del territorio comunale distanti dai luoghi c.d. sensibili. Quanto al contratto per il servizio di connessione degli apparecchi da gioco tuttora in essere, osserva il Collegio che esso, di fronte al sopravvenire di una norma imperativa, non può che risolversi di diritto, perdendo la sua efficacia.”

Va aggiunto che la stessa Corte Costituzionale, investita della verifica di legittimità in ordine alla disposizione di cui al sopra citato art. 3, comma 1, D.L. n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011 (“Abrogazione delle indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle professioni e delle attività economiche”), nella sentenza n. 200 del 20.7.2012 ha statuito quanto segue: “La disposizione impugnata afferma il principio generale della liberalizzazione delle attività economiche, richiedendo che eventuali restrizioni e limitazioni alla libera iniziativa economica debbano trovare puntuale giustificazione in interessi di rango costituzionale o negli ulteriori interessi che il legislatore statale ha elencato all’art. 3, comma 1. Complessivamente considerata, essa non rivela elementi di incoerenza con il quadro costituzionale, in quanto il principio della liberalizzazione prelude a una razionalizzazione della regolazione, che elimini, da un lato, gli ostacoli al libero esercizio dell’attività economica che si rivelino inutili o sproporzionati e, dall’altro, mantenga le normative necessarie a garantire che le dinamiche economiche non si svolgano in contrasto con l’utilità sociale”.

Il Consiglio di Stato, con le ordinanze collegiali n. 3214/2017 e n. 3309/2017, ai fini del vaglio di costituzionalità dell’art. 5-bis, comma 1, della L.P. n. 13/1992 sotto il profilo dell’art. 41 della Costituzione, e cioè al fine di verificare se dalla normativa provinciale (n.d.r. della norma previgente alla novella del 2016) possa derivare effettivamente un effetto espulsivo delle attività di gioco con apparecchi VLT-Videoterminali, di per sé lecite, ha però ritenuto necessario disporre nei procedimenti d’appello avverso le citate sentenze nn. 341/2016, 10/2017, 14/2017, 15/2017, 16/2017, 17/2017, 18/2017, 24/2017 e 31/2017 di questo Tribunale (esclusa la sentenza n. 25/2017 impugnata successivamente) una consulenza tecnica d’ufficio. Nella sentenza n. 1618 del 11.3.2019 del Consiglio di Stato al riguardo si osserva quanto segue: “10.1.2. Scendendo all’esame delle questioni di legittimità costituzionale della disposizione provinciale per contrasto con l’art. 41 Cost., occorre precisare che le sopra citate pronunce della Corte costituzionale non hanno riguardato direttamente tale parametro costituzionale. Infatti, i passaggi motivazionali contenuti nelle menzionate sentenze, laddove si afferma che «le norme impugnate, le quali dettano limiti alla collocazione nel territorio delle sale da gioco e di attrazione e delle apparecchiature per giochi leciti, sono dichiaratamente finalizzate a tutelare soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, o per la giovane età o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio assistenziale», rispettivamente che la disciplina regionale è finalizzata «ad evitare la prossimità delle sale e degli apparecchi da gioco a determinati luoghi, ove si radunano soggetti ritenuti psicologicamente più esposti all’illusione di conseguire vincite e facili guadagni e, quindi, al rischio di cadere vittime della dipendenza da gioco d’azzardo», sono diretti a individuare le materie oggetto di disciplina ai fini del vaglio della legittimità costituzionale sotto il profilo del riparto delle competenze tra Stato e Regioni, non già a vagliarne la ragionevolezza e proporzionalità in funzione della giustificazione di limitazioni poste all’iniziativa economica privata onde escluderne il contrasto con l’utilità sociale o lo svolgimento a danno della sicurezza, della libertà e della dignità umana, ai sensi dell’art. 41 della Costituzione. Infatti, la Corte costituzionale, nella sentenza n. 108/2017 – in risposta al rilievo delle parti private svolte in quel giudizio, per cui la norma regionale censurata, per come era congegnato, avrebbe, di fatto, reso praticamente impossibile installare sale da gioco nella quasi totalità dei comuni della Puglia, compreso il suo capoluogo – ha espressamente precisato che le censure di illegittimità costituzionale, articolate sotto tali profili, erano inconferenti rispetto alla censura sottoposta all’esame della Corte, non incidendo gli stessi sul versante della competenza ad adottare la norma impugnata, ma su quello del contenuto della regolamentazione concretamente adottata ed esulando gli stessi pertanto dal thema decidendum, in quanto, in quel giudizio, la Corte non era stata chiamata a verificare la conformità della norma impugnata a parametri diversi da quelli attinenti a profili di competenza. Ebbene, preso atto che con le qui appellate sentenze è stato, tra l’altro, respinto il motivo incentrato sulla questione di legittimità costituzionale dell’art. 5-bis l. prov. n. 13/1992 per contrasto con l’art. 41 Cost. – dedotto sotto il profilo che il citato articolo di legge, laddove individua una serie di siti c.d. sensibili in un raggio di 300 m dalle sale giochi, di fatto produrrebbe un effetto espulsivo dell’attività d’impresa, di per sé lecita, dall’intero territorio dei comuni in cui si trovano le sale da gioco gestite dalle imprese medesime, se non dall’intero territorio provinciale, nel senso che la distanza minima prevista e l’ampiezza del catalogo dei luoghi ritenuti sensibili renderebbe praticamente impossibile installare sale da gioco nella quasi totalità dei comuni del territorio provinciale di Bolzano, come emergerebbe dalle relazioni peritali prodotte in giudizio –, e che i relativi profili di censura sono stati devoluti in appello, accompagnati dalla richiesta istruttoria di disporre consulenza tecnica d’ufficio, nonché tenuto conto che la Corte costituzionale non si è pronunciata ex professo sulla questione del contrasto con l’art. 41 Cost., la Sezione ha ritenuto che l’esame della questione non potesse che passare attraverso una verifica del concreto atteggiarsi del quadro fattuale connotante il segmento di mercato delle sale da gioco di cui all’art. 5-bis l. prov. n. 13/1992, inciso dalla disposizione legislativa in esame. Ciò, al fine di vagliare, se la censurata disposizione legislativa costituisca l’anello ‘giusto’ (nel senso di ragionevole, congruo, adatto) di collegamento tra potere legislativo e assetto del settore di mercato inciso dalla disciplina normativa. Infatti, il parametro di legittimità costituzionale dell’art. 41 Cost. e dell’ivi contenuta clausola di utilità sociale deve essere rapportato al principio di ragionevolezza ex art. 3, comma 2, Cost., la cui valutazione deve svolgersi attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi prescelti dal legislatore, nella sua insindacabile discrezionalità, rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità perseguite, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti (sul principio di ragionevolezza riconducibile all’art. 3, secondo comma, Cost., v. Corte cost. n. 1130/1988). Sotto l’aspetto metodologico, occorre precisare che il sommario e preventivo giudizio sulla non manifesta infondatezza della questione di costituzionalità insorta nel processo si risolve nella necessità di accertare, in linea di mera delibazione, se sussista un dubbio sulla legittimità costituzionale della disposizione legislativa censurata. A tal fine, è irrilevante che le valutazioni da compiere in via delibativa richiedano un procedimento ermeneutico anche non agevole, né breve: come appunto, nel caso di specie, in cui s’impone una ricognizione degli effetti scaturenti dalla disposizione di legge sospetta di incostituzionalità sul settore di mercato da essa inciso. Con riferimento alle fattispecie concrete dedotte in giudizio, è da escludere che la questione possa essere risolta facendo ricorso a topoi argomentativi basati sull’id quod plerumque accidit, su asserite ‘massime di comune esperienza’ o sul ‘notorio’, rischiando siffatta impostazione metodologica di risolversi in una motivazione meramente apparente, in quanto autopoietica, apodittica e tautologica” (all. 5 della Provincia).

