“Sono necessarie risposte immediate ed efficaci alla crisi. Bisogna superare le ideologie, serve un cambio di passo nelle relazioni industriali. Bisogna agire con concretezza e senza pregiudizi con l’unico obiettivo di risolvere i problemi delle aziende e dei lavoratori”.

Così il Vicepresidente di Confindustria per il Lavoro e le Relazioni industriali, Maurizio Stirpe (nella foto), al Sole 24 Ore.

“I soldi a pioggia con una logica assistenziale non funzionano. Fino ad oggi c’è stata una visione di brevissimo periodo mentre è estremamente importante calibrare bene gli interventi: il virus ha provocato effetti simmetrici tra i Paesi ma le scelte su come reagire provocheranno situazioni asimmetriche con i Paesi forti che lo saranno ancora di più e i deboli che diventeranno ancora più deboli.

Le aziende stanno riaprendo, ma in molti settori c’è un calo della domanda che sfiora il 90 per cento. Le necessità di distanziamento, di lavorare per turni, garantire le norme di sicurezza, generano un aumento dei costi tra il 30 a il 40 per cento. Sono necessarie risposte immediate ed efficaci.

Una considerazione generale è che in questo momento le imprese hanno bisogno di indennizzi e non di prestiti, vista la gravità della situazione. Ma concentrandoci su alcuni aspetti specifici, è necessario ribadire che il divieto di licenziare dovrebbe essere allineato alla durata della cassa integrazione e la responsabilità dei contagi non può essere messa in capo all’impresa a priori.

È un problema che va risolto, il governo può farlo nel prossimo decreto: non può bastare l’occasione del lavoro ma occorre dimostrare il nesso di causalità, la colpa grave e il mancato rispetto del protocollo di sicurezza.

Sulla questione riaperture e codici Ateco: bisogna prendere in considerazione non le tipologie di attività o i settori ma il rispetto delle norme di sicurezza, l’uso dei dispositivi di protezione, il distanziamento. Tutto ciò impone una diversa organizzazione del lavoro, di turni, orari, smartworking.

Gli strumenti ci sono ma non c’è solo questo problema da affrontare.

Il Coronavirus ha reso ancora più gravi i problemi che avevamo prima della pandemia, a partire dalla scarsa produttività, che da 20 anni cresce poco e meno degli altri Paesi concorrenti. Atre criticità non risolte: il costo del lavoro e la fiscalità d’impresa. Bisogna spingere per collegare i salari ai risultati aziendali e il governo potrebbe dare una mano detassando e decontribuendo queste forme di retribuzione. Da tempo diciamo che occorre definire meglio il perimetro della contrattazione, considerando anche l’ipotesi di un salario minimo, per evitare dumping contrattuale. Inoltre occorre passare dalle politiche assistenziali alle politiche attive del lavoro e vanno riequilibrati gli ammortizzatori sociali. Servono più formazione e un collegamento tra scuola, università e mondo dell’impresa per favorire l’incontro tra domanda e offerta. Altro tema. Non abbiamo strumenti adeguati per gestire le crisi aziendali: quelle reversibili giusto che approdino al ministero dello Sviluppo economico, quelle irreversibili vanno affrontate al ministero del Lavoro.

Infine le pensioni: abbiamo la legge Fornero che non va picconata. Piuttosto vanno introdotte eccezioni, con trattamenti diversi, su indicazione dell’Inail. Il costo di questi trattamenti differenti non dovrebbe essere a carico della fiscalità generale ma di chi utilizza il beneficio.

Confindustria ha firmato con il sindacato il Patto per la Fabbrica, già nel 2018, per dare risposte ai problemi della produttività, del rapporto tra contratto nazionale e aziendale, della formazione, delle politiche attive. Il dialogo è andato avanti fino all’autunno scorso. Poi ci siamo fermati, abbiamo perso tempo. Il sindacato, in particolare la Cgil, ha preferito interloquire con il Governo. Stanno prevalendo vecchie ideologie, basate più sul conflitto che sul dialogo, viene evocata la statalizzazione dell’economia, si parla di una nuova stagione dei diritti e non si tiene conto dei doveri. Un atteggiamento che spero non prevalga. I buoni accordi sono stati fatti quando si è raggiunto un equilibrio tra le istanze delle imprese e le diverse anime sindacali.

L’appello che faccio è superare le ideologie e avere un cambio di passo nelle relazioni sindacali. I problemi che abbiamo davanti hanno bisogno di un approfondimento che non può essere fatto a distanza e con proclami”.