“Nell’edilizia, nella manifattura, nell’industria pesante, nell’artigianato, nel commercio, nell’agricoltura, nelle professioni e persino nelle banche e nelle assicurazioni: l’Italia è l’unico Paese del Mondo a non aver risparmiato uno stato di crisi a nessuno, ed è anche – forse – l’unico Paese al Mondo che esce dalle crisi senza adottare nessuna specifica Politica di contrasto o di reazione ad esse” afferma l’avvocato Michele Franzoso.

“La storia delle crisi viene scritta da chi ne esce (più forte di prima), quindi non compaiono mai termini come acquisizioni selvagge, cannibalizzazioni, fallimenti provocati, ma solo concetti più “neutri” come sacrificio, resistenza, ottimizzazione di performance. In realtà la statistica delle crisi italiane è un “copia e incolla”; le crisi non vengono decretate come chiuse quando il settore si è ripreso, a seguito della sconfitta delle ragioni che l’hanno creata, bensì quando i pochi “superstiti” del comparto si considerano “sazi” della quota di mercato che sono riusciti a consolidare a discapito dei falliti.

Il gioco lecito seguirà la stessa sorte? Non si comprende perché ne dovrebbe avere una diversa, visto che senza ombra di dubbio è un “settore” e altrettanto chiaramente annovera operatori che si caratterizzano per un dimensionamento oscillante tra l’individualità e il gruppo industriale multi-nazionale. Al cospetto di una crisi di settore (che i vari rappresentanti di categoria hanno conclamato) lo sviluppo “logico” della stessa è – apparentemente – già scritto. C’è chi opera solo nel mercato italiano, interamente sottoposto alla draconiana leva fiscale tricolore, ed è costretto a pagare tutti i costi della burocrazia più cara ed inefficiente del Mondo. C’è chi fa pianificazione fiscale internazionale da anni, ovvero – da tempo – genera ricavi tanto dalla “produzione” quanto dalla “finanziarizzazione”, riuscendo a trasformare un debito in un patrimonio.

Il primo si estingue, esangue, il secondo esce dalla crisi con la maggioranza del mercato: questo dice la statistica, che, nel suo semplicistico “riassunto”, contempla anche la possibilità di una terza via, dedicata a chi, ancora dotato di patrimonializzazione e capitali, decida di intraprendere scelte di alto coraggio e rischio. L’interessante tavola rotonda che stamane si è tenuta all’Enada ha ben sviscerato tutto e il contrario di tutto, per ciò che riguarda le “ragioni” della crisi del settore del gioco terrestre. Il dibattito – prosegue Franzoso – si è poi “incagliato” su un equivoco, ovvero sul come arginare i fattori di crisi e invertire i processi implosivi che stanno attaccando il settore. L’equivoco sta nel fatto che durante le crisi “chi spera di tornare indietro, o di fermare un processo”, è già morto, mentre chi intravede un sentiero per restare a galla proprio sul percorso delineato dalla crisi stessa, allora beneficerà degli altrui fallimenti (che nessuno potrà evitare, ma che solo in pochi trasformeranno in risorsa).

Ecco, se ci fosse stato questo approfondimento, il messaggio sarebbe stato sicuramente diverso, e avrebbe raggiunto chi conta. La Politica? No, La società civile? No, il Denaro. In molti, stamane, hanno evidenziato come la comunicazione di settore sia – ancora, dopo tanti anni critici, – vittima di una inidoneità oggettiva al raggiungimento di quella strategica audience senza la quale i posti di lavoro e il PIL di settore diventano “politicamente e socialmente irrilevanti”. Ebbene, occorre rimuovere questo secondo equivoco: la Politica e la società che in Italia si affermano non sono condizionate “dalla verità”, ma dalle dinamiche che il denaro crea.

Come si fa a “parlare al denaro” e a convincerlo a entrare nella scommessa sull’esito della crisi del gioco lecito terrestre ? Un buon inizio sarebbe quello di parlare la sua lingua, e quindi rappresentare le possibili economie di scala raggiungibili attraverso la ri-definizione dei concetti di mercato di gioco – di servizio di gioco – di raccolta di gioco (e rispettive marginalità). Con la “prosa” del settore si tutela la memoria, ma non i lavoratori delle aziende” conclude Franzoso.