Al consulente tecnico d’ufficio Prof. Cesare Pozzi, docente di Economia dell’impresa, della concorrenza e dei mercati globali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, sono stati posti i seguenti quesiti: “Esaminati gli atti di causa e compiuto ogni accertamento ritenuto utile ai fini della valutazione peritale, dica il consulente tecnico d’ufficio, in base allo stato delle conoscenze scientifiche disponibili nei settori disciplinari che qui vengono in rilievo ed alla luce della letteratura scientifica in materia:

(i) se – previa analisi della struttura della domanda e dell’offerta nel segmento del mercato delle sale da gioco, quali quelle gestite dalle odierne appellanti, nonché tenuto conto della disciplina urbanistica vigente nei Comuni di ubicazione degli esercizi di cui è causa e nei Comuni limitrofi (sempre in ambito provinciale) sul cui territorio l’attività potrebbe eventualmente essere delocalizzata – sia attendibile ritenere che l’applicazione del criterio della distanza dai siti c.d. sensibili individuati nell’art. 5-bis, commi 1 e 1-bis, l. prov. n. 13/1992, sia idonea a determinare una contrazione del segmento di mercato de quo, e se, in particolare (come assunto dagli odierni appellanti), sia attendibile ritenere che vi possa derivare una privazione dell’intero segmento di mercato in ambito provinciale;

(ii) se sia attendibile ritenere che l’eventuale marginalizzazione topografica delle sale da gioca in cinture extraurbane possa incidere, in senso positivo o negativo (in termini di affluenza), sul comportamento dei consumatori giocatori (tenuto conto del comportamento del consumatore medio) e, correlativamente, sull’attività d’impresa, tenuto conto dell’assetto territoriale provinciale e dei comuni di ubicazione degli esercizi gestiti dagli odierni appellanti;

(iii) quali possano essere gli effetti di potenziale variazione della domanda, cioè le dinamiche di variazione del numero degli utenti-consumatori disposti, nelle nuove condizioni comparate con quelle precedenti, ad accedere ai servizi offerti dalle odierne parti appellanti alle nuove condizioni imposte dalla censurata disciplina provinciale”.

Orbene, la consulenza tecnica d’ufficio dd. 21.7.2018 del Prof. Cesare Pozzi (all. 11 del Comune) conferma espressamente l’inesistenza dell’effetto espulsivo lamentato e quindi la costituzionalità, sotto questo profilo, della disciplina provinciale. Si ritiene opportuno, ai fini della decisione del presente ricorso, riportare i punti salienti evidenziati dal Consiglio di Stato nella citata sentenza n. 1618/2019 con riguardo alla c.t.u. Prof. Pozzi, tenuto conto che nella elaborazione della consulenza tecnica d’ufficio sono stati considerati anche i “siti sensibili” determinati ai sensi del comma 1-bis dell’art. 5-bis della L.P. n. 13/1992 e quindi i “siti sensibili” di cui alla novella del 2016.

Nella citata sentenza n. 1618/2019 si legge quanto segue: “10.1.4. Ebbene, alla luce delle risultanze delle due relazioni del consulente tecnico d’ufficio – redatte a conclusione delle operazioni peritali nel rispetto delle garanzie del contraddittorio e involgenti la necessità di una ricognizione dei vari territori comunali di ubicazione delle sale giochi delle parti ricorrenti – deve essere escluso che si sia verificato l’effetto espulsivo lamentato dalle parti ricorrenti.

