Il Tar Calabria ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno, Prefettura di Reggio Calabria e Comune in cui si chiedeva l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del provvedimento emesso dalla Prefettura di Reggio Calabria, in data 28 aprile 2017, prot. n. 0051996, notificato a mezzo pec in data 2 maggio 2017, relativo all’informazione antimafia, a carattere interdittivo ex artt. 91 e 100 D. Lgs. n. 159/2011 emessa nei confronti di “-OMISSIS-”; della determina emessa dall’AAMS Agenzia delle Dogane e dei Monopoli prot. n. 13P25 del 18 maggio 2017, notificata a mezzo pec in pari data, con la quale si è disposta l’immediata sospensione della fornitura dei generi di monopolio e si è dato avvio al procedimento di revoca della licenza per la gestione della rivendita tabacchi e dell’annessa ricevitoria per il gioco del lotto; del provvedimento prot. n. 0075923 del 16 maggio 2017, notificato in data 6 giugno 2017, con il quale il Comune, visto il provvedimento interdittivo, ha inteso revocare la Scia cod. univoco 1741 dell’8 settembre 2014 relativa all’attività di installazione apparecchi di intrattenimento presso la rivendita e ha disposto il divieto di vendita dei prodotti commercializzati all’interno della rivendita di generi di monopolio.

Si legge nella sentenza: “Con ricorso notificato in data 23 giugno 2017 e depositato l’8 luglio successivo, la sig.ra -OMISSIS- ha impugnato gli atti descritti in epigrafe, invocandone l’annullamento previa concessione di misura cautelare.

2. A supporto del gravame la ricorrente ha esposto in fatto:

-di essere la titolare dell’impresa individuale “-OMISSIS-” con sede legale in Reggio Calabria -OMISSIS- presso la quale svolge l’attività di fornitura di generi di monopolio e quella di annessa ricevitoria per il gioco del lotto;

-che nei confronti dell’omonima ditta la Prefettura di Reggio Calabria aveva emesso l’interdittiva antimafia n.0052391 del 02.05.2017, cui erano seguite, in rapida successione, in data 18.05.2017, l’immediata sospensione della fornitura dei generi di monopolio alla rivendita di tabacchi e alla ricevitoria del lotto adottata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e, in data 16.05.2017, la revoca comunale della SCIA relativa all’attività di installazione di intrattenimento presso la menzionata rivendita;

-che l’informativa prefettizia si era fondata unicamente sulla circostanza che la ricorrente era la moglie convivente di -OMISSIS-, fino al 12.06.2012 titolare della stessa rivendita situata in Reggio Calabria -OMISSIS-, già condannato per reati contro il patrimonio ed imputato nel processo -OMISSIS- per il reato di associazione a delinquere (416 c.p.) finalizzata alla truffa ai danni dello Stato (art. 640 comma 2), aggravato dall’aver favorito un’associazione di tipo mafioso (art. 7 L. n. 203/1991).

3. Avverso i provvedimenti impugnati l’interessata ha dedotto le seguenti censure:

I. Violazione e/o falsa applicazione di legge, eccesso di potere per difetto dei presupposti, illogicità, manifesta irragionevolezza e difetto di motivazione.

L’interdittiva sarebbe illegittima perché non avrebbe raccolto a carico della sig.ra -OMISSIS-, titolare dell’omonima ditta individuale, cui deve unicamente riferirsi la documentazione antimafia, alcuna controindicazione o altro elemento compromettente, essendo la stessa incensurata.

I fatti costitutivi del provvedimento interdittivo riguarderebbero esclusivamente la posizione del marito della ricorrente la quale, invece, una volta rilevata la rivendita di tabacchi con annessa ricevitoria del lotto in data 11.08.2014, l’avrebbe gestita personalmente senza alcuna controindicazione da parte dell’autorità, avvalendosi per giunta di finanziamenti leciti e pacificamente tracciabili.

Un altro punto critico del provvedimento impugnato riguarderebbe l’insufficiente motivazione addotta in ordine all’attualità di un serio e concreto pericolo d’influenza delle cosche criminose sulla gestione dell’impresa individuale, non essendo ravvisabile alcun rischio, neppure indiretto, di subire condizionamenti da parte di ambienti mafiosi nella determinazione delle scelte imprenditoriali né di esserne in qualche modo agevolata.

