La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la sentenza della Corte di appello di Milano che confermava la decisione resa dal Tribunale di Monza all’esito del giudizio abbreviato e appellata dagli imputati, la quale aveva condannato (…) alla pena di giustizia per il delitto di cui agli artt. 110 cod. pen., 4 I. n. 401 del 1989, perché, in concorso tra loro, quali gestori del locale denominato (…) e privi della prescritta licenza di pubblica sicurezza di cui all’art. 88 r.d. n. 773 del 1931, esercitavano l’attività di organizzazione, accettazione e raccolta a distanza di scommesse sportive”.

Per i giudici “il ricorso è inammissibile, perché reitera le medesime doglianze già respinte dalla Corte territoriale con motivazione immune da vizi logici o giuridici e con la quale i ricorrenti omettono un effettivo confronto critico. Il primo motivo è manifestamente infondato. Per dare un ordine logico alla trattazione delle questioni dedotte, occorre esaminare, in primo luogo, la censura diretta a contestare la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato, dedotta con il primo e il terzo profilo, tra loro strettamente collegati, del motivo in esame. Va ricordato che l’attività legata alle scommesse lecite è soggetta a concessione rilasciata dalla Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (A.A.M.S.) e, ottenuta tale autorizzazione, deve essere rilasciata la licenza di pubblica sicurezza di cui all’art. 88 TULPS, con la conseguenza che il reato di cui all’art. 4 I. 13 dicembre 1989, n. 401 risulta integrato da qualsiasi attività, comunque organizzata, attraverso la quale si eserciti, in assenza di concessione, autorizzazione o licenza ai sensi dell’art. 88 TULPS, una funzione intermediatrice in favore di un gestore di scommesse, a nulla rilevando l’esistenza di abilitazione in capo al gestore stesso (Sez. U, n. 23271 del 26/04/2004, Corsi, Rv. 227726). A seguito di diversi interventi dei Giudici europei (in particolare, la sentenza Placanica e la sentenza Costa-Cifone, indicate dai ricorrenti), che hanno esaminato funditus la normativa interna per verificarne la compatibilità con quella comunitaria, la giurisprudenza di questa Corte si è attestata nel senso di ritenere che integra il reato previsto dall’art. 4 I. 13 dicembre 1989, n. 401 la raccolta di scommesse su eventi sportivi da parte di un soggetto che compia attività di intermediazione per conto di un allibratore straniero privo di concessione. Tuttavia, poiché le autorizzazioni di polizia sono rilasciate unicamente ai titolari di una concessione, le eventuali irregolarità commesse nell’ambito della procedura di concessione vizierebbero anche la procedura di rilascio di autorizzazioni di polizia, la cui mancanza non potrà perciò essere addebitata a soggetti che non siano riusciti a ottenere tali autorizzazioni per il fatto che il rilascio di tale autorizzazione presuppone l’attribuzione di una concessione, di cui i detti soggetti non hanno potuto beneficiare in violazione del diritto dell’Unione (sentenza Placanica, punto 67). Ne consegue che, in mancanza della concessione e della licenza, per escludere la configurabilità della fattispecie incriminatrice, occorre la dimostrazione che l’operatore estero non abbia ottenuto le necessarie concessioni o autorizzazioni a causa di illegittima esclusione dalle gare (Sez. 3^, n. 40865 del 20/09/2012, Maiorana, Rv. 253367), o per effetto di un comportamento comunque discriminatorio tenuto dallo Stato nazionale nei confronti dell’operatore comunitario.

In casi del genere, il giudice nazionale, a seguito della vincolante interpretazione data alle norme del trattato dalla Corte di giustizia CE, dovrà disapplicare la normativa interna per contrasto con quella comunitaria. Ed infatti non integra il reato di cui all’art. 4 I. n. 401 del 1989 la raccolta di scommesse in assenza di licenza di pubblica sicurezza da parte di soggetto che operi in Italia per conto di operatore straniero cui la licenza sia stata negata per illegittima esclusione dai bandi di gara e/o mancata partecipazione a causa della non conformità, nell’interpretazione della Corte di giustizia CE, del regime concessorio interno agli artt. 43 e 49 del Trattato CE (Sez. 3^, n. 28413 del 10/07/2012, Cifone, Rv. 253241).