Il consulente tecnico d’ufficio è, al riguardo, pervenuto alle conclusioni di seguito esposte, pienamente condivise da questo Collegio, in quanto sorrette da ampi e complessi accertamenti istruttori compiuti in applicazione di una corretta impostazione metodologica, non infirmata in modo decisivo dalle osservazioni dei consulenti di parte, da ritenersi superate dalle puntuali e analitiche repliche sviluppate dal c.t.u. (e prodotte in appendice alle due relazioni peritali), pure integralmente fatte proprie dal Collegio.

10.1.4.1. In primo luogo è emerso che, sotto un profilo geografico-territoriale-urbanistico, l’applicazione del criterio della distanza dai siti c.d. sensibili individuati nell’art. 5-bis, commi 1 e 1-bis, l. prov. n. 13/1992 non determina in nessuno dei comuni presi in considerazione nei due elaborati peritali una privazione dell’intero segmento di mercato (quanto al comune di Ortisei, neppure nell’ipotesi in cui la Sportclinic, ubicata nel raggio di 300 m dalla sala giochi ‘Bar 181’, venga ricompresa nel novero dei siti sensibili), in quanto l’applicazione del criterio distanziale non comporta un’interdizione/espulsione assoluta degli esercizi gestiti dalle imprese ricorrenti né dal territorio dei singoli comuni interessati dai vari ricorsi (compresi i territori dei comuni limitrofi) né, tanto meno, dall’intero territorio provinciale.

Infatti, le simulazioni e i rilevamenti effettuati dal consulente tecnico d’ufficio hanno evidenziato la persistente sussistenza di uno spazio utile residuo nell’ambito dei singoli terrori comunali, bensì tendenzialmente ristretto, ma pur sempre idoneo e sufficiente per l’organizzazione economica delle attività delle sale giochi gestite dalle imprese odierne appellanti [v. la tabella 2.7. riportata nelle due relazioni peritali, con l’evidenziazione dell’estensione delle aree potenzialmente disponibili che consente la (ri)collocazione, in ognuno dei territori comunali in questione, oggetto dei due gruppi di ricorsi, di esercizi dedicati al gioco].

10.1.4.2. In secondo luogo, il consulente tecnico d’ufficio – sviluppando ex novo un modello di stima della domanda potenziale, in relazione all’ubicazione delle sale gioco sul territorio, che consente di comprendere l’influenza del posizionamento delle sale sulla raccolta effettivamente realizzata e di valutare l’impatto che le nuove diverse condizioni di localizzazione, stabilite dalla normativa provinciale, produrrebbero sull’attività d’impresa dei ricorrenti a parità di ogni altra condizione –, è pervenuto alla conclusione (in risposta al secondo quesito sottopostogli) che l’attuale configurazione dell’offerta provinciale mostra come le sale gioco abbiano operato nel corso degli anni passati in modo da rendere la localizzazione un parametro strategicamente non rilevante per la propria raccolta di gioco. In altri termini, la raccolta di gioco complessivamente realizzata dalle sale gioco in un orizzonte temporale sufficientemente ampio (2011-2017) risulta essere indipendente dalla loro distribuzione sul territorio, e i differenti risultati in termini di raccolta di gioco per apparecchio da intrattenimento delle singole sale sembrano determinati da fattori diversi, probabilmente riconducibili alla tipologia e alla varietà di servizi offerti in grado di attirare in misura maggiore o minore le differenti tipologie di consumatori.

In particolare, da un raffronto tra i dati di raccolta nella media annuale relativi al periodo 2011-2017 e la raccolta di gioco stimata in esito alla ricollocazione degli esercizi (v. le tabelle dalla 3.13. alla 3.19. delle due relazioni peritali), emerge che la distanza degli esercizi dal baricentro dei vari comuni non costituisce un fattore incidente sulla capacità complessiva di raccolta degli esercizi medesimi.

Tali conclusioni, in linea con il comportamento che può essere attribuito a operatori economici razionali, sono state confermate dall’applicazione del modello definito dal consulente tecnico d’ufficio ad hoc per il caso di specie, che si basa sulle caratteristiche dei consumatori/giocatori desunte dallo studio indipendente più completo e attendibile ora a disposizione in Italia effettuato dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ifc-CNR), sulla distribuzione della popolazione nei territori in questione e sulla posizione delle sale da gioco.

Sul lato della domanda, il consulente tecnico d’ufficio ha preso le mosse dalle varie classificazioni delle tipologie di consumatori/giocatori:

– secondo un primo approccio metodologico, i consumatori/giocatori sono classificabili nelle categorie: i) del giocatore sociale (social gambler), per il quale il gioco d’azzardo ha una motivazione prevalente di socializzazione o di intrattenimento da cui deriva una frequenza di gioco occasionale e una spesa complessiva contenuta; ii) del giocatore problematico, che si caratterizza per una maggiore frequenza nel consumo oltre che per un aumento del tempo e della spesa dedicata alle attività di gioco e, per tali ragioni, risulta esposto allo sviluppo di una dipendenza patologica; iii) del giocatore patologico (pathological gambler), il quale presenta una dipendenza patologica e che mostra una frequenza di gioco quotidiana o intensiva associata all’impossibilità di resistere al desiderio di giocare (cosiddetto craving) e all’insorgenza di problemi di astinenza;

– seguendo un altro approccio metodologico – riconducibile all’applicazione di uno dei numerosi strumenti diagnostici e di valutazione dei disturbi associati al gioco d’azzardo – i giocatori sono classificabili secondo quattro distinti profili di problematicità connessi al comportamento di gioco di azzardo, precisamente i giocatori esposti i) a nessun rischio (no risk gambler, o giocatore sociale), ii) a basso rischio (low-risk gambling), iii) a rischio moderato (moderate-risk gambling) e iv) a rischio severo (severe problem gambling).