II. Violazione e/o falsa applicazione dell’art.91 comma 5 del D.Lgs n.159/2011.

Con il presente motivo la ricorrente ha lamentato l’illegittimità del provvedimento impugnato perché il coinvolgimento di -OMISSIS- nel processo -OMISSIS- non sarebbe per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (art.416 bis c.p.), ma per quello di truffa ai danni dello Stato, pur aggravata dal metodo mafioso.

Tuttavia, siffatta qualificazione giuridica sarebbe stata messa in discussione con sentenza n. 24802 del 2016 della Corte di Cassazione che avrebbe negato il riconoscimento della contestata aggravante in capo ad uno dei coimputati nello stesso processo con auspicati riflessi positivi anche nei confronti del marito della ricorrente ingiustamente trascurati.

III. Violazione dell’art.10 del d.P.R. n. 252/1998 anche in relazione agli artt. 3-4 Cost., art. 6 CEDU, art.1 prot.1 CEDU, nonché eccesso di potere per errore nei presupposti e sviamento.

A causa del controindicato quadro indiziario formatosi esclusivamente a carico del marito, la ricorrente si sentirebbe ingiustamente discriminata sia per la violazione dei principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza che per la violazione del diritto di difesa presidiato a livello sovranazionale dall’art. 6 della CEDU.

In seconda battuta, si fa notare che la separabilità delle attività svolte nella rivendita (vendita tabacchi e gioco del lotto) garantirebbe controlli infallibili da parte delle autorità amministrative, tali da rendere remota ogni ipotesi di tentativo di infiltrazione criminosa.

Infine, la ricorrente ha chiesto l’annullamento dell’ordinanza inibitoria del Comune di Reggio Calabria e del provvedimento sospensivo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in quanto conseguenziali all’interdittiva medesima e quindi illegittimi in via derivata.

4. Si è costituito il Ministero dell’Interno, depositando documenti e atto di mera forma ed invocando il rigetto del ricorso perché infondato sotto tutti gli aspetti denunciati.

La stessa difesa erariale ha illustrato con memoria difensiva depositata il 14.07.2017 le argomentazioni difensive del caso, producendo successivamente copia della richiesta di rinvio a giudizio avanzata nei confronti di -OMISSIS- dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria.

5. All’esito della camera di consiglio del 13 settembre 2017, il Collegio con ordinanza n.140/17 ha respinto l’istanza di sospensiva proposta dalla ricorrente, ravvisando l’insussistenza del fumus boni iuris.

6. All’udienza del 10 giugno 2020, tenutasi ex art. 84 comma 5 del D.L. n.18/2020 (conv. in L. 24 aprile 2020 n. 27), la causa, in assenza di ulteriore attività difensiva, veniva introitata per la decisione.

7. Il ricorso è infondato.

Le censure sviluppate dalla ricorrente, che si prestano ad una valutazione unitaria essendo tra loro strettamente connesse, risultano insufficienti a sovvertire la pregnanza del quadro indiziario ricostruito dalla Prefettura di Reggio Calabria a carico dell’impresa individuale gestita dalla sig.ra -OMISSIS-.

Due sono le regole di giudizio alle quali il Collegio, uniformandosi alla costante e recente giurisprudenza invalsa in materia, intende richiamarsi.

La prima è che “l’interdittiva antimafia, per la sua natura cautelare e per la sua funzione di massima anticipazione della soglia di prevenzione, non richiede la prova di un fatto, ma solo la presenza di una serie di indizi in base ai quali non sia illogico o inattendibile ritenere la sussistenza di un collegamento con organizzazioni mafiose o di un condizionamento da parte di queste” (cfr. T.A.R. Reggio Calabria 3 giugno 2020 n. 412; Cons. Stato sez. III, 24 aprile 2020 n. 1651).