Tale approdo ermeneutico è stato confermato dalla sentenza Biasci, emessa dalla Corte di Giustizia UE, sez. 3^, in data 12 settembre 2013 nelle cause riunite C-660/11 e C-8/12. Per quanto qui interessa, i giudici europei hanno affermato che gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione e, con ciò, legittimando il contesto normativo interno fondato sul criterio doppio binario.

In altri termini, è stata ritenuta compatibile con le norme del Trattato CE la disciplina prevista dall’art. 88 TULPS, alla stregua della quale “la licenza per l’esercizio delle scommesse può essere concessa esclusivamente a soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o di altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse, nonché a soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare di autorizzazione in forza della stessa concessione o autorizzazione”, e dall’art. 2, comma 1 ter, d.l. 25 marzo 2010, n. 40, convertito con I. n. 73 del 2010, in base al quale “l’articolo 88 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni, si interpreta nel senso che la licenza ivi prevista, ove rilasciata per esercizi commerciali nei quali si svolge l’esercizio e la raccolta di giochi pubblici con vincita in denaro, è da intendersi efficace solo a seguito del rilascio ai titolari dei medesimi esercizi di apposita concessione per l’esercizio e la raccolta di tali giochi da parte del Ministero dell’economia e delle finanze – Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato”.

La Corte di Giustizia è pervenuta a tale conclusione (punti 21 e 23) sul rilievo che l’obiettivo attinente alla lotta contro la criminalità collegata ai giochi d’azzardo è idoneo a giustificare le restrizioni alle libertà fondamentali derivanti da una normativa nazionale contenente il divieto, penalmente sanzionato, di esercitare attività in tale settore, in assenza di concessione o di autorizzazione di polizia rilasciata dallo Stato, purché tali restrizioni, siccome comportano limitazioni alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi (sentenza Placanica, punto 42), soddisfino il principio di proporzionalità e nella misura in cui i mezzi impiegati siano coerenti e sistematici (v., in tal senso, sentenze Placanica, punti da 52 a 55, nonché Costa e Cifone, punti da 61 a 63). Di conseguenza, “il fatto che un operatore debba disporre sia di una concessione sia di un’autorizzazione di polizia per poter accedere al mercato di cui trattasi non è, in sé, sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito dal legislatore nazionale, ossia quello della lotta alla criminalità collegata ai giochi d’azzardo” (punto 27 sentenza Biasci). La Corte Europea ha poi precisato che gli artt. 43 CE e 49 CE devono essere interpretati “nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, la circostanza che un operatore disponga, nello Stato membro in cui è stabilito, di un’autorizzazione che gli consente di offrire giochi d’azzardo non osta a che un altro Stato membro, nel rispetto degli obblighi posti dal diritto dell’Unione, subordini al possesso di un’autorizzazione rilasciata dalle proprie autorità la possibilità, per un tale operatore, di offrire siffatti servizi a consumatori che si trovino nel suo territorio” (punto 43 sentenza Biasci).

Va ricordato come, anche alla, luce della sentenza della Corte di Giustizia Europea del 12 febbraio 2012, Costa e Cifone, cause riunite C-72/10 e C-77/10, questa Corte abbia riaffermato (Sez. 3, n. 19462 del 27/03/2014 – dep. 12/05/2014, P.M. in proc. Ianetti e altro, Rv. 259756) che non vi è incompatibilità assoluta tra fattispecie incriminatrice e i principi di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei servizi in ambito comunitario (artt. 43 e 49 Trattato CE). In particolare è passibile di rilevanza penale l’attività del soggetto che non abbia richiesto la concessione e la licenza in Italia o di chi, già abilitato all’estero alla raccolta di scommesse, agisca in Italia tramite collaboratori o rappresentanti che non hanno chiesto alle autorità nazionali le necessarie autorizzazioni (Sez. 2^, n. 24656 del 09/03/2012, P.M. in proc. De Simone, Rv. 252828). Sulla base dei principi affermati dalle sentenze della Corte di Giustizia, è possibile formulare un quadro interpretativo della disciplina contenuta nel Trattato che contribuisce a definire l’applicazione della disciplina domestica in materia di scommesse su eventi sportivi, presupposto della fattispecie penale, nel senso che: 1) le libertà di insediamento e di prestazione dei servizi costituiscono per il diritto dell’Unione principi fondamentali di cui gli operatori economici devono poter usufruire indipendentemente dal Paese membro in cui sono insediati; 2) tali principi possono conoscere restrizioni nel campo delle attività commerciali connesse ai giochi telematici e alle scommesse su eventi sportivi esclusivamente quando si tratta di limiti, anche consistenti nella previsione di un regime concessorio e di controlli di pubblica sicurezza, che sono fondati su “motivi imperativi di interesse generale” e che rispondono a principi di proporzionalità, non discriminazione, trasparenza e chiarezza; 3) qualora le restrizioni non rispondano ai requisiti ora ricordati, le libertà previste dagli artt. 43 e 49 del Trattato conservano piena espansione e la disciplina nazionale in contrasto con esse deve essere disapplicata.