Ebbene, collegando la struttura dell’offerta alla struttura della domanda, il consulente tecnico d’ufficio, in applicazione del modello sviluppato, poggia la conclusione della sostanziale indifferenza, in termini di entità della raccolta e dei ricavi, della ricollocazione delle sale gioco di ciascun ricorrente nelle aree disponibili in conseguenza del criterio distanziale previsto dalla normativa provinciale, sui rilievi che, per un verso, la spesa complessiva destinata ai diversi prodotti di gioco è molto più elevata nel caso di giocatori problematici e patologici (v. tabella 3.11.), i quali, al contempo, sono molto più propensi allo spostamento verso i nuovi siti (v. tabella 3.10.), e che, per altro verso, la specializzazione dell’offerta sulle categorie dei giocatori ad elevato rischio è più redditizia per le imprese offerenti.

10.1.4.3. Alla luce delle sopra riportate risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, deve escludersi che la censurata disciplina provinciale determini un’espulsione delle imprese ricorrenti dal settore di mercato in questione, né sotto il profilo dell’interdizione assoluta dai singoli territori comunali (compresi quelli limitrofi) e/o dall’intero territorio provinciale, né sotto il profilo dell’abbattimento delle raccolte e dei ricavi. …… Deve, conclusivamente, escludersi che la censurata disciplina legislativa determini un’interdizione assoluta del diritto all’esercizio dell’attività economica del gioco lecito in ambito comunale e/o provinciale e una soppressione di tale settore di mercato, con sequela di manifesta infondatezza, sotto tale profilo, della questione di legittimità costituzionale per violazione della libertà di iniziativa economica sancita dall’art. 41, primo comma, della Costituzione.”.

Quanto al censura dell’asserita inadeguatezza della disciplina legislativa provinciale in questione rispetto alle finalità perseguite – volte, oltre a preservare il contesto urbano dai danni alla viabilità e alla quiete pubblica, a tutelare determinate categorie di persone (giovani o soggetti in particolari condizioni sociali e psichiche) e di prevenire il gioco d’azzardo patologico, ovvero la dipendenza dal gioco – il Consiglio di Stato nella citata sentenza n. 1618/2019 ha statuito che, “nella specie, le scelte del legislatore rientrino ampiamente nei limiti della discrezionalità riservata all’attività legislativa, nella specie esercitata correttamente, attesa l’indubbia ragionevolezza della disciplina censurata, realizzando la stessa in modo plausibile il bilanciamento dei valori costituzionali in gioco tramite l’introduzione di criteri distanziali di localizzazione, idonei ad arginare in via preventiva le esternalità negative dell’attività d’impresa del gioco lecito sulla salute pubblica, con ciò concretizzando, nel settore di riferimento, la clausola del mancato contrasto con l’utilità sociale di cui all’art. 41, secondo comma, Cost. (nella quale rientrano anche le esigenze di tutela della sanità e della salute pubblica), e superando con ciò la norma limitativa dell’attività d’impresa il vaglio positivo di ragionevolezza, nel rispetto di tale principio generale enucleabile dall’art. 3 della Costituzione. Infatti, premesso che deve ritersi assodato che lo spostamento delle sale gioco in aree periferiche e la minore capillarità nella distribuzione delle stesse comportino una riduzione significativa del gioco negli apparecchi da intrattenimento in prevalenza nell’ambito della categoria dei giocatori consumatori occasionali/sociali, si osserva che, sebbene secondo le valutazioni del c.t.u. tale categoria di giocatori sia caratterizzata da un profilo di rischio assente o basso rispetto alla possibilità di sviluppare comportamenti patologici di gioco, l’introduzione del distanziometro, sotto il profilo della tutela della salute, ben può essere ritenuto un intervento idoneo ed efficace per prevenire forme di ludopatia, nella misura in cui il gioco occasionale sia interpretato come lo stadio iniziale di un processo che, ancorché in termini probabilistici, porti linearmente allo sviluppo di una dipendenza. Siffatta interpretazione, ancorché controversa nella letteratura del settore, si muove pur sempre entro i limiti dell’attendibilità tecnico-scientifica – infatti il c.t.u., nelle relazioni peritali, dà atto che «le tre categorie di consumatori descritte [ossia, quelle del giocatore sociale, del giocatore problematico e del giocatore patologico; n.d.e.] sono spesso implicitamente o esplicitamente collocate in un continuum che va dai giocatori sociali a quelli patologici e dunque interpretate da alcuni studiosi come differenti stadi di un’evoluzione in senso patologico del comportamento di gioco che, purtuttavia, va considerata come sequenza di fasi di un processo lineare solo per alcuni soggetti», citando correlativa letteratura –, sicché alla disciplina dei criteri distanziali dai siti sensibili può essere attribuita, in modo non implausibile, un’efficacia preventiva nella lotta a fenomeni di ludopatia. Occorre, sul punto, precisare che la discrezionalità del legislatore non va confusa con la discrezionalità (amministrativa e/o tecnica) dell’amministrazione pubblica, nel senso che la prima costituisce l’esplicazione delle scelte politiche degli organi investiti del potere legislativo e trova i suoi limiti nelle sole norme sovraordinate di rango costituzionale (ed, eventualmente, nel diritto eurounitario), talché la stessa, una volta rispettati tali limiti (compresi i principi di ragionevolezza e di razionalità intrinseca), non appare ulteriormente sindacabile (in sede di giudizio di costituzionalità). Ulteriori elementi utili a suffragio dell’efficacia del distanziometro possono trarsi dalla tabella 3.1. delle relazioni peritali, da cui emerge che la percentuale di giocatori con profili di rischio moderato e severo, nell’arco temporale 2007-2017, cresce nella fascia di età dai 15 ai 34 anni, raggiungendo nel 2017-2018 il 9,9% del totale dei giocatori, rispetto al 5,4% del 2007-2008. Ne deriva l’indubbia congruità/adeguatezza dell’individuazione di siti sensibili frequentati da appartenenti alla fascia della popolazione giovanile.

