«Qualcuno di noi stava per comprare casa, altri hanno mutui da pagare, figli da mantenere. Ci ritroviamo senza lavoro da un giorno all’altro, siamo disperati, non sappiamo cosa fare». È il grido d’aiuto lanciato alla Gazzetta di Reggio in un articolo a firma Martina Riccò da sette dipendenti delle sale slot Admiral di Reggio Emilia, che sono state chiuse in città tra l’inizio del 2020 e la scorsa settimana. «La chiusura è stata disposta dal Comune sulla scorta della legge che prevede che la sala non si trovi vicino a luoghi sensibili come le scuole – spiegano Lilia, Ramona, Rosangela, Gianluca, Zaira, Luisa e la direttrice Barbara, che ieri mattina si sono presentati nella nostra redazione –. Ma noi ora ci ritroviamo, con altre quattro persone, senza lavoro. E abbiamo famiglie da mantenere, progetti, sogni andati in fumo in un istante».

La prima a chiudere, il 10 febbraio del 2020, è stata la sala in viale Piave. Due giorni dopo i sigilli sono stati messi anche a quella in via Gigli. Poi è scoppiata l’emergenza Covid.

«Ed è questo che – spiegano i sette colleghi, che sono anche amici – ci ha fatto forse stare peggio: dopo un anno e mezzo in cui non abbiamo lavorato mai, neanche un giorno, eravamo contenti di aver finalmente riaperto. Ma dopo tre giorni sono arrivati gli agenti della polizia locale e hanno messo i sigilli anche alla sala di via Daniele da Torricella». «Io stavo parcheggiando la macchina – ricorda Zaira – e i miei colleghi mi hanno telefonato dicendo di tornare a casa, perché avrei trovato tutto chiuso». «Io invece ero di turno – racconta Gianluca – e prima mi sono sentito fare i complimenti perché era tutto in regola, tutto perfetto dal punto di vista igienico e delle normative Covid, poi la mazzata: vi chiudiamo».

Al trauma di trovarsi all’improvviso senza un lavoro si somma la paura, fortissima, di non trovare altro sul mercato: «Ho 52 anni – dice chiaramente Barbara – chi è che potrebbe mai assumermi? E mio marito lavora nel mio stesso settore, quindi al momento potremo contare sul suo stipendio, ma chissà fino a quando…».

La speranza dei dipendenti è che la sala di via Gigli possa essere riaperta, perché sufficientemente lontana dal liceo Moro. Ma la rabbia resta: «Capiamo che il gioco d’azzardo sia visto di cattivo occhio – si sfoga Ramona – ma se si vuole togliere alle persone la possibilità di giocare allora vietiamo tutto: le macchinette nei bar, dove possono entrare anche i minorenni, i gratta e vinci, le lotterie. Nelle nostre sale il gioco è sotto controllo e noi veniamo formati per intervenire quando i clienti dimostrano di essere in difficoltà».

«Ma se ci chiudono le sale perché vicine a luoghi sensibili – rincara la dose Lilia – almeno diano la possibilità alla nostra azienda di ricollocare le sale in luoghi idonei: invece ogni proposta è sempre stata rifiutata o non presa in considerazione». «Come noi», riflette animatamente il gruppo.

«Abbiamo scritto più volte al sindaco – spiegano i sette colleghi – ma non ci ha mai risposto. Abbiamo chiamato più volte in Comune, e stiamo ancora aspettando di essere richiamati. Anche noi siamo cittadini come gli altri, anche il nostro lavoro va tutelato».

«Il lavoro è dignità – dice Gianluca – è vita. Se togli il lavoro, togli tutto». Le altre annuiscono, con gli occhi bassi: «Vogliamo solo lavorare». —