Roma, Consiglio di Stato respinge altri ricorsi contro limiti orari slot: “Esigenze di tutela salute prevalenti su quelle economiche”

Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – una serie di ricorsi contro i limiti orari degli apparecchi da gioco a Roma. La scorsa settimana era stata già presa la stessa decisione. Nei ricorsi veniva chiesta la riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio con cui si confermava la validità del l’ordinanza del Sindaco di Roma Capitale n. 111 del 26 giugno 2018, avente ad oggetto “Disciplina degli orari di funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago con vincita in denaro di cui all’art. 110, comma 6, del TULPS, installati nelle sale gioco e nelle altre tipologie di esercizi, autorizzati ex artt. 86 e 88 del TULPS” con cui è stato ordinato, tra l’altro, che “l’orario di funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago con vincita in denaro di cui all’art.110, comma 6 del TULPS, ovunque collocati nelle sale gioco e/o nelle altre tipologie di esercizi autorizzati ai sensi degli articoli 86 ed 88 del TULPS, sia fissato come segue: dalle ore 9,00 alle ore 12,00 e dalle 18,00 alle ore 23,00 di tutti i giorni, festivi compresi;” e che gli “apparecchi di cui sopra, nelle ore di sospensione del funzionamento, debbano essere spenti tramite l’apposito interruttore elettrico di ogni singolo apparecchio ed essere mantenuti non accessibili”.

Per il Consiglio di Stato: “Il Tar ha ritenuto, in particolare, che le limitazioni orarie imposte dall’ordinanza impugnata rispettassero i principi di logicità e proporzionalità. Inoltre, sarebbe evidente che una illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco accrescerebbe esponenzialmente il rischio di diffusione di fenomeni legati alla dipendenza. In ogni caso, sarebbe stato ritenuto salvaguardato l’equo contemperamento degli interessi tra la tutela della salute e la libertà di iniziativa privata.

L’appellante deduce l’erroneità della sentenza impugnata, atteso che l’ordinanza comunale sarebbe illegittima poiché nella stessa sono dettate disposizioni che incidono sull’accensione e sullo spegnimento degli apparecchi installati nelle sale giochi che sono di competenza dell’autorità di pubblica sicurezza e non già del Sindaco; poiché i singoli enti devono operare nell’ambito dello schema delle misure concordate e devono esercitare le rispettive funzioni negli spazi lasciati liberi dall’intesa tra Governo, Regioni ed Enti Locali ai sensi dell’articolo 1, comma 936, della legge 28 dicembre 2015, n. 2018, concernente le caratteristiche dei punti di raccolta del gioco pubblico (Conferenza Unificata rep atti 103/CU del 7 settembre 2017); per sviamento di potere, non costituendo le prescrizioni contenute nell’ordinanza sindacale mera attuazione della legge regionale sulla ludopatia, ma volendo le stesse costituire la disciplina di aspetti di tutela della salute pubblica riservati, invece, allo Stato e alla Regione; per difetto di istruttoria.

Con il primo motivo di gravame la Società ha dedotto l’erroneità della sentenza per illegittimità del Regolamento comunale e dell’ordinanza del Sindaco per violazione dell’art. 117 della Costituzione, oltre al difetto di motivazione e all’omessa pronuncia.

La sentenza appellata sarebbe frutto di un superficiale esame della normativa vigente in materia di tutela della salute pubblica, pervenendo a conclusioni, all’apparenza fondate sulla decisione sentenza della Corte Costituzionale n. 108/2017 relativa legge regionale della Puglia n. 43/2013 – avente ad oggetto il “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico” – ma che di fatto ne tradirebbero l’effettiva ed esatta portata.

