E’ proprio l’ammontare della cassa ad escludere che l’imputato si trovasse intento insieme agli altri a praticare un ordinario gioco di carte, privo di finalità di lucro, come tenta di sostenere la difesa: l’entità della posta in gioco, ancorché astrattamente rilevante ai fini dell’applicabilità dell’aggravante di cui all’art. 721 cod. penale.

E’ quanto hanno stabilito i giudici della Corte di Cassazione a proposito dela sentenza di condanna da parte del Tribunale di Forlì nei confronti di un uomo ritenuto responsabile della contravvenzione di cui all’art. 720 cod. pen. per aver preso parte ad un gioco di azzardo, il poker texas Hold’em definito in gergo “Cash Game”, ovverosia con puntate libere in base alle fiches a disposizione, all’interno di un circolo di Cesena.

“Il ricorrente non contesta che il gioco che stava praticando fosse un poker, ma esclude che lo stesso rientrasse nell’ambito dei giochi di azzardo contemplati dall’art. 721 cod. pen. sostenendo che i vari elementi istruttori acquisiti non fossero tra loro collegabili”, si legge nella stenza. “E’ invece dalla valutazione congiunta dei suddetti elementi che il Tribunale desume l’elemento oggettivo del reato, avendo ritenuto che il possesso di fiches non convenzionali, ovverosia di importo superiore rispetto a quelle utilizzate nei tornei regolari, tali da consentire puntate libere, trovate insieme alle carte da gioco sul tavolo, la possibilità di riscriversi dopo
l’eventuale eliminazione unitamente alla mancanza di regolamento del gioco, di quote di iscrizione, e di un monte premi finale, nulla essendo stato addotto dalla difesa al riguardo, configurassero il gioco di azzardo, contraddistinto, così come previsto dall’art. 721 cod. pen., dall’aleatorietà della perdita o della vincita e dalla finalità di lucro, ovverosia dall’arricchimento senza causa, in quanto sganciato da una qualsivoglia abilità, all’infuori della conoscenza delle regole del gioco, perseguita dai singoli partecipanti.
Va al riguardo rilevato che il gioco del poker, di cui la variante Hold’em ripete in astratto le caratteristiche, è pacificamente riconducibile nel novero dei giochi d’azzardo, in quanto rispetto all’abilità del giocatore risulta comunque preponderante l’alea, dipendendo la vincita della singola smazzata dalle carte cambiate con quelle presenti nel mazzo, ovverosia dalla loro combinazione con quelle rimaste in possesso del giocatore, mentre la durata delle partite e l’entità delle poste risulta indefinita, così da consentire il conseguimento di vantaggi
economicamente valutabili anche di rilevante entità.
E’ pur vero che la natura del gioco di azzardo deve essere valutata con riferimento alle modalità del suo esperimento in concreto che la giurisprudenza di questa Corte – anche alla luce del parere del Consiglio di Stato n. 3237 del 22 ottobre 2008 secondo il quale il gioco del poker può perdere le intrinseche caratteristiche di illiceità in presenza di alcune specifiche modalità di svolgimento, che individua nel gioco a “torneo”, con previsione di un importo di
iscrizione particolarmente contenuto, nel divieto di possibilità per il giocatore di rientrare in gioco una volta esaurita la propria posta, nella previsione di premi non in denaro e nella impossibilità di organizzare più di un torneo nella stessa giornata e nella stessa località — ha escluso quando il fine di lucro venga di fatto annullato in presenza di una posta del tutto irrilevante o talmente tenue da far ritenere insussistente il fine di un guadagno economicamente apprezzabile (Sez. 3, n. 32835 del 20/06/2013 – dep. 29/07/2013, Pmt in proc. Sirignano e altro, Rv. 255875 che ha affermato che l’organizzazione di tornei di poker nella variante del “Texas Hold’Em”, con posta in gioco costituita esclusivamente dalla sola quota d’iscrizione, l’assegnazione di un numero uguale di gettoni, di valore solo nominale, per ciascun giocatore, senza possibilità di rientrare in gioco acquistando altri gettoni, con preventiva individuazione del premio finale non costituisce esercizio di gioco d’azzardo quando, considerate le concrete modalità di svolgimento del gioco, risulti preponderante l’abilità del giocatore sull’alea ed irrilevante il fine di lucro rispetto a quello prettamente ludico).
Nessuna di tali caratteristiche è stata tuttavia ritenuta sussistente nella fattispecie in esame, né le contestazioni svolte dalla difesa che si limitano soltanto a confutare le argomentazioni del giudice di merito, arrivano ad individuare elementi che consentano di escludere né l’aleatorietà né il fine di lucro, restando perciò confinate sul piano della genericità.
Il ragionamento seguito dal Tribunale emiliano non presta il fianco ad alcuna censura logica, neanche per quanto concerne il mancato rinvenimento della posta in gioco, essendo del tutto indifferente che il corpo del reato venga rinvenuto, come nel caso di specie, in possesso di un altro giocatore che evidentemente fungeva anche da cassiere, seduto anch’egli allo stesso tavolo, posto che la somma da costui detenuta era comunque destinata al termine della
partita a chi fosse risultato vincitore. Ed è proprio l’ammontare della cassa, costituita da C 2000 in contanti ed C 21.000 in assegni, che esclude che l’imputato si trovasse intento insieme agli altri a praticare un ordinario gioco di carte, privo di finalità di lucro, come tenta di sostenere la difesa: l’entità della posta in gioco, ancorché astrattamente rilevante ai fini dell’applicabilità dell’aggravante di cui all’art. 721 cod. pen., rivela indiscutibilmente la finalità di
guadagno che tramite esso veniva perseguita dai singoli partecipanti, quale elemento costitutivo della contravvenzione in contestazione.
 Ad analoghe conclusioni deve giungersi anche per il secondo motivo ed il terzo motivo afferenti al momento consumativo del reato. La circostanza, che la difesa neppure contesta, che il ricorrente insieme agli altri coimputati fosse stato sorpreso dagli agenti di PG al momento del sopralluogo seduto al tavolo da gioco con le carte francesi davanti a sé insieme alle fiches necessarie per le puntate, lungi dal configurare un mero accordo criminoso non ancora attuato, dimostra che il gioco era pienamente in corso, come avvalorato dai nominativi dei singoli giocatori segnati sul block notes, con dei cerchietti accanto di numero diverso a seconda del nominativo, evidentemente riferiti alle puntate da ognuno effettuate.
Evidenze queste che, costituendo tracce del gioco in corso, concretizzano al contempo la condizione di punibilità del reato ricorrendo la flagranza in presenza di elementi tali da non porre in dubbio che immediatamente prima della sospensione causata dall’intervento delle forze dell’ordine si stesse praticando un gioco d’azzardo.”
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