Né le considerazioni innanzi svolte possono ritenersi infirmate dalle osservazioni del c.t.u. per cui la contrazione dei segmenti di domanda da servire porterebbe inevitabilmente gli operatori degli esercizi dedicati a concentrare le proprie strategie commerciali verso i giocatori non occasionali, disposti a spostarsi per soddisfare il proprio bisogno di giocare, talché, nel breve termine, la raccolta di gioco relativa ai giocatori patologici o problematici, ovvero relativa a coloro che si caratterizzano per profilo di rischio moderato e/o severo, non dovrebbe subire per il complesso delle sale ubicate nel territorio provinciale variazioni significative, poiché tali consumatori, per i meccanismi sottesi alle dipendenze, sarebbero disposti a spostarsi anche di molto al fine di soddisfare il bisogno di gioco, con il conseguente rischio di una concentrazione delle strategie degli operatori verso i giocatori problematici con la finalità di attirarne un maggior numero all’interno delle sale e con la possibilità che una parte più o meno ampia di questi possa aggravare il proprio comportamento di gioco nella direzione dello sviluppo di una reale dipendenza patologica. Trattasi, invero, di effetti negativi nel breve periodo, da affrontare in un momento successivo con interventi adeguati incentrati sulle categorie dei giocatori problematici, mentre nella presente sede appare dirimente la non implausibile efficacia preventiva sulle categorie dei giocatori sociali/occasionali e delle fasce giovanili, onde impedirne un’evoluzione in senso patologico nel comportamento di gioco.

Ne deriva l’indubbia congruità/adeguatezza della disciplina legislativa provinciale in questione rispetto alle finalità perseguite e la mancata violazione dell’art. 41 Cost. e del principio di ragionevolezza, con conseguente insussistenza dei presupposti per la rimessione alla Corte costituzionale”.

Dalle considerazioni svolte nella sentenza n. 1618/2019 del Consiglio di Stato, che il Collegio condivide pienamente, risulta con chiarezza l’infondatezza del primo motivo di impugnazione.

4.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta l’illegittimità del provvedimento di declaratoria della decadenza e di rigetto, derivata dall’illegittimità della deliberazione della Giunta Provinciale n. 505 del 29 maggio 2018 per violazione dell’art. 97 Cost., violazione ovvero falsa applicazione dell’art.1, L. n. 241 del 7 agosto 1990 e dell’art. 1, L.P. n. 17 del 22 ottobre 1993, per eccesso di potere per difetto d’istruttoria e di motivazione, per travisamento e sviamento di potere, irragionevolezza, incongruità e mancanza di proporzionalità.

4.2.1. In particolare il ricorrente afferma che la Giunta Provinciale, con la deliberazione n. 505/2018, non avrebbe recepito il dettato della norma primaria, ma avrebbe, invece, ampliato ulteriormente i “siti sensibili” ivi previsti. Ciò avrebbe comportato di fatto il divieto assoluto del gioco legale sull’intero o quasi intero territorio del Comune di Bolzano.

Inoltre il ricorrente eccepisce il difetto di attribuzioni (competenza legislativa e, quindi, amministrativa) della Provincia autonoma di Bolzano, sostenendo che la stessa con riferimento all’ambito applicativo dell’art. 5-bis della L.P. n. 13/1992 non avrebbe avuto la competenza per l’emanazione dell’impugnata deliberazione n. 505/2018 attinente alla materia di ordine pubblico e sicurezza.

Pure questo motivo non ha pregio.

4.2.2. Va premesso che la dizione di cui all’art. 5-bis, comma 1-bis, della L.P. n. 13/1992 “strutture sanitarie e socio-assistenziali pubbliche e private che svolgono attività di accoglienza, assistenza e consulenza”, secondo quanto dichiarato dalla difesa provinciale, è sempre stata interpretata dalla Provincia autonoma di Bolzano, anche anteriormente alla citata deliberazione n. 505/2018, in modo restrittivo con riferimento a “strutture volte al recupero socioassistenziale”, quali i distretti socio-sanitari, i consultori, e in generale le istituzioni pubbliche e private che assistono/trattano persone affette da patologie psichiatriche o da dipendenza.

Detta interpretazione “restrittiva” del comma 1-bis dell’art. 5-bis della L.P. n. 13/1992, come adottata dalla Provincia autonoma di Bolzano, limitata alle strutture pubbliche e private con funzione specifica di recupero socio-assistenziale, risulta del resto conforme al dettato normativo, considerato il richiamo del comma 1-bis al precedente comma 1 “per ragioni di tutela di determinate categorie di persone e per prevenire il vizio del gioco”, e l’espresso riferimento nel comma 1-bis allo svolgimento di “attività di accoglienza, assistenza e consulenza”.

Lo scopo perseguito con l’adozione dell’impugnata deliberazione della Giunta provinciale n. 505/2018 è, pertanto, solo quello di indicare nel dettaglio le strutture sanitarie e socio-assistenziali pubbliche e private “che svolgono attività di accoglienza, assistenza e consulenza”.

Contrariamente a quanto afferma il ricorrente, l’ampliamento della cerchia dei “luoghi sensibili” non è avvenuto, quindi, con l’impugnata deliberazione della Giunta provinciale n. 505/2018, ma con la L.P. n. 10/2016 stessa, la quale, introducendo con l’art. 8, comma 1, il comma 1-bis nell’art. 5-bis della L.P. 13/1992 (e con l’art. 9, comma 1, il comma 1-quater nell’art. 11 della L.P. n. 58/1988) ha esteso la tutela anche ai luoghi non unicamente residenziali in ambito socio-sanitario (infatti si è passati da una dizione contenuta nel primo comma “strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale” a quella aggiunta dal comma 1-bis “tutte le strutture sanitarie e socio-assistenziali pubbliche e private che svolgono attività di accoglienza, assistenza e consulenza”).