Ne consegue che la mancanza di concessione rilasciata dalla Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (A.A.M.S.) comporta l’impossibilità per l’operatore italiano o straniero di ottenere la licenza di pubblica sicurezza di cui all’art. 88 del TULPS e ha quale conseguenza l’esercizio abusivo del gioco di scommesse. Per concludere sul punto, va perciò ribadito il principio – affermato anche nell’ambito di questo procedimento in relazione alla fase cautelare), ma obliterato dai ricorrenti -, secondo cui integra il reato previsto dall’art. 4 I. 13 dicembre 1989, n. 401, la raccolta di scommesse su eventi sportivi da parte di un soggetto che compia attività di intermediazione per conto di un allibratore straniero senza il preventivo rilascio della prescritta licenza di pubblica sicurezza o la dimostrazione che l’operatore estero non abbia ottenuto le necessarie concessioni o autorizzazioni a causa di illegittima esclusione dalle gare (Sez. 6, n. 25510 del 19/04/2017 – dep. 22/05/2017, Realmuto, Rv. 270156; Sez. 3, n. 14991 del 25/03/2015 – dep. 13/04/2015, Arcieri, Rv. 263115; Sez. 3, n. 37851 del 04/06/2014 – dep. 16/09/2014, Parrelli, Rv. 260944; Sez. 2, n. 17093 del 28/03/2013 – dep. 15/04/2013, Faggioli e altri, Rv. 255552).

Del tutto inconferente è il richiamo all’art. 1, comma 644, I. 28 dicembre 2014, n. 190, nel regolamentare la situazione di coloro che non chiedono l’autorizzazione di cui all’art. 88 T.U.L.P.S. e di regolarizzare la loro attività, non riconosce alcuna liceità allo svolgimento con la modalità di raccolta delle scommesse da parte dell’intermediario, effettuata tramite “conti gioco” on line anziché mediante la raccolta da banco, limitandosi a prevedere a loro carico ulteriori obblighi e divieti. Nel caso di specie, i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione di principi summenzionati, avendo accertato che gli imputati, benché privi della concessione o licenza ai sensi dell’art. 88 TULPS, avevano allestito un esercizio di Internet Point, costituito da un locale con l’insegna (…), dotato di arredi caratteristici del centro scommesse (monitor, calendari e classifiche dei campionati sportivi, quotazione e di singoli eventi), all’interno del quale svolgevano l’attività di raccolta e di scommesse a distanza, per contro dell’operatore (…), privo di concessione e che non risulta sia stato illegittimamente escluso dalle gare per l’aggiudicazione delle concessioni per l’esercizio del’attività di raccolta delle scommesse. Manifestamente infondata è anche la doglianza diretta a censurare la motivazione in punto di sussistenza dell’elemento soggettivo, anche in relazione all’asserito errore provocato da una normativa ritenuta e oscura e contraddittoria. Si osserva che gli imputati non versavano in una situazione di ignoranza inevitabile, atteso che, in caso di dubbio, gravava su di loro un obbligo rigoroso di informazione, trattandosi di soggetti che svolgono professionalmente un’attività commerciale, quale l’intermediazione in tema di giochi e scommesse. In un caso del genere, come chiarito da questa Corte nel suo più alto consesso, il “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia, è particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell’illecito anche in virtù di una culpa levis nello svolgimento dell’indagine giuridica. Per l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza occorre, cioè, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale, l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto (Sez. U, n. 8154 del 10/06/1994 – dep. 18/07/1994, P.G. in proc. Calzetta, Rv. 197885).