Mentre, infatti, le modalità di installazione e utilizzo degli apparecchi da gioco rientrano nell’ambito della materia della “sicurezza” e, quindi, sono finalizzate alla prevenzione dei reati e al mantenimento dell’ordine pubblico (materie entrambe oggetto della competenza legislativa dello Stato e non delle Regioni), le misure contenute nella citata legge regionale n. 43/2013 hanno l’esclusiva finalità di tutelare la “salute pubblica”. Nel provvedimento sindacale impugnato sono dettate disposizioni che incidono sull’accensione e sullo spegnimento degli apparecchi installati nelle sale giochi che, come si desume dalla sentenza della Corte, sarebbero di esclusiva competenza dell’autorità di pubblica sicurezza e non del Sindaco.

Tale motivo di gravame non sarebbe stato esaminato dal giudice di primo grado.

Con la seconda censura la Società si duole dell’omessa motivazione in relazione alla doglianza concernente il contrasto con la legge regionale n. 5/2013, oltre che l’erroneità dei presupposti di fatto e l’eccesso di potere in tutte le sue forme.

Sarebbe evidente il contrasto del citato regolamento Comunale con la legge regionale, dal momento che il potere conferito al Sindaco, volto a limitare l’orario di apertura delle sale gioco, sarebbe fondato sulla presunzione di assicurare, in questo modo, la tutela della salute: trattasi di bene primario che, invece, secondo la legge regionale, necessita per la sua tutela del ricorso a misure terapeutiche di sostegno delle persone affette da ludopatia e non di semplici riduzioni di orario di accesso alle sale gioco, fissate, tra l’altro, senza criterio. Il provvedimento sarebbe, quindi, irragionevole; ciò sarebbe provato anche dal fatto che la legge regionale non contempla la limitazione degli orari di apertura delle sale gioco tra le misure idonee per la realizzazione della tutela della salute pubblica.

Né tale conclusione potrebbe essere smentita per il fatto che l’art. 50 del d.lgs. n. 267/2000 consente ai Sindaci di regolamentare l’apertura dei pubblici esercizi, essendo, quest’ultima, una norma generale che risulta derogata da quella speciale regionale, appositamente dettata per la cura della ludopatia.

In tal modo si favorirebbe, inoltre, il gioco clandestino, rendendo ancor più difficile l’attuazione delle misure previste nel piano socio-sanitario regionale, fondato su approfonditi studi scientifici di settore, per tutelare la salute dei cittadini affetti da tale grave dipendenza.

Il provvedimento impugnato non sarebbe, quindi, idoneo ad assicurare effetti terapeutici sui soggetti affetti da ludopatia, mancando qualsiasi dimostrata connessione funzionale tra la malattia e la misura amministrativa adottata. La sentenza impugnata sarebbe, dunque, erronea laddove afferma che l’ordinanza ha “una valenza fortemente preventiva”.

Con il terzo motivo l’appellante si duole dell’erronea valutazione dei presupposti di fatto e diritto del provvedimento impugnato in primo grado. L’ordinanza impugnata avrebbe omesso di considerare che la disciplina delle attività economiche è improntata al principio di libertà di accesso, di organizzazione e di svolgimento nel rispetto del principio di proporzionalità, che nella specie sarebbe stato violato, dal momento che il provvedimento impugnato sarebbe palesemente smentito e contraddetto dalle risultanze istruttorie.

Nell’ordinanza sarebbero richiamati dati generici tratti dal Sistema Informativo Regionale Dipendenze del Lazio presso i Ser. D (Servizi pubblici per le Dipendenze) delle ASL del Lazio, secondo cui emerge “un aumento progressivo del numero di soggetti in carico ai servizi di cura per le dipendenze del Lazio e di Roma; in particolar modo dal grafico allegato al focus di cui sopra l’andamento temporale dei pazienti in trattamento presso i Ser. D di Roma e del Lazio negli ultimi 6 anni (2012 -2017) mostra un aumento progressivo delle presenze nei servizi di cura passato, a Roma, dagli 82 casi del 2012 ai 323 casi del 2017, mentre nel Lazio si passa dai 165 casi del 2012 ai 613 del 2017”. Il Comune ha omesso di considerare che dal 2011 al 2018 la popolazione di Roma Capitale è aumentata di oltre 240 mila persone (da 2.614.263 milioni di residenti nel 2011 a 2.856.133 milioni nel 2018), non avvedendosi che il numero dei ludopatici, proprio nel periodo appena precedente l’adozione dell’ordinanza, era obiettivamente e significativamente diminuito.

