Il danno da mancato incasso a causa del regolamento comunale che impone limiti orari alla raccolta delle slot va dimostrato

E’ quanto hanno stabilito i giudici del Consiglio di Stato respingendo la richiesta di una azienda contro il Comune di Verbania che, nel 2005 limitava l’orario di accensione degli apparecchi di cui all’art. 110, commi 6 e 7, lett c), del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773  alle ore comprese tra le 15:00 e le 22:00.

Per il Consiglio di Stato “la società non ha comprovato gli incassi dei periodi antecedenti e successivi al periodo cui si riferisce la domanda, che costituivano l’unico reale parametro di riferimento di qualsiasi ricostruzione volta a desumere i lamentati effetti negativi della restrizione oraria illegittimamente imposta dall’Amministrazione comunale.

Né, d’altra parte, convincono le contestazioni formulate dalla società avverso i predetti rilievi dell’appellata sentenza.

In particolare, la società evidenzia la significatività degli allegati alla relazione, perché contenenti dati oggettivi provenienti dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, alla cui rete gli apparecchi di gioco di cui trattasi sono collegati.

Ma le osservazioni, se attestano la serietà del documento contabile per gli aspetti nei quali esso costituisce il riflesso di rilevazioni ufficiali, non risultano idonee a conferirgli anche valore di prova del danno, stante la sua naturale inidoneità a tale scopo, in conseguenza della mancata allegazione dei predetti incassi antecedenti e successivi, soli elementi suscettibili di attestare che l’illegittima restrizione oraria ha effettivamente determinato in capo alla società gli asseriti minori incassi e quindi minori utili, e che tale diminuzione è poi venuta meno una volta annullata detta restrizione.

Né vale obiettare, come fa la società, che l’impresa era, nel periodo qui di interesse, in fase di espansione: il trend societario non ancora stabilizzato non si tramuta infatti in una impossibilità di produrre i concreti dati di bilancio di cui trattasi, e non influisce, quindi, sull’an del risarcimento, concorrendo eventualmente, insieme ad altri elementi, solo all’individuazione del relativo quantum.

In definitiva, la pretesa della società di utilizzare a prova del danno gli elementi risultanti dalla predetta relazione contabile, meramente presuntivi in quanto incentrati su proiezioni astratte, è destituita di fondamento.

E’ poi infondata la tesi della società che, non avendo il Comune contestato nella prima difesa utile prodotta in primo grado l’esistenza del danno da essa allegato, il primo giudice avrebbe dovuto valutare quest’ultimo come “fatto pacifico” ex art. 64, comma 2, Cod. proc. amm..

Viene infatti in rilievo non la produzione di “fatti”, nei sensi del citato art. 64, comma 2, bensì l’allegazione di elementi costituenti l’onere della prova: che, come detto, in materia di risarcimento del danno, ove trovano integrale applicazione le regole civilistiche, grava sul solo soggetto che propone la relativa domanda innanzi al giudice.

Per le stesse ragioni, è infondata anche l’ulteriore pretesa che il primo giudice dovesse supplire alla mancata prova da parte della società mediante il ricorso all’attività istruttoria: nell’azione di responsabilità per danni, il principio dispositivo dell’art. 2697 comma 1, Cod. civ., opera con pienezza, e non è temperato dal metodo acquisitivo dell’azione di annullamento (tra tante, Cons. Stato, III, 23 maggio 2019, n. 3362; IV, 5 febbraio 2018, n. 701;17 gennaio 2018, n.240; 30 giugno 2017, n.3222; VI, 2 gennaio 2018, n.12; V, 22 novembre 2017, n. 5444; 11 maggio 2017, n. 2184).

Non soccorre nella fattispecie neanche l’esercizio del potere discrezionale del giudice di liquidare il danno in via equitativa, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 Cod. civ., pure invocato dalla società: esso è espressione del più generale potere di cui all’art. 115 Cod. proc. civ. e dà luogo non già a un giudizio di equità, come sembra additare parte appellante, bensì a un giudizio comunque di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva o integrativa, il quale comunque “presuppone che sia provata l’esistenza di danni risarcibili”, ancorché risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile, per la parte interessata, provare il danno nel preciso ammontare; mentre “non è possibile surrogare, in tal modo, il mancato accertamento della prova della responsabilità del debitore o la mancata individuazione della prova del danno nella sua esistenza” (Cons. Stato, V, 13 marzo 2017, n.1139; 27 dicembre 2013, n. 6260)”.