Di conseguenza, chi intende svolgere una data attività commerciale è gravato dell’obbligo di acquisire preventivamente informazioni circa la specifica normativa applicabile in quel settore, sicché, qualora deduca la propria buona fede, non può limitarsi ad affermare l’incertezza derivante da contrastanti orientamenti giurisprudenziali nell’interpretazione e nell’applicazione di una norma, la quale non abilita da sola ad invocare la condizione soggettiva d’ignoranza inevitabile della legge penale. Al contrario, il dubbio sulla liceità o meno della condotta deve indurre il soggetto ad un atteggiamento più attento fino cioè, secondo quanto affermato dalla sentenza 364 del 1988 della Corte Costituzionale, all’astensione dall’azione se, nonostante tutte le informazioni assunte, permanga l’incertezza sulla liceità o meno dell’azione stessa, dato che il dubbio, non essendo equiparabile allo stato d’inevitabile ed invincibile ignoranza, è inidoneo ad escludere la consapevolezza dell’illiceità (Sez. 2^, n. 46669 del 23/11/2011, P.G. in proc. De Masi e altri, Rv. 252197).

Nel caso in esame, è pacifico che gli imputati, in assenza della prescritta autorizzazione ex art. 88 TULPS, abbiano deliberatamente esercitato l’attività di raccolta e di scommesse a distanza per conto di un operatore straniero, parimenti sprovvisto della necessaria concessione amministrativa, ciò che integra gli estremi del dolo richiesto dalla fattispecie in esame, essendo ravvisabile non una situazione di errore inescusabile, per i motivi dinanzi indicati, ma di errore (colpevole) sul precetto, che nonleificacia scusante.

Il secondo motivo è inammissibile. La speciale causa di non punibilità prevista dall’art. 131-bis cod. pen. – applicabile, ai sensi del comma 1, ai soli reati per i quali è prevista una pena detentiva non superiore, nel massimo, a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta – è configurabile in presenza di una duplice condizione, essendo congiuntamente richieste la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento. Il primo dei due requisiti richiede, a sua volta, la specifica valutazione della modalità della condotta e dell’esiguità del danno o del pericolo, da valutarsi sulla base dei criteri indicati dall’art. 133 cod. pen., cui segue, in caso di vaglio positivo – e dunque nella sola ipotesi in cui si sia ritenuta la speciale tenuità dell’offesa -, la verifica della non abitualità del comportamento, che il legislatore esclude nel caso in cui l’autore del reato sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.

Con riferimento, in particolare, alla speciale tenuità dell’offesa, come affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, il giudizio sulla tenuità del fatto richiede una valutazione complessa che prenda in esame tutte le peculiarità della fattispecie concreta riferite alla condotta in termini di possibile disvalore e non solo di quelle che attengono all’entità dell’aggressione del bene giuridico protetto, che comunque ricorre senza distinzione tra reati di danni e reati di pericolo (Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016 – dep. 06/04/2016, Tushaj, Rv. 266590). Nel caso in esame, la Corte territoriale, con apprezzamento fattuale logicamente motivato, ha escluso la sussistenza dei presupposti applicativi della speciale causa di non punibilità in esame, correttamente osservando, in primo luogo, che la regolarizzazione della posizione non comporta l’estinzione del reato, ma determina il diritto di svolgere lecitamente tale attività; in ogni caso, si osserva che la procedura di regolarizzazione integra una condotta successiva alla consumazione del reato, la quale, evidentemente, non assume alcuna rilevanza in relazione alla valutazione dell’offesa, già perfezionatasi, come di “particolare tenuità”.

In secondo luogo, la Corte territoriale ha individuato, quale elemento ostativo al riconoscimento del fatto come di lieve entità, lo svolgimento in modo organizzato dell’attività illecita nei confronti di un pubblico indeterminato di scommettitori: elemento, questo, che è già sufficiente per escludere l’operatività della causa di non punibilità in esame, trattandosi di reato di pericolo, in relazione al quale è ininfluente l’accertamento di un effettivo danno erariale, peraltro logicamente prospettabile attese le concrete modalità di organizzazione dell’attività svolta verso una platea indeterminata di clienti, senza la prescritta autorizzazione. Essendo i ricorsi inammissibili e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13/06/2000), alla condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, ritenuta equa, indicata in dispositivo. Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende”.