Risulterebbe, dunque, violato anche il principio secondo cui l’intervento dell’autorità in materia di apertura delle sale giochi deve contemplare un accurato bilanciamento tra valori ugualmente sensibili (il diritto alla salute e l’iniziativa economica privata), sulla scorta di approfondite indagini sulla realtà sociale della zona e sui quartieri limitrofi, con l’acquisizione di dati ed informazioni – il più possibile dettagliati ed aggiornati – su tendenze ed abitudini dei soggetti coinvolti.

L’ordinanza del Sindaco di Roma sarebbe, inoltre, viziata dalla completa assenza di qualsiasi considerazione degli interessi dei gestori, in violazione del principio di proporzionalità, oltre ad essere contradditoria, dato che la chiusura quotidiana del gioco sarebbe di 16 ore su 24.

In ordine alla riduzione dell’orario, anche la Conferenza Unificata Stato/Regioni del 7 settembre 2017, oltre a rappresentare “l’opportunità di far fronte adeguatamente e con prontezza a situazioni emergenziali di pericolosità sociale del diffondersi di illegalità e disagio connessi al gioco”, ha statuito la “facoltà di stabilire per le tipologie di gioco delle fasce orarie fino a 6 ore complessive di interruzione quotidiana di gioco. La distribuzione oraria delle fasce di interruzione del gioco nell’arco della giornata va definita d’intesa con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in una prospettiva il più omogenea possibile nel territorio nazionale e regionale, anche ai fini del futuro monitoraggio telematico nel rispetto dei limiti così definiti”.

Si tratterebbe, dunque, di una vincolante limitazione massima di chiusura quotidiana, fissata in sei ore complessive al giorno, che demanda alle amministrazioni locali la loro concreta declinazione nell’arco della giornata entro tale limite massimo. Anche per questo emergerebbe l’illegittimità dell’ordinanza sindacale, che ha previsto, invece, ben 16 ore di chiusura.

Con l’Intesa è stato, inoltre, stabilito che la distribuzione delle fasce di interruzione del gioco deve essere definita d’accordo con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che, nella specie, non c’è stato.

L’impugnata ordinanza sarebbe affetta da irragionevolezza e mancata proporzionalità degli interessi in gioco, non essendo state tenute in conto le ricadute sull’occupazione e, più generalmente, sull’organizzazione imprenditoriale dell’attività.

Infine, tale provvedimento sarebbe affetto da un evidente sviamento di potere poiché fondato su erronee statuizioni di fatto. In tal senso, l’incremento della raccolta monetaria delle sale gioco sarebbe conseguente al continuo proliferare di nuovi giochi messi in commercio dallo Stato, risultando, pertanto, inutile la misura del doversi attenere agli orari di apertura e chiusura dettati per le sale giochi.

L’introduzione di orari restrittivi per l’ingresso nelle sale giochi non avrebbe alcuna rilevanza positiva neppure sul contrasto alla patologia della ludopatia, anzi, rappresenterebbe una misura distorsiva della concorrenza a favore degli altri esercizi commerciali non sottoposti a tale restrizione.

L’appello è infondato.

Deve premettersi che nell’ordinanza appellata è stato, tra l’altro, evidenziato che la “misura (appare) adeguata per contemperare le primarie esigenze di tutela della salute pubblica con gli interessi economici degli operatori del settore e idonea a prevenire e contrastare fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo” e precisato che si ritiene opportuno “disciplinare uniformemente gli orari di funzionamento degli apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro ovunque collocati nelle sale gioco e/o negli altri esercizi, autorizzati ex artt. 86 ed 88 TULPS, anche nell’ottica di contrastare l’insorgere di abitudini collegate alla possibilità di utilizzo degli apparecchi stessi da parte degli studenti, con particolare riferimento agli orari di uscita dalle scuole e con l’intento di prevenire la trasmigrazione degli utenti dall’una all’altra tipologia di esercizio, fenomeno che verosimilmente si verificherebbe in caso di diversificazione degli orari”.