Quanto all’affermazione, peraltro del tutto generica e priva di ogni prova, che la deliberazione n. 508/2018 avrebbe comportato di fatto il divieto assoluto del gioco legale sull’intero o quasi intero territorio del Comune di Bolzano, basta rinviare alla consulenza tecnica d’ufficio del Prof. Pozzi (all. 11 del Comune), il quale – come già detto sopra – ha espressamente escluso per il territorio del Comune di Bolzano l’esistenza del lamentato effetto espulsivo. Infatti, il c.t.u. Prof. Pozzi, confermando che “sulla base dei calcoli effettuati, nel caso in cui sia applicata una distanza minima di 300 metri ai punti sensibili di cui all’elenco del Servizio di Protezione Civile, non si può quindi ritenere che si concretizzi la privazione dell’intero segmento di mercato assunta dagli appellanti, poiché per ogni Comune analizzato residua un’estensione di aree disponibili sufficiente a collocare le sale gioco”, sul primo quesito è arrivato alla seguente conclusione: “È quindi possibile affermare che l’applicazione del criterio della distanza dai siti c.d. sensibili individuati nell’art. 5-bis, commi 1 e 1-bis della legge provinciale n. 13/1992 non determina una privazione dell’intero segmento di mercato. Tale risultato dipende, come in premessa, dalle ipotesi fatte in merito alla distanza minima e all’individuazione dei siti sensibili. È sufficiente modificare una sola di queste variabili per ottenere conclusioni diametralmente opposte. A titolo esemplificativo solo per rimarcare quanto specificato in premessa, simulando nel solo Comune di Bolzano un incremento della distanza minima di 600 metri, pur operando la stessa definizione stringente dei luoghi sensibili, l’area insediabile sarebbe di fatto quasi annullata. La definizione delle aree ora disponibili è, però senz’altro idonea a determinare una contrazione del segmento di mercato de quo, una valutazione economica in tal senso richiede un’analisi dell’impatto che gli effetti della novellata normativa potrebbero generare sulla struttura dell’offerta”.

Del tutto infondata è pertanto la censura che detta deliberazione n. 505/2018 avrebbe violato l’art. 97 della Costituzione nonché l’art. 1 della legge n. 241/1990 e della L.P. n. 17/1993, avendo la stessa, tutt’al contrario, dichiaratamente “per motivi di trasparenza e ai fini di una uniforme attuazione della disposizione normativa a livello provinciale” ritenuto opportuno classificare come “luoghi sensibili” in ambito sanitario e socio-assistenziale solamente le strutture ivi tassativamente elencate.

Da tale elenco emerge con maggiore chiarezza rispetto al testo normativo che non indistintamente tutte le strutture sanitarie o socio-assistenziali rientrano nel catalogo dei “luoghi sensibili”, ma solo quelle che in tale ambito abbiano una qualche attinenza/contatto con un’utenza da considerarsi psicologicamente/psichiatricamente debole e, quindi, a maggior ragione a potenziale rischio di dipendenza.

Le sopra riportate doglianze di difetto istruttorio, di difetto di motivazione, di travisamento e sviamento di potere, irragionevolezza, incongruità e mancanza di proporzionalità, come del resto anche quella della genericità dell’individuazione dei luoghi sensibili che non sarebbe avvallata da accurata istruttoria sono, pertanto, prive di fondamento. Vero è invece il contrario, dato che dalla motivazione in deliberazione e dall’elenco dei luoghi sensibili è chiaramente desumibile lo spirito garantistico adottato anche a livello nazionale che dà miratamente la precedenza al valore costituzionale della tutela della salute ex art. 32 della Costituzione (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individua e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”) per categorie di cittadini specificamente circoscritte ed a rischio ludopatico.

Al riguardo si richiama anche quanto dichiarato sul punto nella citata sentenza n. 1618/2019 del Consiglio di Stato: “10.1.3. In linea di diritto, giova premettere che, per un verso, l’individuazione, ad opera del legislatore provinciale, dei c.d. siti sensibili non poteva che essere effettuata per categorie generali, con una previsione normativa munita di un certo margine di indeterminatezza, immanente al carattere generale e astratto proprio degli atti normativi, e che, per altro verso, la disciplina legislativa all’esame (art. 5-bis l. prov. n. 13/1992), attraverso la chiara e univoca individuazione della destinazione funzionale dei siti sensibili (istituti scolastici di qualsiasi grado, centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente dai giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale, nonché le strutture sanitarie e socio-assistenziali pubbliche e private che svolgono attività di accoglienza, assistenza e consulenza, contemplate dal comma 1-bis inserito nel citato art. 5-bis dalla l.prov. 24 maggio 2016, n. 10), è munita di un sufficiente grado di determinatezza onde escludere una restrizione dell’attività d’impresa rimessa all’arbitrio dell’amministrazione (peraltro recentemente, con il d.P.G.P. n. 505 del 29 maggio 2018 – in applicazione del principio tempus regit actum non direttamente applicabile alle fattispecie procedimentali/provvedimentali sub iudice –, è stata adottata una deliberazione che, per dichiarati «motivi di trasparenza e ai fini di una uniforme attuazione della disposizione normativa a livello provinciale», ha specificato quali fossero le strutture da potersi classificare come luoghi sensibili all’interno della categoria delle «strutture sanitarie e socio-assistenziali pubbliche e private che svolgono attività di accoglienza, assistenza e consulenza»).”.

