Il Gip del Tribunale di Palermo, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, ha disposto nove misure cautelari, eseguite dai carabinieri, nei confronti di persone accusate a vario titolo di concorso esterno in associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori aggravato in concorso e frode in competizioni sportive.

Per otto è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per uno i domiciliari. L’inchiesta, denominata convenzionalmente “COrSA NOSTRA”, ha accertato come la mafia controllasse l’ippodromo di Palermo. Ha riguardato fantini, titolari di scuderie e allenatori, ha svelato un sistema di gare truccate gestite da Cosa Nostra che decideva quale cavallo dovesse vincere e intascava i soldi delle scommesse. Gli interessi della mafia sull’ippodromo di Palermo erano emersi già in una indagine della dda nei mesi scorsi.

I carabinieri, intercettando il capomafia, accertarono i suoi rapporti con alcuni personaggi molto conosciuti nel mondo dell’ippica a Palermo. L’inchiesta – riporta l’Ansa – ha individuato “un gruppo di storici fantini che altrettanto storicamente sono vicini agli affiliati mafiosi e si prestano all’opera fraudolenta necessaria per condizionare l’esito delle corse. Questi fantini, nell’approcciare i colleghi che parteciperanno alle corse, renderanno evidente il legame con il mondo mafioso anche qualora non pronunciassero alcun esplicito riferimento”.

Sono almeno 4 le corse ippiche truccate scoperte dai carabinieri. Accusa quest’ultima contestata a 3 degli indagati che avrebbero alterato competizioni svoltesi tra il 2016 e il 2017 negli ippodromi di Palermo, Taranto e Follonica.

Grazie alle gare truccate Cosa Nostra guadagnava sulle scommesse: c’era chi dava denaro e indicazioni sulle puntate raccomandandosi di tenere il segreto per evitare che gli appassionati del settore, a conoscenza della frode, puntassero sugli stessi cavalli facendo emergere le anomalie dai sistemi elettronici (anomalia che avrebbe potuto comportare la sospensione della gara). Ad alcuni fantini a proprietari di scuderie viene contestato il reato di concorso in associazione mafiosa: con la loro complicità avrebbero consentito ai clan di realizzare il pieno controllo sulle corse ippiche. L’inchiesta ha inoltre accertato che tre mafiosi avrebbero intestato fittiziamente i cavalli a prestanomi.

Chi non accettava di sottostare ai diktat mafiosi subiva pesanti intimidazioni: dalle minacce di morte (come rivelato dalle intercettazioni), agli attentati intimidatori e alle aggressioni (i collaboratori di giustizia parlano di veri e propri pestaggi dei fantini ‘ribelli’).

“Perché sia possibile alterare il risultato di una gara occorre indurre i fantini che vi partecipano a collaborare – dice il Gip – non si tratta di una meccanica semplice, ma complessa e articolata cui si può giungere soltanto per effetto di un intervento molto forte. Le indicazioni acquisite sia attraverso le intercettazioni sia attraverso le dichiarazioni dei collaboratori, descrivono un tessuto sociale che compone l’ippodromo pesantemente condizionato dalla paura”.