Nelle premesse dell’ordinanza è stato, inoltre, dato atto della patologia di cui soffrono i soggetti affetti da sindrome da gioco con vincita in denaro (GAP) e da un lato è stato richiamato il costante orientamento giurisprudenziale che ritiene ammissibile l’intervento del Sindaco nel prevenire e ridurre i rischi da gioco d’azzardo, anche stabilendo una disciplina oraria degli esercizi e, dall’altro, sono stati richiamati i dati e le informazioni acquisiti dall’Amministrazione. È stato così precisato che “il diffondersi del fenomeno della ludopatia, che riguarda tutte le fasce di età, comporta, costi portanti di intervento che si ripercuotono sul sistema delle Amministrazioni locali, con particolare riferimento alle prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da tale tipologia anche a sostegno del nucleo familiare di appartenenza” e che “tra i compiti e gli obiettivi dell’Ente Locale, nell’ambito delle proprie competenze, rientrano le azioni tese ad individuare e porre in essere misure idonee a contenere e contrastare il fenomeno legato al vizio di gioco o gioco compulsivo, anche attraverso interventi volti a regolare e limitare l’accesso alle apparecchiature di gioco, soprattutto per tutelare i soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi e, quindi, maggiormente esposti alla capacità suggestiva dell’illusione di conseguire, tramite il gioco, vincite e facili guadagni”.

Con riferimento alle specifiche censure dell’appellante, devono, innanzitutto, richiamarsi le statuizioni di questo Consiglio, secondo cui: “la giurisprudenza amministrativa in materia ha ormai univocamente chiarito che la revisione contenuta nell’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267/2000, ha carattere generale, riconoscendo pertanto al sindaco il potere di disciplinare gli orari delle sale da gioco o di accensione e spegnimento degli apparecchi durante l’orario di apertura degli esercizi, in cui i medesimi sono installati, puntualizzando che un simile potere non interferisce con quello degli organi statali preposti alla tutela dell’ordine e della sicurezza, atteso che la competenza di questi ha ad oggetto rilevanti aspetti di pubblica sicurezza, mentre quella del Sindaco concerne in senso lato gli interessi generali della comunità locale, con la conseguenza che le rispettive competenze operano su piani diversi e non è configurabile alcuna violazione. dell’art. 117, comma 2, lett. h), Cost.” (cfr. Cons. Stato, sez. V, 20 ottobre 2015, n. 4784; 22 ottobre 2015, n. 4861).

Con riferimento alle censure avversarie secondo cui l’Amministrazione non avrebbe osservato le disposizioni dell’intesa Stato-Regioni del 7 settembre 2017, ed in particolare quelle relative alle disposizioni orarie, deve premettersi che la materia del contrasto alla ludopatia è stata disciplinata dalla legge n. 208 del 2015 (legge di stabilità per il 2016) che, all’art. 1, comma 936, ha previsto che “Entro il 30 aprile 2016, in sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sono definite le caratteristiche dei punti di vendita ove si raccoglie gioco pubblico, nonché i criteri per la loro distribuzione e concentrazione territoriale, al fine di garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età. Le intese raggiunte in sede di Conferenza unificata sono recepite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le Commissioni parlamentari competenti“.

La Conferenza unificata ha concluso i suoi lavori con l’intesa sancita nella seduta del 7 settembre 2017, in cui è stata richiamata la possibilità di “riconoscere agli Enti locali la facoltà di stabilire per le tipologie di gioco delle fasce orarie fino a 6 ore complessive di interruzione quotidiana di gioco“. Si è, inoltre, stabilito che: “Le disposizioni specifiche in materia, previste in ogni Regione o Provincia autonoma, se prevedono una tutela maggiore, continueranno comunque ad esplicare la loro efficacia“.

