franzoso
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(Jamma) – Formare i preposti di sala dedicata dell’Emilia Romagna, obbligati dalla Legge Regionale a sostenere un percorso abilitativo, unitamente a quelli di tutte le altre realtà territoriali in cui la ‘crescita qualitativa’ del personale si è affermata come esigenza, ha consentito di acquisire una vasta gamma di informazioni di settore.

Un profilo che spesso si è evidenziato come criticità è quello della “gestione della clientela problematica” non tanto sotto il profilo del G.A.P. (devoluto ad altri moduli di didattica), bensì sotto il profilo della “negativa frequentazione”.

Nel nostro Ordinamento esiste una norma che il ‘livellamento conoscitivo’ attuale ritiene applicabile solo ai casi di discoteche in cui ci scappi il morto “o quasi”, ovvero ai bar in cui scoppiano risse tutte le sere. In realtà, l’articolo 100 del T.U.L.P.S., pur costituendo “norma di chiusura” del potere di polizia sul commercio, ha una portata ampia e assolutamente contemporanea (n.d.a. norma risalente al 1931):

“1. Oltre i casi indicati dalla Legge, il questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini. 2. Qualora si ripetano i fatti che hanno determinato la sospensione, la licenza può essere revocata”.

A parte le ipotesi fattuali chiaramente descrittive, le previsioni “aperte” della norma (i “ritrovi” e i “pericoli” ai beni giuridici sensibili) consentono un intervento sostanzialmente “in bianco” a cui la giurisprudenza amministrativa ha posto solo i necessari (e minimali) correttivi interpretativi per allinearne l’applicazione ai principi costituzionali. L’orientamento che si è nel tempo consolidato, infatti, non assegna all’articolo 100 T.U.L.P.S. una funzione di “punire” l’attività di pubblico esercizio ma solo quella di tutelare le esigenze di polizia, indipendentemente da responsabilità o addebiti ascrivibili al titolare -che ben potrebbero non sussistere-.

Civilisticamente si tratta, quindi, di un “rischio di impresa” che come tale si affronta e gestisce in un ottica di costi-benefici, piuttosto che di rischio-profitto. Nel campo del gioco lecito, l’articolo 100 T.U.L.P.S. ha trovato sporadica -e spesso equivoca- applicazione soprattutto nel segmento degli ambienti dedicati di gioco lecito già sottoposti ad una mole tale di prescrizioni di polizia e adempimenti amministrativi da far ritenere “sufficiente” il controllo di verifica sui “doveri imposti” per mantenere in equilibrio l’ordine pubblico.

A ciò si aggiunga che – spesso – l’azione di ripristino dell’ordine pubblico si “è colorato” di un approccio sanzionatorio-punitivo ed è, pertanto, ricorsa a norme che possono infliggere sospensioni di attività giuridicamente più penalizzanti.

Ciò ha generato, tuttavia, un triplice ordine di effetti collaterali: si sono esasperati i controlli formali e documentali, suggerendo all’industria un addestramento del personale di sala orientato solo agli adempimenti da rispettare e non anche ai “rischi imprenditoriali” da evitare; la gestione delle “negative frequentazioni” non è entrata nelle procedure aziendali;
la “frequentazione – media” degli ambienti dedicati (con i dovuti distinguo tra metropoli – piccole città – centri turistici) è “da articolo 100” come, peraltro, confermato dalle centinaia di visite mensilmente effettuate e rendicontate dallo staff per raccogliere dati (anche di questa natura).

Durante i corsi di formazione si forniscono elementi per avviare e implementare nel tempo una nuova considerazione su questo profilo di rischio imprenditoriale suggerendo, in primo luogo, una policy orientata a considerare i preposti come realtà organiche all’attività e non solo “addetti dal minor costo possibile”. Il positivo feedback che molte imprese ci hanno trasmesso ci conforta sul fatto che, laddove si sia investito sull’elevazione (quantitativa – qualitativa – motivazionale) del personale di sala, i risultati non si sono fatti attendere.

Avv. Michele Franzoso

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