La norma oggetto del ricorso alla Corte Costituzionale stabilisce che si debba considerare “nuova installazione, ai fini di quanto previsto dal comma 1 […] b) l’installazione dell’apparecchio in altro locale in caso di trasferimento della sede dell’attività”. Oggi è prevista l’udienza in Corte Costituzionale.

“La finalità dell’intervento normativo in commento è evidentemente quella di prevenire la diffusione dei fenomeni di dipendenza dal gioco e di tutelare determinate categorie di persone particolarmente esposte ai rischi che ne derivano, individuando a tale scopo luoghi sensibili in prossimità dei quali non è possibile aprire centri di scommesse o installare nuovi apparecchi.

L’art. 1, comma 2, della legge n. 18/2021 aggiunge all’art. 6 della legge regionale n. 24/2020 il seguente comma 9-bis: «Ai fini di quanto stabilito dal comma 1, la stipulazione di un nuovo contratto da parte dell’originario contraente già autorizzato alla raccolta delle scommesse, anche con un differente concessionario, nel caso di risoluzione, scadenza, voltura della licenza tra parenti in linea retta o rescissione di un contratto in essere, non costituisce nuova installazione. Costituisce nuova installazione la cessione della licenza ad altro soggetto»”.

Oggetto della impugnativa è, in particolare, la previsione dell’ultimo periodo del comma 2 dell’articolo 1 della legge regionale n. 18/2021 che considera appunto “nuova installazione la cessione della licenza ad altro soggetto”.

La ratio alla base della normativa, che disciplina le autorizzazioni di polizia, risiede nell’opportunità di evitare che le stesse vengano rilasciate a soggetti che, per i loro comportamenti pregressi, denotino scarsa affidabilità, potendo in astratto costituire un pericolo per l’incolumità e l’ordine pubblico. Ma per l’Avvocatura dello Stato “è di tutta evidenza, allora, che il comma 2 dell’articolo 1 della legge regionale n. 18/2021, nella parte in cui contempla «la cessione della licenza ad altro soggetto», detta una previsione normativa in materia di «ordine pubblico e sicurezza». E in questo caso la legge regionale andrebbe a sconfinare in competenze che non gli sono proprie: per l’appunto ‘ordine pubblico e sicurezza’”.

In definitiva, si legge nell’impugnativa, “l’esigenza di garantire uniformità a livello nazionale in materia di ordine pubblico e sicurezza appare compromessa dalla «cessione della licenza ad altro soggetto» prevista dalla norma impugnata, che il legislatore siciliano ha emanato mancando di considerare che tale licenza, come tutte le licenze di polizia (ex art. 8 TULPS), e’ di natura personale e perciò non può essere trasferita dal titolare ad un terzo se non nei casi previsti dalle leggi statali richiamate”, conclude l’Avvocatura dello Stato.