E’ stato, in proposito, affermato da questa Sezione che: “Alla luce dei riportati contenuti dell’intesa è corretto affermare che principio generale della materia è la previsione di limitazioni orarie come strumento di lotta al fenomeno della ludopatia” (cfr. Cons. Stato, sez. V, 5 giugno 2018, n. 3382).

Dall’esame del succitato disposto normativo di cui all’art. 1, comma 936, della legge n. 208 del 2015, deve confermarsi, dunque, l’orientamento più volte espresso dalla giurisprudenza amministrativa, secondo cui l’intesa del 7 settembre 2017 non costituisce un atto vincolante, non essendo stato ancora adottato il decreto Ministeriale previsto a conclusione dell’iter di emanazione del provvedimento stesso; l’intesa non è ancora un atto completo, perché il potere dello Stato non è stato ancora esercitato.

Ne consegue l’infondatezza anche del profilo di censura concernente l’assunta illegittimità dell’ordinanza comunale in seguito al mancato accordo con l’Agenzia dei Monopoli previsto dall’atto d’intesa.

Riguardo alle censure di difetto di istruttoria, nelle premesse dell’ordinanza comunale sono stati indicati numerosi elementi, confermati dalla documentazione versata in atti, da cui emergono le ragioni dell’emissione del provvedimento stesso. Invero: la nota acquisita al prot. QH9263/2018 ha fornito i dati tratti dal Sistema Informativo Regionale Dipendenze del Lazio presso i Ser.D (Servizi pubblici per le Dipendenze) delle ASL del Lazio relativi a persone in trattamento per problematiche relative al gioco d’azzardo patologico; nella Relazione 2016 e nell’allegato focus descrittivo sui pazienti in trattamento per disturbo da gioco d’azzardo nei servizi Ser.D del Lazio e di Roma aggiornato al 2017, emerge un aumento progressivo del numero di soggetti in carico ai servizi di cura per le dipendenze del Lazio e di Roma; in particolar modo dal grafico allegato al focus di cui sopra l’andamento temporale dei pazienti in trattamento presso i Ser.D di Roma e del Lazio negli ultimi 6 anni (2012-2017) mostra un aumento progressivo delle presenze nei servizi di cura passato, a Roma, dagli 82 casi del 2012 ai 323 casi del 2017, mentre nel Lazio si passa dai 165 casi del 2012 ai 613 del 2017; la nota acquisita al prot. QH/31769 dell’1 giugno 2018 ha fornito un aggiornamento dei dati riferiti ai primi mesi del 2018, confermando la tendenza ad un aumento dei soggetti che richiedono interventi socio-sanitari per problemi legati al disturbo da gioco d’azzardo (218 casi nel periodo compreso tra gennaio e maggio 2018). Risulta, dunque, evidente il notevole aumento di casi denunciati nella città di Roma che, nell’arco di 5 anni, è passato da 82 a 323; solo nei primi mesi del 2018 si aggiungono 218 casi; dall’esame dei dati in possesso dell’Amministrazione è risultata evidente una significativa diffusione del gioco d’azzardo, con un elevato numero di aperture di sale da gioco autorizzate ex art. 86, comma 1, del TULPS (pari ad oggi a circa 587) e SCIA/Comunicazioni di installazione, produzione, importazione e gestione anche indiretta, autorizzate ex art. 86, comma 3, del TULPS di apparecchi di cui all’articolo 110, commi 6 e 7, del T.U.L.P.S (pari ad oggi a circa 1062) e di sale ex art. 88 TULPS di competenza della Questura di Roma (pari a circa 1.116).

Nell’ordinanza sono state anche richiamate fonti scientifiche (studio sulle “Dipendenze Comportamentali/gioco d’azzardo patologico: progetto sperimentale nazionale di sorveglianza e coordinamento/monitoraggio degli interventi” curato dal Ministero della Salute), e prima dell’emanazione dell’ordinanza è stata esaminata anche la documentazione trasmessa dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli da cui emerge che nel Lazio nell’anno 2016 la raccolta è aumentata rispetto all’anno 2015 (passando dal 9,02% al 10,18%) e che nel Comune di Roma, nello stesso periodo, si è passati da € 5.008.508.830,68 dell’anno 2015 a € 5.428.967.210,85 nell’anno 2016.