Per quanto riguarda, infine, l’eccezione del difetto di attribuzioni (competenza legislativa e, quindi, amministrativa) della Provincia autonoma di Bolzano con riferimento all’ambito applicativo dell’art. 5-bis della L.P. n. 13/1992, in cui sarebbe incorsa la Provincia autonoma di Bolzano con l’impugnata deliberazione n. 505/2018, il Collegio richiama espressamente quanto dedotto al punto 3 riguardante la ricostruzione del quadro normativo dal quale risulta chiaramente la competenza della Provincia autonoma di Bolzano ad assumere la deliberazione de qua.

4.3. Con il terzo motivo di impugnazione il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 5-bis della L.P. n. 13/1992, l’illegittimità derivata dei provvedimenti impugnati per incostituzionalità dell’art. 20, comma 4, della L.P. n. 10/2016, eccesso di potere per travisamento, contraddittorietà, sviamento di potere e violazione del principio di buona amministrazione (art. 97,

Costituzione), nonché la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 11 delle Disposizioni sulla Legge in generale.

Il ricorrente propone censure differenziate in ordine alle due parti dispositive del provvedimento, e precisamente in ordine alla parte, nella quale si comunica, in applicazione della norma transitoria di cui all’art. 20, comma 4, della L.P. n. 10/2016, “l’accertamento della decadenza” della licenza del 2014 con effetto dall’1.6.2018 e alla parte, nella quale si comunica il rigetto dell’istanza di ripristino della licenza a favore del ricorrente.

4.3.1. Censure attinenti la declaratoria di decadenza:

A tale riguardo il ricorrente afferma che la norma transitoria di cui all’art. 20, comma 4, della L.P. n. 10/2016 (“4. A causa dell’ampliamento dei luoghi sensibili di cui all’articolo 5-bis, comma 1-bis, della legge provinciale 13 maggio 1992, n. 13, e successive modifiche, per le sale da giochi e di attrazione che non corrispondono più alle presenti norme in vigore le autorizzazioni scadono entro due anni dall’entrata in vigore della presente legge. (…).”) si presterebbe ad un ulteriore rilievo di incostituzionalità dovuto al fatto che detta norma transitoria sarebbe intervenuta senza alcuna esigenza e necessità sull’art. 5-bis, comma 1, L.P. n. 13/1992, secondo cui l’autorizzazione viene concessa per 5 anni. Pertanto la decadenza delle autorizzazioni in essere per esercizi ubicati in zone divenute ‘proibite’ in seguito alla novella del 2016 sarebbe stata certa, in quanto tutte le autorizzazioni in essere erano già a scadenza fissa e predeterminata.

Inoltre la previsione della decadenza delle autorizzazioni precedentemente rilasciate sarebbe non soltanto incomprensibile, ma assolutamente irragionevole, non necessaria e sproporzionata, in quanto il legislatore senza particolare esigenza avrebbe compreso nel catalogo dei luoghi sensibili ulteriori siti che prima del 2016 non aveva ritenuto tali. Da ciò conseguirebbe che, il legislatore con la novella del 2016 avrebbe sacrificato senza necessità le legittime aspettative delle imprese che, nell’affidamento di una licenza legittimamente ottenuta, hanno assunto decisioni anche economicamente rilevanti al fine di intraprendere la propria attività imprenditoriale. La violazione del dettato di cui all’art. 3 della Costituzione, nel combinato disposto con l’art. 41, sarebbe quindi lampante.

4.3.2. Censure attinenti il rigetto della domanda di ripristino:

A tale riguardo il ricorrente afferma che la domanda di ripristino sostanzialmente rappresenterebbe una domanda di voltura della licenza a favore del ricorrente stesso che l’aveva richiesta, essendo nel frattempo scaduto il contratto d’affitto di ramo d’azienda stipulato nel 2014 con la ditta Qi Le Yajuan Co. s.n.c..

Trattandosi di semplice voltura, secondo il ricorrente, l’Amministrazione comunale avrebbe dovuto limitarsi all’accertamento della sussistenza, in capo al richiedente, dei requisiti soggettivi nonché della titolarità/legittimazione di chiedere la voltura. L’Amministrazione comunale, invece, avrebbe trattato del tutto illegittimamente l’istanza come una richiesta di rilascio di una nuova licenza con verifica della sussistenza dei presupposti oggettivi, incorrendo in tal modo nella violazione dell’art. 5-bis, L.P. n. 13/1992, nonché nel vizio dell’eccesso di potere per travisamento, contraddittorietà, sviamento di potere e violazione del principio di buona amministrazione (art. 97 della Costituzione).

Infine il ricorrente sostiene che l’Amministrazione comunale, rilevando che l’esercizio in questione sarebbe ubicato in una zona ‘proibita’ in virtù della deliberazione della Giunta Provinciale n. 505/2018, sarebbe incorsa nella violazione e/o falsa applicazione dell’art. 11 delle Disposizioni sulla Legge in generale, in quanto avrebbe applicato retroattivamente la deliberazione della Giunta Provinciale n. 505/2018 in riferimento alla licenza precedentemente (e legittimamente) emessa.

4.3.3. Pure queste censure sono infondate.

4.3.3.1. Preliminarmente si osserva che il ricorrente non ha sviluppato alcun profilo di incostituzionalità in ordine alla normativa transitoria ritenuta incostituzionale per contrasto con gli artt. 3 e 41 della Costituzione. Lo stesso si è, infatti, limitato ad affermare del tutto genericamente che la norma transitoria che prevede la scadenza “entro due anni dall’entrata in vigore della presente legge…” sarebbe viziata per contrarietà alla durata quinquennale ordinaria stabilita nell’art. 5-bis, comma 1, L.P. n. 13/1992 e perché irragionevole, non necessaria e sproporzionata.