La seconda è che “quanto ai rapporti di parentela tra titolari, soci, amministratori, direttori generali dell’impresa e familiari che siano soggetti affiliati, organici, contigui alle associazioni mafiose – l’Amministrazione può dare loro rilievo laddove tale rapporto, per la sua natura, intensità o per altre caratteristiche concrete, lasci ritenere, per la logica del “più probabile che non”, che l’impresa abbia una conduzione collettiva e una regìa familiare (di diritto o di fatto, alla quale non risultino estranei detti soggetti) ovvero che le decisioni sulla sua attività possano essere influenzate, anche indirettamente, dalla mafia attraverso la famiglia, o da un affiliato alla mafia mediante il contatto col proprio congiunto” (Cons. Stato sez. III, 13 aprile 2018 n. 2248).

Orbene, dai dati istruttori acquisiti dalla Prefettura è pacifico che:

-la ricorrente è la moglie convivente di -OMISSIS- e ne ha rilevato l’attività di tabaccheria e del gioco del lotto nel 2014;

-costui in data 05.04.2106 è stato rinviato a giudizio per associazione a delinquere imputato nel c.d. processo -OMISSIS- per il delitto p. e p. dall’art. 416 c.p. aggravato ex art. 7 della Legge n. 203/1991 quale “partecipe di un’articolata organizzazione finalizzata alla gestione illegale di scommesse e gioco del poker online mediante una rete capillare di raccolta parallela rispetto alle rete dei centri di scommesse autorizzati”;

-che il luogo in cui si sarebbe stato consumato il reato associativo, qualificato dall’aggravante del metodo mafioso, è stato individuato proprio nella rivendita di tabacchi ubicata a Reggio Calabria via -OMISSIS- di cui lo stesso -OMISSIS- aveva il comodato e che oggi è passata in gestione alla ricorrente.

Ciò posto, sussistono, all’evidenza, tutti i presupposti oggettivi e soggettivi per ritenere più probabile l’ipotesi che la ditta della ricorrente sia esposta al rischio di influenze mafiose che se non il contrario.

Ed invero:

-quanto alla posizione di -OMISSIS-, la Prefettura ne ha ragionevolmente valorizzato la figura, non solo perché attinta personalmente da provvedimenti giudiziari penali per “reati spia” ex art. 84 D.lgs n.159/11, espressivi di contiguità, se non di intraneità, all’ambiente mafioso, ma anche in quanto coinvolta in un procedimento penale (-OMISSIS-) che, per numero degli imputati e gravità delle imputazioni relative al giro internazionale delle scommesse clandestine, è risultato aver assunto dimensioni oggettivamente e socialmente inquietanti.

E’ sufficiente scorrere la richiesta di rinvio a giudizio del 04.07.2017 (v.doc.1 depositato il 05.09.2017 da parte resistente) per rendersi conto di come, nell’orbita della ricevitoria di che trattasi, siano gravitati, sotto la gestione di -OMISSIS-, soggetti intranei e/o vicini alle più famose famiglie di ‘ndrangheta del territorio.

La difesa della ricorrente non ha nemmeno dimostrato che il processo a carico di -OMISSIS- abbia sortito esito assolutorio o comunque favorevole alla sua attuale posizione di soggetto colpito da misura interdittiva, sì che diventa credibile l’inferenza logico-fattuale della Prefettura che sia proprio il -OMISSIS- ad “impersonificare” il rischio di ingerenze mafiose nell’attività gestita dalla sig.ra -OMISSIS-.

Il dato processuale della richiesta di rinvio a giudizio e il settore particolarmente “sensibile” dei giochi e delle scommesse illecite, a cui in passato si è dedicata -tramite -OMISSIS– l’attività di ricevitoria della ricorrente, bastano, dunque, a rendere immune da censura la prognosi prefettizia di condizionamento mafioso.

A maggior ragione, se si pone lo sguardo sulla struttura individuale della ditta ricorrente, il cui legale rappresentante è la moglie di un soggetto rinviato a giudizio per reati associativi connessi alla truffa e al gioco d’azzardo, sul disvalore sociale e la portata del danno che tali reati esprimono, rendendo oggettivamente significativo il grado di esposizione, diretta o indiretta, del contesto imprenditoriale al rischio di infiltrazioni del malaffare di stampo mafioso.

8. Sull’opposto versante, risponde al vero che la ricorrente è incensurata, senza carichi pendenti e non è mai stata coinvolta, nemmeno incidentalmente, nelle vicende giudiziarie del marito con il quale convive.