Dalla documentazione riferita ai singoli tipi di gioco, si evince, inoltre, come la raccolta più elevata venga fatta con riferimento alle V7 (apparecchi a scommessa multipla a totalizzatore su base ippica), VLT (la cui caratteristica peculiare è quella di offrire più giochi e le vincite avvengono sulla base del calcolo del ciclo di Payout stabilito dal Concessionario su base sia di sala, sia di circuito, sia nazionale) e videogiochi e slot machine, che rappresentano, dunque, i giochi più insidiosi.

Come statuito dalla costante giurisprudenza di questo Consiglio, appare evidente, dunque, l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure poste in essere, che impediscono l’utilizzo di tali apparecchi oltre un tempo ritenuto congruo di 8 ore giornaliere, con riferimento agli obiettivi perseguiti di prevenzione, contrasto e riduzione del gioco d’azzardo.

Significativo il recente studio dell’Eurispes (Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali) “Gioco pubblico e dipendenze nel Lazio. Focus sulla città di Roma”, da cui emerge che nell’anno 2018 la Regione Lazio è la seconda regione (dopo la Lombardia e, prima della Campania) come volume di gioco e che la città di Roma rappresenta i due terzi del volume di gioco di tutta la Regione Lazio; inoltre, sempre nell’anno 2018, la maggior parte delle Regioni hanno segnalato un aumento dei volumi di gioco, con l’eccezione del Lazio e del Piemonte relativamente ai quali sono stati adottati provvedimenti limitativi degli orari relativi ai giochi d’azzardo.

Anche da altre pubblicazioni si rileva come Roma sia una delle città più afflitte della ludopatia, che coinvolge soprattutto i giovani.

Le ricerche condotte dall’Eurispes e la circostanza che nelle Regioni del Lazio e del Piemonte il volume di gioco dal 2017 al primo trimestre del 2019 sia diminuito, comprova come la misura della regolazione dell’orario di apertura/chiusura delle sale slot non sia indifferente alla prevenzione ed al contrasto del gioco patologico.

L’ordinanza di Roma Capitale è diretta, altresì, alla tutela dei minori, ai quali il gioco d’azzardo è vietato per legge; l’apertura delle sale da gioco con apparecchi di intrattenimento e svago con vincita in denaro limitata alle fasce orarie in cui i minori sono tendenzialmente occupati in altre attività costituisce, dunque, un efficace deterrente per gli stessi.

Da tale composito e complesso quadro giuridico emerge non solo e non tanto la legittimazione, ma l’esistenza di un vero e proprio obbligo a porre in essere da parte dell’amministrazione, nel caso di specie quella comunale, interventi limitativi nella regolamentazione delle attività di gioco, ispirati per un verso alla tutela della salute, che rischia di essere gravemente compromessa per i cittadini che siano giocatori e quindi clienti delle sale gioco, per altro verso al principio di precauzione, citato nell’art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), il cui scopo è garantire un alto livello di protezione dell’ambiente grazie a precise prese di posizione preventive in caso di rischio, ma il cui campo di applicazione è molto più vasto e si estende anche alla politica dei consumatori, alla legislazione europea sugli alimenti, alla salute umana, animale e vegetale.

L’assioma fondamentale di tale ultimo principio è che nell’ipotesi di un rischio potenziale, laddove (come nella specie) vi sia un’identificazione degli effetti potenzialmente negativi di un’attività (come nella specie risulta dallo stesso decreto Balduzzi) e vi sia stata una valutazione dei dati scientifici disponibili, è d’obbligo predisporre tutte le misure per minimizzare (o azzerare, ove possibile) il rischio preso in considerazione, pur sempre nel rispetto del principio di proporzionalità e di contemperamento degli interessi coinvolti” (Cons Stato, V, 8 agosto 2018, n. 4867).