La scelta del legislatore provinciale di comprendere nella cerchia dei “luoghi sensibili” anche le “strutture sanitarie e socio-assistenziali pubbliche e private che svolgono attività di accoglienza, assistenza e consulenza” e di determinare nel contempo la validità delle autorizzazioni in atto a due anni dall’entrata in vigore della relativa legge provinciale n. 10/2016 non è, però, né irragionevole, non necessaria e sproporzionata, né crea una disparità di trattamento o una illegittima compressione della libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost.).

Si ribadisce, infatti, che la libertà dell’iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione non è illimitata, ma deve essere ai sensi del comma 3 indirizzata e coordinata a fini sociali (Corte Cost. n. 300/2011 e n. 108/2017).

Al riguardo si richiama anche la giurisprudenza amministrativa secondo cui “deve pertanto ritenersi conforme all’art. 41 della Costituzione l’intervento del legislatore provinciale, il quale, allo scopo di prevenire la dipendenza da gioco delle categorie più a rischio, ha adottato misure che stabiliscono distanze minime dai luoghi c.d. sensibili. La circostanza che una determinata attività sia considerata lecita non comporta, di per sé, che essa possa essere svolta in qualsiasi luogo: limitazioni alla libera iniziativa economica sono sempre possibili, se poste a difesa di interessi di rango costituzionale; ciò è implicitamente affermato anche dal legislatore statale nel già citato decreto “Balduzzi”, intervenuto a tutela del diritto fondamentale individuale e l’interesse collettivo alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione…” (TAR Bolzano, n. 323/2013) e secondo cui “…le misure intese, in via immediata, alla ‘prevenzione, contrasto e riduzione del rischio dalla dipendenza dal gioco d’azzardo patologico’ traggono autonomo e sufficiente fondamento nella prioritaria salvaguardia della salute pubblica (art. 32 Cost.), che prevale – pur nel doveroso rispetto del criterio di proporzionalità – sulla libertà imprenditoriale e di iniziativa economica (art. 41 Cost.), legittimando azioni immediatamente inibitorie, conformative e regolatorie.” (Cons. Stato, sez. V, n. 3791/2017, cfr. anche sez. IV, n. 4201/2018).

Differenze di trattamento fra categorie di imprenditori sono quindi diretta conseguenza dell’applicazione del comma 3 dell’art. 41 della Costituzione.

Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la normativa provinciale (art. 5-bis della L.P. n. 13/1992 e art. 11, L.P. n. 58/1988) – il cui scopo principale è quello di evitare, e quindi di prevenire, che persone in genere valutate come particolarmente vulnerabili e deboli per motivi legati alla loro età, al loro stato di salute, alla loro condizione sociale vengano a contatto con il mondo del gioco d’azzardo sviluppando una dipendenza – ha quindi operato un bilanciamento tra i vari interessi in gioco, dando ragionevolmente la prevalenza a quello legato alla salute, nel rispetto della Costituzione e dei principi ivi richiamati.

Ne consegue la manifesta infondatezza della questione di illegittimità costituzionale prospettata dal ricorrente.

4.3.3.2. Irrilevante è, invece, la censura con la quale il ricorrente afferma che il Comune di Bolzano avrebbe dovuto trattare la domanda di ripristino non come “nuova” domanda, ma come domanda di “voltura”. Ed invero, come osservano giustamente le Amministrazioni resistenti, la domanda del ricorrente avrebbe dovuto comunque essere rigettata, a prescindere dalla classificazione della stessa, in quanto la voltura non avrebbe potuto essere concessa, sia per la decadenza ex lege dell’autorizzazione oggetto di voltura, sia (in via autonoma) per la vicinanza ai nuovi luoghi sensibili all’interno del raggio di 300 m esistenti al momento del provvedimento di voltura in applicazione del principio del tempus regit actum, e la domanda di autorizzazione al gioco lecito, intesa come nuova domanda, non avrebbe potuto essere concessa per la stessa ragione già evidenziata con riguardo alla voltura, e cioè per la vicinanza ai nuovi luoghi sensibili all’interno del raggio di 300 m esistenti al momento del provvedimento di voltura in applicazione del principio del tempus regit actum.

In conclusione, in entrambe le ipotesi non vi sarebbe un’applicazione retroattiva dei nuovi luoghi sensibili e, quindi, una potenziale violazione dell’art. 11 delle Disposizioni sulla Legge in generale, ma solamente l’applicazione della normativa vigente al momento dell’emanazione dei rispettivi provvedimenti in virtù del principio del tempus regit actum.

Infondata è poi anche la censura secondo cui la domanda del ricorrente sarebbe stata rigettata in applicazione della deliberazione n. 505/2018 della Giunta Provinciale. È ben vero che la deliberazione n. 505/2018 risulta indicata nelle premesse del provvedimento de quo, però – come già rilevato sopra – detta deliberazione n. 505/2018 non ha ampliato il catalogo dei luoghi sensibili previsto dalla novella legislativa del 2016, ma si è solamente limitata a individuare dettagliatamente detti luoghi sensibili. Perciò gli effetti negativi di decadenza e di rigetto non sono collegabili a detta deliberazione, bensì alla L.P. n. 10/2016.

Infondata è infine anche la censura del difetto d’istruttoria da parte dell’Amministrazione comunale, posto che risulta chiaro che il Comune di Bolzano ha verificato non solo la sussistenza dei requisiti soggettivi del richiedente ma anche i presupposti oggettivi (criterio distanziometrico).

5. Da quanto esposto risulta la infondatezza dei motivi di ricorso che, pertanto, deve essere rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa – Sezione autonoma di Bolzano definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta e con esso tutte le domande proposte.

Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite a favore della Provincia autonoma di Bolzano, del Comune di Bolzano e della Comunità Comprensoriale di Salto-Sciliar, che si liquidano in Euro 2.000,00 (duemila/00) a ciascuno, oltre IVA, CPA e oneri accessori di legge. Nulla per le parti non costituite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa”.

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