Purtuttavia, il Collegio non può esimersi dal rilevare che:

-l’art. 85 del D.Lgs n.159/2011 individua i “soggetti sottoposti alla verifica antimafia”, distinguendo le imprese individuali da quelle collettive (“associazioni, imprese, società, consorzi e raggruppamenti temporanei di imprese”). Per le prime, la documentazione antimafia deve riferirsi “al titolare e al direttore tecnico, ove previsto” (comma 1), nonché ai “familiari conviventi”, ristretti, da ultimo, a quelli di “maggiore età” (art.85 comma 3).

-gli elementi indiziari raccolti all’esito dell’attività investigativa si focalizzano esclusivamente sulla sig.ra -OMISSIS-, in quanto titolare dell’omonima ditta e legata da stretti rapporti di parentela con soggetti colpiti da provvedimenti giudiziari per delitti “spia” ex art. 84, comma 4, lett. a), del D.Lgs. n.159/2011;

-è noto che proprio tramite lo stato di formale incensuratezza di un individuo, legato però da vincoli di parentela con persona di cui si presume la prossimità ad ambienti della criminalità organizzata, rappresenti spesso lo strumento più agevole e funzionale ad imprimere all’attività imprenditoriale una conduzione collettiva e di una regìa familiare da parte del singolo clan;

-l’assenza di contromisure idonee a scongiurare il rischio di non permeabilità dal sodalizio criminoso nella conduzione imprenditoriale è inoltre accentuata -come sopra detto- dalla struttura individuale della ditta ricorrente e dalla sua più volte sottolineata gestione a titolo personale che la rendono maggiormente esposta al rischio di essere “eterodiretta” per finalità illecite.

Sul punto, il Consiglio di Stato si è già da tempo pronunciato nel senso che “È legittima l’informativa antimafia basata su rapporti parentali con esponenti della famiglia malavitosa locale, ove la parentela sia ramificata e il destinatario dell’informativa sia un imprenditore singolo (ditta individuale), perché questo può far plausibilmente ritenere che sia più facile un suo condizionamento da parte di esponenti della famiglia malavitosa locale, a differenza di quello che può avvenire nei confronti di una società, composta di più soggetti” (Cons. Stato sez.VI, 18 agosto 2010 n. 5879; Cons. Stato sez. III, 6 settembre 2012 n. 4740 che ha confermato la sentenza T.A.R. Reggio Calabria n. 158/2011).

9. L’obiezione sollevata da parte ricorrente che l’attività di rivendita tabacchi e il gioco del lotto, sottoposta al severo controllo ispettivo dell’Agenzia dei Monopoli, sarebbe giocoforza impermeabile a tentativi di pericolose influenze mafiose, si smentisce da sola, constatandosi che, nonostante i controlli approntati dalle Istituzioni, il malaffare è ugualmente riuscito a penetrare l’esercizio commerciale condotto dal marito della ricorrente.

10. In conclusione, l’impugnata interdittiva appare sorretta da adeguata motivazione atta ad esternare convincenti elementi fattuali che consentono di affermare, su un piano necessariamente prognostico, la sussistenza del pericolo di ingerenza della criminalità organizzata nell’attività imprenditoriale della ricorrente e di un quadro indiziario complessivamente ed unitariamente valutato dal quale può ragionevolmente desumersi “più probabile che non” l’esistenza di un condizionamento da parte della criminalità organizzata.

All’acclarata legittimità dell’informativa consegue che vadano esenti da censura anche i provvedimenti inibitori del Comune di Reggio Calabria e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, stante la loro natura vincolata anche rispetto a licenze, autorizzazioni e concessioni contemplate dall’art. 67 del D.lgs. n. 159/2011, desumibile tra l’altro dall’art.100 dello stesso decreto.

11. Alla luce delle considerazioni suesposte, il ricorso va dunque respinto.

12. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo a favore del Ministero costituito, mentre sussistono giuste ragioni per disporne la compensazione nei confronti del Comune di Reggio Calabria.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del Ministero dell’Interno, delle spese di lite che liquida in complessivi euro 2.000,00 (duemila/00), oltre oneri di legge se dovuti.

Spese compensate nei confronti del Comune di Reggio Calabria”.