Le finalità preventive dell’ordinanza appaiono, dunque, del tutto legittime e adeguatamente motivate, con specifico riferimento alle esigenze di tutela della salute pubblica e del benessere individuale e collettivo dei cittadini.

Con riferimento all’assunta inefficacia delle misure contenute nell’ordinanza comunale rispetto alle finalità di contrasto alla ludopatia, la giurisprudenza ha ritenuto che tali censure “si risolvono in generiche affermazioni, non essendo supportate da alcuna analisi seria sulla ludopatia nel territorio comunale, e vanno quindi considerate affermazioni di indimostrata efficacia, inidonee a porre in discussione tanto la proporzionalità quanto la ragionevolezza del mezzo…..rispetto al fine…soprattutto se si argomenta in termini di obiettivo da raggiungere che è quello del disincentivo piuttosto che quello della eliminazione del fenomeno che viene affrontato, la cui complessità non è revocabile in dubbio, e per il quale non esistono soluzioni di sicuro effetto” (Cons. Stato, V, 13 giugno 2016, n. 2519).

Riguardo al dedotto omesso bilanciamento fra gli interessi coinvolti: “la Sezione ha osservato come le Amministrazioni con l’adozione di ordinanze analoghe a quella qui in esame, abbiano realizzato un ragionevole contemperamento degli interessi economici degli imprenditori del settore con l’interesse pubblico a prevenire e contrastare i fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, non essendo revocabile in dubbio che un’illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco accresca il rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza, con conseguenze pregiudizievoli sia sulla vita personale e familiare dei cittadini, che a carico del servizio sanitario e dei servizi sociali, chiamati a contrastare patologie e situazioni di disagio connesse alle ludopatie” (Cons. Stato, V, 8 agosto 2018, n. 4867).

Inoltre, anche alla luce delle decisioni della Corte di giustizia UE nel settore dell’esercizio dell’attività imprenditoriale del gioco lecito le esigenze di tutela della salute vengono ritenute del tutto prevalenti rispetto a quelle economiche (cfr. Cons. Stato, V, 8 agosto 2018, n. 4867; 6 settembre 2018, n. 5237; VI, 11 marzo 2019, n. 1618), come già statuito dalla giurisprudenza precedente, che aveva posto in rilievo che il Trattato CE “fa salve eventuali restrizioni imposte dai singoli Stati membri giustificate, tra l’altro, anche da motivi di tutela della salute pubblica e della vita delle persone; nel territorio di uno stato membro sono ammissibili restrizioni che vadano sino al divieto delle lotterie e di altri giochi a pagamento con vincite in denaro, trattandosi di un divieto pienamente giustificato da superiori finalità di interesse generale” (Cons. Stato, V, 23 ottobre 2014, n. 5251; VI, 20 maggio 2014, n. 2542).

E’ stato anche osservato che: “l’art. 41 Cost. consente al legislatore di stabilire limiti all’iniziativa economica imprenditoriale a tutela dell'”utilità sociale”; tale locuzione è stata intesa come comprensiva di tutti i diritti che ricevano pari tutela a livello costituzionale, tra i quali, in primo luogo, il diritto alla salute di cui all’art. 32 Cost. Nei casi – come quello in esame – di possibile interferenza dell’attività imprenditoriale con la salute dei cittadini spetta al legislatore operare il necessario bilanciamento degli interessi, anche ponendo limiti all’esercizio della prima” (Cons. Stato, V, n. 3382 del 2018).

Riguardo all’assunto contrasto dell’ordinanza con l’interesse economico dell’Erario alla riscossione dei proventi del gioco, come affermato dalla Corte Costituzionale: “è la garanzia dei diritti incomprimibili (come quello alla salute) ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione” (Corte Costituzionale, sentenza n. 275 del 2016).

Alla luce delle suesposte considerazioni l’appello va respinto.

Sussistono, tuttavia, giusti motivi per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate”.